
(di Michele Serra – repubblica.it) – Leggendo sullo schermo della tivù di Stato “il servizio pubblico non dovrebbe mentire. Ci scusiamo per averlo fatto così a lungo”, che cosa avrà pensato un sostenitore di Orbán? Che quel messaggio, così esplicito, così insolito, dipende dall’effettiva restituzione della tivù pubblica ungherese alle sue funzioni, e dunque dalla fine della menzogna come arma di propaganda? O piuttosto avrà pensato: ecco, i nostri nemici hanno preso il potere e vogliono farci tacere, cominciando a mentire a loro favore?
Temo che sia più probabile la seconda ipotesi. L’idea che le notizie gradite siano quelle vere, le notizie sgradite siano false, ha fatto molta strada. Anche grazie alla selezione algoritmica dei consumi, ognuno di noi (compreso chi scrive) viene raggiunto soprattutto dalle notizie e dai commenti che gli sono omologhi. È la famosa bolla informativa, che ha una sostanziale funzione difensiva. L’urto che quella scritta può produrre su un elettore di Orbán è insostenibile, perché gli dice: il tuo capo era un mentitore, e ha costretto questa emittente a mentire. E ben pochi sono disposti ad ammettere che con il loro voto hanno consegnato il Paese a un demagogo bugiardo.
Come se ne esce? La via è una sola. Provare tenacemente a credere che può esistere, anzi deve esistere un racconto del mondo che sia, almeno in parte, condiviso. Accettato da tutti. Una televisione, appunto, “pubblica” non ha altra giustificazione né altra funzione: se non lo fa, è come un coltello che non taglia o una ruota che non gira.
Non mentire, dunque raccontare le cose come stanno, è una strada faticosa. Direi controvento. Ma se la tivù ungherese dovesse riuscire a restituire una qualche oggettività al suo lavoro di informazione, forse alla lunga anche qualche elettore di Orbán penserà: mah, non è poi così male, questa idea che la realtà sia una sola, uguale per tutti.
Il successore di Orban ha preso le sue stesse posizioni riguardanti l’Ucraina ma a Serra la cosa non gli interessa. Sulla autoaccusa della tv maggiara si può pensare di tutto compreso in Red condizionem da parte del nuovo governo sulla vecchia governance (traduci vendetta). Però, supponiamo che sia sincera. Beh la loro tv ha smesso di dire menzogne in diretta ma sulle nostre da noi Putin è ancora affetto da centinaia di patologie mortali e i suoi soldati continuano imperterriti a rubare micro cip dai bollilatte Come la mettiamo Michelino?
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Vivo da anni in Ungheria, vi assicuro che la stampa non è meno libera che da noi. Serra, hai mai visto un dittatore andarsene dopo libere elezioni e facendo i complimenti all’avversario? Ps. visto che Orban non c’è più, perchè la teppistella Salis non va a farsi processare?
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Per cortesia: dov’è che Serra avrebbe mai dato del “dittatore” ad Orbàn? Mi sa che me lo sono perso.
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L’idea che le notizie gradite siano quelle vere, le notizie sgradite siano false, ha fatto molta strada.
Ottimo Serra questa volta, poche parole, semplici che descrivono la realtà dell’informazione vista da chi la riceve.
Far splendere il sole dove i lettori vogliono che splenda.
Come se ne esce? La via è una sola. Provare tenacemente a credere che può esistere, anzi deve esistere un racconto del mondo che sia, almeno in parte, condiviso.
Dove invece non concordo è quando sembra affidare la soluzione alla ricerca di un racconto condiviso del mondo; la condivisione non è un criterio di verità: milioni di persone possono condividere una notizia falsa senza che questa diventi vera.
La vera via d’uscita è un’altra: verificare le affermazioni sulla base di numeri, dati verificabili e fatti concreti; solo partendo da elementi oggettivi è possibile costruire, eventualmente, anche una narrazione condivisa.
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Vero ciò che scrivi, solo che non sempre la verifica è possibile ed è allora che la narrazione condivisa, il più oggettiva possibile, può pretendere di assurgere a Verità
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Il primo problema della verifica non è la sua difficoltà (molto variabile: a volte è oggettivamente arduo, ma molto spesso si tratta di cose alla portata di chiunque), ma il fatto che non la si ritenga necessaria: ci si fida, soprattutto di chi conferma i propri pregiudizi, quando basterebbe esserne consapevoli e iniziare a separare i fatti dalle opinioni.
Già non è facile, se poi non ci si prova nemmeno…
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Capisco il senso del messaggio della Tv pubblica ungherese, ma al di là del valore di denuncia che credo volesse rappresentare, lo ritengo un errore: se ammetti di essere stato disposto a mentire per il padrone, chi può garantire che non succederà lo stesso per il nuovo padrone?
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Che poi, il problema non è nemmeno mentire: quello si sbugiarda con relativa facilità. Il problema sono le omissioni, le mezze verità, il dare enfasi a tutto ciò che sostiene una narrazione che piace al proprio pubblico di riferimento, omettendo o comunque minimizzando ciò che invece la contraddice, creando e ancor peggio fidelizzando dei branchi di tifosi inferociti, in cerca solo di un capro espiatorio per i propri guai.
Detta così, il problema pare irrisolvibile: come si può rendere l’informazione davvero imparziale, senza mettere in piedi un simulacro del Ministero della Verità di orwelliana memoria? La verità è che non è possibile (o meglio: è possibile, ma solo entro un certo grado di approssimazione, che comunque non soddisferà mai i più), ma la cosa non è affatto un problema.
La vera forza della libertà d’informazione non risiede in un’informazione che sia il più imparziale possibile, che è pura utopia, niente affatto: la vera forza della libertà d’informazione è il pluralismo (e quello ce l’abbiamo ancora, vivaddio), grazie al quale a tutte le voci è data la possibilità di esprimersi (anche se ovviamente non tutte le idee possono godere di pari spazio) e dove le preferenze narrative sono facilmente inquadrabili, quando non palesi (anche se c’è chi si rifiuta di vederle).
L’intento sarebbe quello di fare in modo che, avendo la possibilità di documentarsi su un ampio ventaglio di possibili differenti opinioni, il cittadino disponga degli strumenti minimi necessari per farsi un’opinione in proprio (anche se spesso finisce solo per soddisfare i propri pregiudizi, che purtroppo è l’effetto collaterale più frequente, ed anche il più ricercato, dato che è quello che vende più copie). A latere, questo sarebbe anche il motivo per cui esistono i finanziamenti pubblici all’editoria (come vengono gestiti è un altro discorso).
Il risultato purtroppo è inficiato dall’altro grande vulnus dell’informazione: il fatto che la suddetta informazione deve necessariamente vendere copie (o clic) per sostenersi, e questo è il vero nodo irrisolvibile che contribuisce ed alimenta la polarizzazione che è sempre esistita, ma che grazie ai social network e in generale all’avvento degli smartphone (che hanno messo un computer in tasca a chi a malapena sapeva accendere una calcolatrice) è esplosa in maniera esponenziale (per questo fanno fede le immortali parole di Umberto Eco).
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