(Margherita Furlan – lafionda.org) – Mentre l’Air Force One imbarcava i suoi amministratori delegati verso Pechino, un conto intestato al presidente degli Stati Uniti comprava e vendeva i titoli delle stesse società. I mercati hanno premiato l’evento, non il suo esito. È la radiografia di uno Stato che ha smesso di funzionare come una repubblica e ha cominciato a funzionare come un consiglio di amministrazione.

Il 13 maggio 2026, mentre le borse festeggiavano un titolo dopo l’altro, l’Air Force One faceva uno scalo tecnico per imbarcare Jensen Huang, fondatore di Nvidia, e portarlo a Pechino. Lo stesso giorno, l’Office of Government Ethics riceveva un documento di oltre cento pagine: il rendiconto delle operazioni finanziarie compiute nel primo trimestre dell’anno da un conto intestato a Donald J. Trump. Oltre tremilasettecento movimenti. Le società i cui vertici volavano con lui erano, quasi tutte, nel paniere.

Lo scalo di Pechino

La scena ha qualcosa di emblematico. L’aereo presidenziale che interrompe la rotta per caricare a bordo, all’ultimo minuto, l’uomo che guida la società più capitalizzata del pianeta. Attorno a lui una delegazione che riuniva i vertici di Boeing, di Tesla, di Citigroup e di una dozzina di altri colossi. Bloomberg ha annotato, con il pudore tecnico della stampa finanziaria, che i titoli di quelle imprese salivano mentre i loro amministratori delegati erano ancora in volo. Una coincidenza, si dirà. Le coincidenze, però, quando si ripetono e hanno sempre lo stesso segno, smettono di essere tali e diventano un sistema.

Il documento depositato all’ufficio etico del governo federale dà spessore documentale a quella scena. Tra le voci elencate compare l’acquisto di azioni Nvidia per una fascia compresa fra uno e cinque milioni di dollari, datato 10 febbraio 2026; un acquisto precedente, del 6 gennaio, in una fascia fra cinquecentomila e un milione, marcato nel modulo come unsolicited, non sollecitato. Lo stesso 10 febbraio risulta l’acquisto di Boeing, anch’esso nella fascia più alta. Sono le due imprese i cui uomini di vertice avrebbero poi attraversato il Pacifico al fianco del presidente.

Clausewitz scriveva che la guerra è la continuazione della politica con altri mezzi. La formula è stata ripetuta tante volte da logorarsi. Eppure conserva una capacità di rovesciamento: se la guerra prosegue la politica, e se questa oggi si misura in capitalizzazione di mercato, allora l’affare diventa la continuazione della diplomazia con altri mezzi. Lo scalo di Pechino non è un episodio di costume. È il punto in cui la rappresentanza dello Stato e la posizione di portafoglio si sovrappongono nello stesso individuo, nello stesso momento, nello stesso volo.

Tremilasettecento operazioni: cosa dicono le carte

Il rendiconto registra oltre tremilasettecento operazioni nel solo primo trimestre del 2026, per un valore complessivo di decine di milioni di dollari, riguardanti grandi società che intrattengono rapporti con l’amministrazione che quel conto, formalmente, non dovrebbe toccare. Più di quaranta movimenti per giorno lavorativo. Un operatore interpellato da Bloomberg ha parlato di una mole che assomiglia più a quella di un fondo speculativo con negoziazione algoritmica massiva che a un conto personale. Un altro, con quarant’anni di mercato alle spalle, ha usato una parola sola: sconcertante. Non sono giudizi militanti. Sono reazioni di tecnici davanti a un dato anomalo.

Il documento non fornisce cifre puntuali. Indica fasce di valore: da uno a cinque milioni, da cinquecentomila a un milione, e così a scendere. Chi scrive che il presidente ha guadagnato una somma precisa inventa un dato che il modulo non contiene. La fascia è il limite della certezza e la si rispetta.

