(Stefano Baudino – lindipendente.online) – In Italia l’elettricità continua a costare più che nel resto d’Europa, con un prezzo medio all’ingrosso che nel 2025 ha toccato i 116 euro per megawattora, contro gli 85 euro della media UE. Lo ha attestato un recente rapporto della Commissione Europea, che fotografa lo spaccato a quattro anni dall’avvio del piano RePowerEU. All’origine di questo primato negativo, secondo l’analisi, c’è una dipendenza strutturale dal gas naturale, che da solo determina il prezzo finale dell’elettricità. Per uscire dall’impasse, Bruxelles indica tre strade: risparmio energetico, accelerazione sulle rinnovabili e diversificazione delle fonti di approvvigionamento.

Il motivo principale di questo divario è presto spiegato: in Italia i combustibili fossili rappresentano ancora la tecnologia «dominante» nella produzione elettrica. Nel 2025 hanno coperto il 52,3% del totale, la quinta quota più alta tra i Paesi Ue. Quando il prezzo del gas sale sui mercati internazionali – per tensioni geopolitiche o per la riduzione delle forniture – il costo dell’elettricità segue immediatamente la stessa direzione. Il sistema italiano è infatti fortemente legato alle centrali termoelettriche alimentate a gas, che spesso fissano il prezzo marginale all’ingrosso. A ciò si aggiunge un problema di flessibilità. Negli ultimi anni l’energia solare ha contribuito ad abbassare i prezzi nelle ore diurne, ma nelle ore serali e notturne – quando il fotovoltaico non produce – il Paese deve tornare a bruciare gas per coprire la domanda. Nel 2025 il differenziale medio di prezzo tra picchi e valli è stato di 46 euro a megawattora, ben al di sopra della media europea di 12,1 euro. La Commissione sottolinea anche la limitata capacità di interconnessione con le reti degli altri Stati, che impedisce all’Italia di importare energia a costi inferiori nei momenti di maggiore bisogno.

Sul fronte della diversificazione, si registra come nel 2025 le importazioni di gas russo siano scese a meno del 3% del fabbisogno nazionale, con volumi da gasdotto ormai «trascurabili». Si rilevano criticità nel ritmo di installazione delle rinnovabili: nel 2025 sono stati aggiunti 7,2 GW di nuova capacità, meno dei 7,5 GW dell’anno precedente, mentre per centrare gli obiettivi nazionali servirebbero oltre 55 GW nei prossimi cinque anni. Il costo elevato dell’elettricità non è solo un problema per le famiglie. Incide sulla competitività delle imprese energivore – siderurgia, chimica, manifattura – e alimenta l’inflazione. Come ricorda il rapporto Ue, i prezzi all’ingrosso rappresentano «il 61% del prezzo dell’elettricità industriale», mentre costi di rete, carbonio e tasse coprono rispettivamente «il 10%, l’11% e il 18%».

In questo quadro si inserisce anche il segnale di un sistema, per l’appunto quello italiano, che fatica ancora a completare la transizione verso fonti rinnovabili e più stabili nei costi. Si tratta della decisione da parte della maggioranza di rinviare al 2038 l’uscita dalla produzione elettrica a carbone, inizialmente prevista molto prima. La svolta è arrivata a fine marzo in commissione Attività produttive della Camera, dove è stato approvato un emendamento al decreto Energia che investe le quattro centrali ancora operative in Italia, concentrate tra Sardegna e penisola, ribaltando un percorso iniziato anni fa per chiudere impianti vecchi, costosi e molto inquinanti. La maggioranza ha giustificato il rinvio facendo riferimento agli effetti di un complesso quadro internazionale segnato dalle tensioni sui mercati e dalle crisi aperte tra Ucraina e Medio Oriente, mentre le opposizioni hanno denunciato un clamoroso passo indietro.