(estr. di Massimo Villone – ilfattoquotidiano.it) – […] La dura sconfitta referendaria ha terremotato la destra e archiviato la riforma costituzionale del premierato. Meloni ha tentato di rilanciare l’azione di governo nel question time del 13 maggio. Ma le fibrillazioni nella maggioranza aumentano, mentre il contesto geopolitico, le condizioni della finanza pubblica e le debolezze dell’economia vanificano risultati e promesse.

Guardiamo alla rinnovata attenzione rivolta al Sud. La cabina di regia tra l’esecutivo e i presidenti delle regioni del Mezzogiorno acquista una particolare centralità dopo i segnali negativi nel Sud venuti alla destra dal referendum. Ma come si affianca all’autonomia differenziata, che tuttora procede? In Conferenza unificata Puglia e Campania hanno detto no alle pre-intese di Calderoli. Hanno presentato documenti, e la Puglia ha anche istituito una commissione di esperti a supporto all’esecutivo regionale contro l’AD. Chiamarli a far parte della cabina di regia sembra più rispondere all’obiettivo di ingabbiare i presidenti in un contesto che li condiziona. Soprattutto sapendo che le risorse disponibili sono assai scarse, e il vantaggio atteso da chi pretende l’AD assomma a centinaia di milioni.

[…] Si aggiunge il 13 maggio l’approvazione definitiva in Senato di una legge costituzionale – di cui si è parlato poco o nulla – di modifica dello Statuto del Trentino-Alto Adige, che ne amplia considerevolmente l’autonomia speciale. Un assist, ovviamente, per le altre autonomie speciali (Calderoli ricorda che la richiesta a Meloni era venuta da tutte). Ma interessa anche alle regioni ordinarie coinvolte nell’AD, che trova argomenti proprio nell’avvicinamento alle speciali. Va inoltre ricordato il voto in prima lettura alla Camera il 29 aprile della legge su Roma capitale (A.C. 2564-A). Anche qui maggiori poteri e risorse, e non meravigliano le pretese già avanzate da Milano e Venezia. È probabile che altre città metropolitane seguano.

I patrioti frantumano la patria. Poi pensano di incollarne i pezzi con una legge elettorale fondata sulla retorica governabilità-stabilità e sull’investitura del capo. È il mantra che sostiene l’AC 2822 (detto anche Stabilicum o Melonellum). La chiave per decifrare l’obiettivo della proposta è il premio di maggioranza. Guardando alla Camera, perché 70 deputati e non 60, 50, 40, o addirittura un premio variabile? Perché un tetto a 230 per il totale dei seggi conseguibili?

In realtà, l’estensore ha scritto la proposta con un reverse engineering. Ha preso i risultati del voto 2022, e ha costruito l’AC 2822 in modo da ripeterne sostanzialmente l’esito. Lo dimostra una simulazione da me fatta con l’intelligenza artificiale applicando lo Stabilicum al voto Camera 2022 (si può leggere sulla mia pagina Facebook). Al centrodestra 224 seggi, solo una decina in meno di quelli effettivamente ottenuti. E aggiungendo qualche eletto dal voto estero e da Val d’Aosta e Trentino-Alto Adige (esclusi dal modello – proporzionale più premio – dello Stabilicum, e qui si capisce l’importanza della modifica dello statuto trentino) avrebbe valicato anche il tetto dei 230 deputati. Così puntando al 60% dei seggi, e raggiungendo o superando le maggioranze richieste per gli organi di garanzia. Analogo ragionamento vale per il Senato, con ulteriori problemi dati dalla base regionale richiesta dall’art. 57.1.

[…] Ma l’AC 2822 danneggia la Lega (molto) e FI (meno) a favore di FdI. La simulazione mostra un danno crescente con la diminuzione del premio. Il problema imporrà una trattativa sulla assegnazione di posti sicuri nei listini, che dovranno quindi rimanere necessariamente bloccati. Aggiungendo questo all’eccessiva disproporzione tra voti e seggi, e ai dubbi sul Senato, si conclude che l’AC 2822 non rispetta la Carta, come dicono oltre 120 costituzionalisti. La situazione non cambia con le modifiche che la maggioranza sta considerando (alzare la soglia dal 40 al 42%, e diminuire – di poco – il premio). In tutte le modulazioni rimangono cadaveri eccellenti: il parlamento, la libertà di scelta di chi vota. Si intravede un piano inclinato – chiunque vinca – verso l’autocrazia. Mentre è dubbio che i custodi della Costituzione – Capo dello Stato, Consulta – siano in grado di alzare argini insuperabili. Rimane la battaglia politica.

I templi di stabilità e governabilità di un tempo mostrano come sia oggi un’illusione ingannevole l’investitura popolare del capo. Basta guardare a Starmer o a Macron, per non parlare degli Stati Uniti e di Trump. Per l’Italia, la vera riforma sarebbe invertire la rotta. Ritengo da tempo preferibile un proporzionale di collegio (come il Senato pre-1993). Ma sulla riforma elettorale bisogna stare in campo senza dimenticare il Melonellum. Il progetto per il prossimo voto? Una Repubblica davvero una e indivisibile in cui tornare a fare politica.