C’è un secondo elemento che il modulo registra e che va riferito con precisione, perché è esattamente il punto su cui la difesa della Casa Bianca poggia. Molte voci portano la dicitura unsolicited, non sollecitate; altre la formula solicited order, discretion exercised, your broker acted as agent, ordine sollecitato, discrezionalità esercitata, intermediario agente. Il documento, in altre parole, distingue da sé fra operazioni decise altrove e operazioni in cui una scelta è stata compiuta. Questa distinzione non smonta l’inchiesta: ne sposta il bersaglio. Il problema non è stabilire la mano che ha premuto il tasto. È la struttura che consente a quella mano di esistere.

I guadagni, in cifre verificabili

La domanda concreta è legittima: c’è stato un guadagno, e di quanto? Qui occorre tenere insieme due fonti distinte e non confonderle. Il rendiconto dell’ufficio etico dice cosa è stato comprato e quando, ma solo a fasce. I dati di mercato dicono come si sono mossi quei titoli. Incrociandoli si ottiene una stima di direzione e di ordine di grandezza, non una cifra esatta: e va detto così, senza gonfiare.

Sul piano delle singole società, il movimento legato alla delegazione è documentato. Alla chiusura del 13 maggio, sull’annuncio della comitiva, Nvidia segnava un progresso del 2,3 per cento, Tesla del 2,7, Boeing dell’1,6; Micron guadagnava il 4,8 per cento, Qualcomm l’1,4. Nella seduta successiva Nvidia toccava un massimo a 232,35 dollari, con un picco intragiornaliero oltre il 3 per cento, mentre Boeing nel mese precedente era salita di circa l’8,8 per cento sulla sola attesa della commessa cinese. Non sono cifre clamorose se prese una per una. Diventano un’altra cosa se si considera che quelle posizioni erano state aperte settimane prima, nei giorni in cui il modulo registra gli acquisti.

È su questo che alcune piattaforme di analisi dei dati pubblici hanno costruito le proprie stime: misurando la rivalutazione di ciascuna posizione dichiarata dal giorno di acquisto indicato nel modulo. Su singoli titoli i numeri sono vistosi: una posizione aperta su un produttore di hardware il 10 febbraio risultava rivalutata di circa il 96 per cento; un’altra, su un semiconduttore, di una percentuale a tre cifre dal 2 marzo. Vanno presi con la pinza che il dato impone: la fascia dichiarata non dice la quantità esatta e la percentuale dipende dal giorno di rilevazione. Ma l’ordine di grandezza, decine di milioni di dollari di portafoglio esposti a società le cui sorti dipendono da decisioni dell’esecutivo, non è in discussione. È scritto nel documento ufficiale.

Qui interviene il fatto che rovescia la prospettiva, il più istruttivo di tutti. Il vertice di Pechino, sul piano dei risultati, è stato deludente. L’unico accordo rilevante annunciato è stato l’ordine Boeing; nessun progresso sulla vendita dei semiconduttori Nvidia alla Cina, nonostante l’aggiunta teatrale di Huang all’ultimo minuto. Nessun chip H200 è stato spedito ai compratori cinesi già approvati, le esportazioni cinesi di terre rare restavano circa la metà dei livelli precedenti, nessun documento firmato sulla governance dell’intelligenza artificiale. Persino la commessa Boeing, ridotta a duecento velivoli, era meno della metà dei cinquecento inizialmente ipotizzati. I mercati, dunque, non hanno premiato un esito diplomatico, bensì premiato l’evento. La coreografia della delegazione, l’annuncio, l’attesa. Il rialzo è arrivato prima del vertice e sull’aspettativa, non dopo e sul risultato. È la prova, in negativo, che la logica in azione non era quella di uno Stato che negozia un interesse nazionale, ma quella di una società quotata che gestisce la propria narrazione di mercato.

La risposta alla domanda, allora, è doppia. Le compagnie hanno tratto un beneficio di mercato misurabile dalla sola partecipazione alla scena, indipendentemente da ciò che questa abbia prodotto. E un conto intestato al presidente era posizionato, settimane prima, esattamente su quelle compagnie. Che questo si traduca in un guadagno personale netto quantificabile, il documento non permette di affermarlo con una cifra: consente di affermare, con certezza documentale, che l’esposizione c’era, ingente, e che riguardava i soggetti regolati da chi quel conto, formalmente, non dovrebbe muovere.

