(Elena Basile – lafionda.org) – La diplomazia potrebbe fallire nel Golfo Persico. L’ultima proposta statunitense chiede sostanzialmente la capitolazione iraniana, contraddetta dalla resistenza militare della leadership e di un popolo sceso in piazza in milioni contro gli attacchi stranieri, difendendo con i propri corpi le infrastrutture civili minacciate. Washington imporrebbe la rinuncia iraniana a ogni compensazione, il trasferimento dell’uranio arricchito negli USA e la possibilità per il Paese di avere una sola struttura nucleare operativa; in cambio rilascerebbe meno di un quarto degli assetti finanziari iraniani congelati e accetterebbe che il cessate il fuoco su tutti i fronti sia funzionale alla ripresa dei negoziati a Islamabad.

Difficile interpretare la proposta americana se non come un ultimatum prima dell’attacco. Il Presidente USA, in esternazioni pubbliche, reitera infatti la minaccia genocidaria a un popolo di quasi 90 milioni di abitanti: «Il tempo sta scadendo, si diano una mossa, altrimenti non rimarrà nulla di loro!». L’opinione pubblica non sembra scandalizzarsi. Le televisioni progressiste, di cui prendiamo ad esempio il programma su YouTube Piers Morgan Uncensored (di cui i talk show di TV7 sono un’ilare imitazione), continuano nell’opera di demonizzazione del Paese, gonfiando i numeri dei manifestanti uccisi, che variano da 12.000 a 20.000, a 30.000, a 40.000, senza mai raccontare la verità: e cioè che si è trattato, a gennaio scorso, di un tentativo di cambiamento di regime israelo-americano, che ha utilizzato ignari studenti e avanguardie armate per attacchi a municipalità, ambulanze e civili in strada, uccidendo centinaia di poliziotti iraniani. La repressione, in siffatto quadro, è un dovere dello Stato, che conserva il legittimo uso della forza. In Occidente non si sarebbe fatto altrimenti. Ricordiamo i 12.000 arresti di propalestinesi pacifici a Londra. Siamo costretti a ripetere ragionamenti razionali di fronte alla malafede che imperversa tra i politici e la loro classe di servizio. Si utilizza la retorica del liberal order per preparare il terreno all’aggressione israelo-americana. Essa dovrebbe avvenire con massicci bombardamenti a tappeto su civili e infrastrutture strategiche, mobilitando le comunità etniche opportunamente armate, come i curdi iracheni e i beluci, e ricorrendo al terrorismo sunnita e ai salafiti pakistani. Un attacco via terra, a cominciare dalle isole e con gli Emirati in prima fila, potrebbe completare il quadro. Secondo il professore Seyed M. Marandi, le rappresaglie dell’Iran all’attacco provocheranno enormi danni alle monarchie del Golfo, regimi che opprimono le donne, cancellano la libertà di opinione e schiavizzano la maggioranza della popolazione migrante. Si tratta infatti di monarchie vulnerabili. Se fossero colpiti gli impianti di desalinizzazione ed energetici, date le temperature raggiunte in questi mesi, la vita sarebbe insostenibile.

Durante il conflitto di febbraio, secondo molti analisti in grado di controllare i filmati che circolano in rete, gli iraniani sarebbero riusciti a colpire le basi americane e Israele in modo grave. Naturalmente le democrazie, fiore all’occhiello di giornali come il Corriere della Sera e Il Foglio, non hanno fatto trapelare notizie al riguardo. La propaganda israeliana domina gli apparati mediatici; come abbiamo visto, determina persino i risultati dell’Eurovision. Il regime criminale di Netanyahu, dopo il genocidio di Gaza, i crimini terroristici contro le leadership di Libano e Iran, dopo le violenze razziste in Cisgiordania e dopo aver spianato il Sud del Libano come Gaza, coinvolgerà Washington in una nuova guerra di sterminio contro l’Iran, con danni inimmaginabili anche all’economia mondiale. I Paesi europei sono atrofizzati, rilasciano dichiarazioni risibili, impongono sanzioni criminali alla vittima: l’Iran. Russia, Cina e i BRICS fanno quel che possono, poco, evitando un confronto diretto con l’Occidente e tenendo la barra alta esclusivamente per il loro interesse nazionale. Nessuno sembrerebbe fermare il criminale Netanyahu, che ha bisogno di una guerra permanente per sopravvivere politicamente. I suoi progetti, sostenuti dalla lobby americana di Israele, sarebbero assecondati da Trump e sostanzialmente dal Congresso. La finanza e le imprese di armi hanno tutto da guadagnare. Genocidio più, genocidio meno, cosa importa?

I difensori dei diritti delle donne, quelli che insorgevano contro l’obbligo del dressing code di una repubblica islamica (ignorando i diritti delle saudite e delle donne dei Paesi del Golfo), dove si sono rintanati? Nessuno vuole proteggere bimbi e donne dalla nuova aggressione annunciata? Le femministe divenute icone del liberal order non hanno nulla da dire nel caso di un nuovo massacro di bambine iraniane? In effetti poi crescono e si mettono il chador, come i bimbi di Gaza divengono terroristi: meglio eliminarli?