Cosa Nostra non aveva mai organizzato un attentato che dovesse distruggere un obiettivo in movimento ad oltre 130 km/h. Perché lo fece? Quel cratere è ancora un buco nero

Falcone, poteva un leader traballante come Riina progettare Capaci senza garanzie?

(Davide Mattiello, Articolo21 Piemonte, Deputato Pd XVII Legislatura – ilfattoquotidiano.it) – L’ordinanza della gip di Caltanissetta, dottoressa Luparello, del 19 dicembre del 2025 è costruita attorno ad una domanda: come mai Salvatore Riina decide improvvisamente di richiamare la squadra di assassini che era arrivata a Roma il 24 febbraio 1992 con l’obiettivo di uccidere Giovanni Falcone, Claudio Martelli e Maurizio Costanzo? La squadra venne fatta rientrare il 4 marzo e Riina in quel momento aveva già chiaro che l’attentato si sarebbe fatto soltanto contro Giovanni Falcone (salvi Martelli e Costanzo) e che sarebbe stato realizzato con ben altre modalità. La gip Luparello insiste: ciò che stupisce non è tanto che Riina si sia determinato a colpire Falcone a Palermo invece che a Roma, infatti era sempre stata questa la sua opzione preferita e pare, tra l’altro, che avesse già avuto rassicurazioni su una “blanda” reazione da parte dello Stato se così avesse fatto, a stupire sono piuttosto le modalità scelte.

Aggiungo io: Cosa Nostra non aveva mai organizzato un attentato che prevedesse di distruggere un obiettivo in movimento ad oltre 130 km/h. Di auto-bomba Cosa Nostra se ne intendeva eccome: dopo la strage di Ciaculli nel 1963 (auto ferma imbottita di esplosivo), così era stato massacrato Rocco Chinnici nel luglio del 1983, ma Chinnici stava uscendo da casa sua per salire in macchina e così sarà ucciso Paolo Borsellino il 19 Luglio 1992, che invece dall’auto era appena sceso per entrare in casa. Niente a che vedere con la difficoltà tecnica di Capaci.

Basti pensare che l’unica altra volta che Cosa Nostra provò a realizzare lo stesso “schema” ovvero colpire l’obiettivo in movimento, fallì clamorosamente: in via Fauro a Roma, circa un anno dopo, il 14 maggio 1993 e nonostante l’impiego di quasi un quintale di esplosivo contro Maurizio Costanzo (tornato nel mirino), che sopravvisse insieme a Maria De Filippi. Fallimento tanto più significativo ai fini del ragionamento, tenendo conto che la macchina sulla quale viaggiavano Costanzo e De Filippi, per le strade strette dei Parioli di Roma, non andava di certo alla velocità tenuta dal corteo di auto che trasportava Falcone. L’auto di Falcone sarebbe stata sulla verticale dell’esplosivo soltanto per una frazione di secondo: le probabilità di un insuccesso erano altissime. Poteva permetterselo Riina? No, per niente.

Riina aveva già subito uno smacco personale durissimo con l’esito infausto del maxiprocesso, che si era concluso il 30 gennaio di quel 1992 con la conferma definitiva delle condanne e soprattutto con la definitiva consacrazione in sentenza del “teorema Buscetta”. Riina aveva rassicurato fino all’ultimo i suoi su un possibile “aggiustamento” in Cassazione, ma poi aveva dovuto prendere atto della sconfitta “politica” e già nella riunione degli “auguri di Natale” dell’inizio dicembre 1991 aveva annunciato che era arrivato il tempo in cui ognuno si prendesse le proprie “responsabilità”, tanto chi aveva provocato quella sconfitta (Falcone e Borsellino in testa) quanto chi non aveva fatto nulla per impedirla (Andreotti/Lima) o peggio, dopo aver incassato i voti di Cosa Nostra, aveva girato le spalle all’associazione portandosi addirittura Falcone al Ministero (Martelli).

Mi pare di vederlo Riina, con il bicchiere degli “auguri” in mano, torvo in viso mentre scruta i commensali per cogliere anche il più piccolo disappunto, rispondere a chi gli domandava cosa sarebbe successo a Cosa Nostra dopo una tale opera di vendetta: “Ci prendiamo quello che viene”. Punto e tanti auguri! Un uomo così, con una leadership traballante, poteva permettersi di sbagliare l’attentato contro Falcone? Sarebbe stata la fine. La sua prima di tutto. Perché rischiare? Falcone a Roma, seduto in un ristorante, senza scorta, sarebbe stato un gioco da ragazzi. Salvatore Riina, questo è il convincimento della gip Luparello (e per quel che vale, pure il mio), deve avere avuto delle garanzie. Ci deve essere stato qualcuno in grado di rassicurare Riina sul successo dell’operazione: avrebbero abbattuto il bersaglio lanciato sull’autostrada.

Una operazione militare. E’ questa convinzione che sorregge da un lato il giudizio severo sulla pervicacia con la quale la Procura di Caltanissetta (e con essa la Commissione parlamentare anti mafia, guidata da Chiara Colosimo ed “ispirata” da Mori) insiste sulla pista “mafia-appalti” per spiegare la strage di Via D’Amelio e in gran parte anche quella di Capaci (“Severa miopia”, approccio “mistico e dogmatico”) e dall’altro la necessità di fare ogni sforzo per indagare quegli ambienti che potevano avere competenze “professionali” tali da rassicurare Riina sulla buona riuscita dell’attentato-senza-precedenti.

Di qui l’interesse per Gladio, per il centro “Scorpione” e per la morte di Li Causi, per le indagini di Falcone sul delitto Mattarella, per il possibile coinvolgimento dell’eversione neo fascista in quello ed in altri episodi, per il ruolo dei Servizi segreti (che entrano certamente in gioco), per il ruolo di Paolo Bellini, Antonino Gioè, Roberto Tempesta e Mario Mori, per le dichiarazioni di Alberto Lo Cicero e Maria Romeo su Stefano Delle Chiaie, Mariano Tullio Troia, Guido Lo Porto, Stefano Menicacci, per le sabbie mobili di Stato che ingoiarono la “nota Cavallo” e pure il verbale che certifica l’interesse di Borsellino su Lo Cicero, per il giudice Ugo Sisti, per il ruolo di Contrada, per la eventualità (un eufemismo!) che l’interrogatorio fatto da Falcone a Licio Gelli, come quello fatto da Borsellino a Gaspare Mutolo, fosse stato captato in tempo reale, per l’attentato all’Addaura (“le menti raffinatissime”), per Giovanni Aiello e l’omicidio di Nino Agostino…

Il cratere di Capaci, in vero, è ancora un buco nero che risucchia il futuro della Repubblica, condannandola al respiro corto di chi porta sulle spalle il peso di troppi ricatti.