Il paniere è una mappa del potere

Se si dispongono i nomi delle società acquistate accanto alle decisioni prese dall’amministrazione negli stessi mesi, il rendiconto smette di essere una lista contabile e diventa una cartografia. Non casuale: orientata.

Nvidia è il caso più nitido. Il governo federale controlla l’esportazione dei semiconduttori avanzati verso i Paesi designati come avversari strategici, Cina compresa. Il rendiconto colloca un acquisto di titoli Nvidia il 6 gennaio, a ridosso dell’autorizzazione del Dipartimento del Commercio alla vendita di alcuni chip al mercato cinese. Un secondo acquisto, più consistente, è datato 10 febbraio, in prossimità dell’annuncio di un grande accordo della stessa Nvidia con un colosso dei social. La sequenza temporale è un fatto documentale. La sua interpretazione è analisi e va detto con nettezza: nessun atto pubblico prova che la decisione regolatoria sia stata presa in funzione del conto. Ma la prossimità fra la mossa amministrativa e la posizione finanziaria è di quelle che, in qualunque ordinamento attento al conflitto di interessi, basterebbero ad aprire un procedimento.

Accanto a Nvidia, il modulo elenca Palantir, la società di analisi algoritmica di Peter Thiel, acquistata a più riprese mentre l’apparato federale espandeva la spesa per la sorveglianza e per il controllo delle frontiere. Elenca BlackRock, il più grande gestore patrimoniale del mondo; Blackstone; Goldman Sachs. Elenca Boeing, le cui azioni si sarebbero mosse, mentre il presidente era a Pechino, sull’annuncio di una commessa cinese. Sono i nodi dell’ecosistema dei cosiddetti azionisti dell’apocalisse: gestione globale del capitale, sorveglianza algoritmica, infrastruttura della sicurezza, industria aerospaziale e della difesa. Non attori che eseguono una politica, ma che costituiscono l’ambiente entro cui la politica si decide.

La prima notizia del deposito è stata data da organizzazioni di giornalismo d’inchiesta indipendenti, Sludge e NOTUS, prima ancora che le grandi agenzie ne traessero le proprie ricostruzioni. È una nota a margine che merita di restare nel testo: la catena documentale, qui, parte dal basso e risale, non viceversa.

«Tutto è in un trust»: anatomia di una difesa

La replica dell’amministrazione è stata costruita su tre linee, e va esaminata per quello che è: un dispositivo di linguaggio prima ancora che un argomento giuridico.

La prima linea, affidata al portavoce della Casa Bianca, è lapidaria: gli attivi del presidente sono in un trust gestito dai suoi figli, non esistono conflitti di interesse. La seconda, affidata al figlio Eric e al presidente stesso in risposta a un’esponente del Senato, sposta l’accento sui fondi indicizzati: si tratterebbe di panieri ampi, non di scelte di singoli titoli. La terza è implicita e la più solida sul piano formale: nessuna norma vieta a un presidente di detenere o negoziare titoli; gli si chiede soltanto di dichiararli, ed è ciò che è stato fatto.

Le tre linee reggono separatamente e si indeboliscono insieme. Il trust esiste, ma è gestito dai figli, non da un fiduciario indipendente: è esattamente la differenza fra un trust cieco e uno di famiglia, l’intero punto. I predecessori avevano scelto la strada opposta. George H. W. Bush e Bill Clinton affidarono i propri attivi a un trust cieco con un supervisore terzo; Barack Obama e Joe Biden non negoziarono azioni durante il mandato. Non si tratta di una raffinatezza procedurale. È il presidio che separa chi decide sulle imprese da chi possiede le imprese. Quel presidio, qui, non c’è.

Chomsky e Herman hanno descritto come il consenso si fabbrichi non con la menzogna aperta ma con la selezione di ciò che può essere detto e di come. La formula «nessun conflitto di interessi», ripetuta come un’antifona, non descrive una realtà: la istituisce performativamente, contando sul fatto che l’iterazione sostituisca la verifica. Bourdieu lo chiamerebbe potere del linguaggio legittimo: la capacità di neutralizzare ciò che si nomina nel momento stesso in cui lo si pronuncia. Il fatto resta sotto la formula, intatto: il conto del sovrano si è mosso sui titoli delle imprese che lui stesso regola.

Quando lo Stato è un fondo speculativo

La questione non è morale, o non solo. È strutturale.

Susan Strange aveva chiamato potere strutturale la capacità di un attore di plasmare le strutture stesse entro cui gli altri sono costretti a muoversi: chi disegna il tavolo conta più di chi gioca la mano. Quando il conto del capo dell’esecutivo opera dentro lo stesso mercato che le decisioni dell’esecutivo muovono, il potere strutturale e quello politico cessano di essere distinti. Non è un funzionario corrotto da un interesse esterno. È lo Stato che ha interiorizzato la forma del fondo: detiene posizioni, le ribilancia, le dichiara a fasce, e nel frattempo governa le variabili che ne determinano il valore.

Giovanni Arrighi leggeva la finanziarizzazione spinta come il segnale dell’autunno di un ciclo egemonico: la potenza che non riesce più a guidare il mondo attraverso la produzione lo fa attraverso il denaro, e in quel passaggio mostra non la forza ma il proprio declino. Un conto presidenziale che assomiglia a un fondo speculativo non è un’eccentricità individuale: è un sintomo collocabile in una traiettoria storica. Naomi Klein aggiungerebbe che il disordine, lungi dall’essere il problema, è diventato la condizione di profitto: ogni urto regolatorio, gli annunci, le tensioni sono un’occasione per chi sta dalla parte giusta del paniere. Il rendiconto, del resto, lo mostra in filigrana: accanto ai singoli titoli ricorrono con regolarità i panieri settoriali sull’industria della difesa e sull’energia, gli stessi comparti che prosperano quando il mondo si fa instabile.

La guerra è il prodotto, il caos è la materia prima non è una frase a effetto, ma descrizione esatta di un meccanismo che le carte dell’ufficio etico, lette con attenzione, lasciano vedere.

Amministrazione di uno Stato o consiglio di amministrazione di una compagnia?

Resta la domanda più inquietante. È ancora lecito chiamare «amministrazione» quella che siede a Washington, o si descrive meglio la realtà chiamandola consiglio di amministrazione di una grande compagnia che ha smesso di essere la guida di una democrazia?

Max Weber aveva fissato, un secolo fa, il criterio che distingue lo Stato moderno da ogni forma di potere precedente: la separazione tra l’ufficio e chi lo ricopre. Nel potere patrimoniale premoderno il sovrano non distingueva tra l’erario e la propria cassa; nello Stato burocratico moderno quella distinzione è il fondamento stesso della legittimità, perché garantisce che la carica serva la funzione e non il titolare. Misurato su quel criterio, un conto intestato al capo dell’esecutivo che negozia, a fasce di milioni, i titoli delle società regolate dall’esecutivo non è una deviazione interna allo Stato moderno. È un ritorno, sotto vesti finanziarie, alla confusione patrimoniale che lo Stato moderno era nato per superare.

Il consiglio di amministrazione di una società quotata ha una logica precisa, e va riconosciuta per quello che è: massimizzare il valore per gli azionisti, gestire l’aspettativa di mercato, sincronizzare gli annunci con le posizioni. Misurata su questa logica, la sequenza di Pechino è perfettamente coerente. La delegazione di amministratori delegati è una presentazione agli investitori. L’annuncio dei jet è una comunicazione di mercato. Il rialzo che precede il vertice e ignora il suo esito magro è il comportamento di un titolo che reagisce alla narrazione, non ai fondamentali. Una democrazia rappresentativa non funziona così perché non deve massimizzare un valore per azionisti: deve mediare interessi confliggenti di cittadini che non possiedono quote e non ricevono dividendi. Quando il primo schema sostituisce il secondo, la parola «amministrazione» resta, ma designa un’altra cosa.

Le forme della democrazia americana restano in piedi: si vota, esiste un’opposizione parlamentare, un ufficio etico raccoglie e pubblica le dichiarazioni, una stampa indipendente le scava. Non siamo davanti alla fine dichiarata di una repubblica. Siamo davanti a qualcosa di più sottile e, a suo modo, più grave: una repubblica le cui forme sopravvivono mentre la sostanza migra verso un altro modello, quello dell’impresa, senza che nessuno debba mai annunciare il passaggio. Marx, descrivendo un altro potere personale che si era eretto sopra la società facendone il proprio dominio privato, osservava che la storia, la seconda volta, si ripresenta come farsa. Oggi tutto avviene alla luce del sole, in un modulo pubblico, sotto la formula tranquillizzante che non esiste alcun conflitto.

Il riflesso italiano

Si dirà: è una vicenda americana, riguarda un altro ordinamento. Non è così, e la ragione interessa direttamente il lettore italiano.

I nodi che compaiono nel paniere presidenziale non sono astrazioni lontane. BlackRock è presente in modo capillare negli asset finanziari e industriali italiani; l’ecosistema della sorveglianza algoritmica al quale appartiene Palantir lambisce i sistemi di analisi dati delle pubbliche amministrazioni occidentali. La penetrazione di attori privati transnazionali nelle infrastrutture strategiche non avviene, di norma, attraverso un atto politico clamoroso: avviene per via tecnica e contrattuale, nodo dopo nodo, finché la sovranità non si scopre svuotata senza che un solo voto l’abbia formalmente ceduta. L’Italia, in questo, è da tempo un laboratorio.

La misura di quanto sia profondo il mutamento la dà la distanza da una tradizione che pure è stata italiana. Enrico Mattei aveva costruito uno strumento pubblico dell’energia per trattare con il mondo arabo fuori dallo schema delle grandi compagnie anglo-americane, affermando che la collocazione del Paese era una scelta politica e non un destino. Aldo Moro aveva pensato il Mediterraneo come spazio di autonomia e il dialogo con il mondo arabo-palestinese come dimensione propria dell’interesse nazionale. Quella tradizione muoveva da un’idea elementare: che esista una linea fra l’interesse del Paese e quello di chi, in quel momento, ne amministra le leve. È lo stesso confine che, a Washington, il rendiconto dell’ufficio etico mostra ormai cancellato. La sovranità che l’Italia ha smarrito per cessione tecnica è la medesima che, nella prima potenza del mondo, si è dissolta nel portafoglio di chi la incarna.

Il sovrano e il suo conto

La domanda da cui si era partiti – il presidente ha guadagnato? – è, alla fine, la porta d’ingresso, non la stanza. È la domanda che la formula «nessun conflitto di interessi» vuole che ci si fermi a porre, perché è quella a cui si può rispondere con una fascia di valore e un’alzata di spalle.

La domanda esatta è un’altra. Che cosa significa che la prima potenza del pianeta sia retta da un’autorità il cui conto titoli si muove, ogni giorno, lungo le stesse linee che le sue decisioni tracciano, e che premia la coreografia di un vertice più del suo esito? Gramsci, nel carcere, definiva la crisi come il momento in cui il vecchio muore e il nuovo non può nascere, e in quell’interregno si verificano i fenomeni morbosi più svariati. Un conto sovrano che opera come un fondo è uno di quei fenomeni. Non l’anomalia di un uomo, ma il sintomo di un ordine che ha smesso di distinguere fra chi comanda e chi specula.

Le carte dell’ufficio etico americano non provano un reato. Provano qualcosa di più perturbante: che la separazione fra il potere e l’interesse, la linea su cui si reggono le repubbliche, è stata derubricata a formalità dichiarativa. Finché la si dichiara, tutto è in regola. È precisamente questo il punto in cui un’amministrazione smette di amministrare uno Stato e comincia a gestire una compagnia, senza che nessuno debba mai metterlo a verbale.

Note

[1] U.S. Office of Government Ethics, «Periodic Transaction Report (OGE Form 278-T), Donald J. Trump, President of the United States of America», deposito 8 maggio 2026, ricevuto OGE 13 maggio 2026, certificazione Heather Jones, https://extapps2.oge.gov/201/Presiden.nsf (documento pubblico, oltre 100 pagine).

[2] Saijel Kishan, Gregory Korte, «Nvidia Chips, Boeing Jets: Stock Traders Eye Trump in China», Bloomberg, 13 maggio 2026.

[3] OGE Form 278-T cit., voce 4 (Nvidia Corp., acquisto 10 febbraio 2026, fascia 1.000.001 – 5.000.000 dollari) e voce 40 (Nvidia Corp., «unsolicited», acquisto 6 gennaio 2026, fascia 500.001 – 1.000.000 dollari).

[4] OGE Form 278-T cit., voce 29 (Boeing Company Com., acquisto 10 febbraio 2026, fascia 1.000.001 – 5.000.000 dollari).

[5] Carl von Clausewitz, «Della guerra» (Vom Kriege, 1832), trad. it. Mondadori, Milano 1970, libro I, cap. 1, par. 24: «la guerra non è che la continuazione della politica con altri mezzi».

[6] Stephanie Lai, Gregory Korte, «Trump’s financial filings show 3,700 stock trades in three months», Bloomberg, 16 maggio 2026 (ripresa Business Standard, 16 maggio 2026).

[7] Dichiarazione di Matthew Tuttle, amministratore delegato di Tuttle Capital Management, riportata in Bloomberg, 16 maggio 2026.

[8] Dichiarazione di Eric Diton, presidente e amministratore delegato di The Wealth Alliance, riportata in Bloomberg, 16 maggio 2026.

[9] OGE Form 278-T cit., voci 79, 80, 81 (Goldman Sachs Group, Alphabet, Amazon, ordini 9 gennaio 2026, «Solicited Order, Discretion Exercised»); numerose altre posizioni marcate «UNSOLICITED» (voci 1, 9, 22, 32, 33, 40 e seguenti).

[10] Bloomberg, 13 maggio 2026: alla chiusura del 13 maggio Nvidia +2,3%, Tesla +2,7%, Boeing +1,6%, Micron +4,8%, Qualcomm +1,4% rispetto alla seduta precedente, sull’annuncio della delegazione.

[11] TradingKey, 14 maggio 2026: nella seduta del 14 maggio le azioni Nvidia toccano un massimo a 232,35 dollari, con un progresso che supera brevemente il 3 per cento; Boeing in rialzo di circa l’8,84 per cento nel mese sull’attesa della commessa cinese (24/7 Wall St., 13 maggio 2026).

[12] Quiver Quantitative, 14 maggio 2026: stime di rivalutazione delle posizioni dichiarate, calcolate dalla data di acquisto indicata nel modulo OGE. Le percentuali sono indicative e dipendono dal giorno di rilevazione; il dato OGE fornisce solo fasce di valore, non quantità esatte.

[13] «Underwhelming summit outcome in China brings Trump back to reality», Euronews, 15 maggio 2026; «Trump-Xi summit: The 3 big takeaways», CNBC, 15 maggio 2026.

[14] «Trump and Xi Close Beijing Summit: Warm Rhetoric, Nvidia H200 Deliveries Remain Stalled», TechTimes, 15 maggio 2026: nessun chip H200 spedito ai dieci compratori cinesi approvati, terre rare ancora circa il 50 per cento sotto i livelli pre-restrizione, nessun documento firmato sulla governance dell’intelligenza artificiale.

[15] CNBC, 15 maggio 2026: Trump dichiara a Fox News che la Cina ordinerà 200 jet Boeing, «più dei 150 attesi dalla società», ma meno della metà dei 500 inizialmente ipotizzati.

[16] OGE Form 278-T cit., voce 40 (Nvidia, 6 gennaio 2026). Sul nesso temporale con l’autorizzazione del Dipartimento del Commercio: NOTUS, 15 maggio 2026.

[17] Sam Sutton, «Trump went big on tech stocks in first quarter of 2026, new filings show», CNBC, 15 maggio 2026; NOTUS, 15 maggio 2026.

[18] OGE Form 278-T cit., voci 248, 380, 404 (Palantir Technologies, acquisti 18 marzo e 2 marzo 2026, fasce da 50.001 a 250.000 dollari).

[19] OGE Form 278-T cit., voci 331 (BlackRock Inc., 18 marzo 2026), 267 e 594 (Blackstone Inc., 18 marzo e 2 marzo 2026), 79 (Goldman Sachs, 9 gennaio 2026).

[20] Soo Rin Kim, «Trump Bought Corporations’ Stock as His Administration Boosted Their Business», NOTUS, 15 maggio 2026; l’organizzazione Sludge ha dato per prima notizia del deposito.

[21] Dichiarazione del portavoce della Casa Bianca Davis Ingle, citata in CNBC, 15 maggio 2026, e in NOTUS, 15 maggio 2026: «President Trump’s assets are in a trust managed by his children. There are no conflicts of interest».

[22] Risposta di Eric Trump e di Donald J. Trump a un intervento della senatrice Elizabeth Warren su X, riportata in Fortune, 15 maggio 2026: gli attivi sarebbero investiti «in a blind trust by the largest financial institutions in broad market indexes».

[23] Sui trust ciechi dei predecessori: George H. W. Bush e Bill Clinton adottarono blind trust con supervisore indipendente; Barack Obama e Joe Biden non negoziarono titoli azionari durante il mandato. Ricostruzione in Bloomberg, 16 maggio 2026.

[24] Noam Chomsky, Edward S. Herman, «La fabbrica del consenso. La politica dei mass media» (Manufacturing Consent, 1988), trad. it. Marco Tropea Editore, Milano 1998, cap. 1.

[25] Pierre Bourdieu, «La distinzione. Critica sociale del gusto» (La distinction, 1979), trad. it. il Mulino, Bologna 1983, sul potere del linguaggio legittimo.

[26] Susan Strange, «Stati e mercati» (States and Markets, 1988), trad. it. Il Saggiatore, Milano 1998, cap. 2, sul potere strutturale.

[27] Giovanni Arrighi, «Il lungo XX secolo. Denaro, potere e le origini del nostro tempo» (The Long Twentieth Century, 1994), trad. it. il Saggiatore, Milano 1996, sulla finanziarizzazione come segnale di autunno di un ciclo egemonico.

[28] Naomi Klein, «Shock economy. L’ascesa del capitalismo dei disastri» (The Shock Doctrine, 2007), trad. it. Rizzoli, Milano 2007, introduzione.

[29] OGE Form 278-T cit.: ricorrono a più riprese posizioni in ETF settoriali State Street SPDR (Industrial Select, Energy Select) e in fondi indicizzati S&P 500, in numerosi casi marcati «UNSOLICITED» (cfr. voci 20, 42, 178, 197, 476 e seguenti).

[30] Max Weber, «Economia e società» (Wirtschaft und Gesellschaft, 1922), trad. it. Edizioni di Comunità, Milano 1961, sulla distinzione fra appropriazione patrimoniale della carica e amministrazione burocratica moderna fondata sulla separazione fra l’ufficio e chi lo ricopre.

[31] Karl Marx, «Il 18 brumaio di Luigi Bonaparte» (1852), trad. it. Editori Riuniti, Roma 1964, sulla figura del potere personale che si erge sopra la società e ne fa il proprio dominio privato.

[32] OGE Form 278-T cit., voci 248 e seguenti (Palantir Technologies, classe A).

[33] Antonio Gramsci, «Quaderni del carcere», Quaderno 3, par. 34, edizione critica a cura di Valentino Gerratana, Einaudi, Torino 1975: «la crisi consiste appunto nel fatto che il vecchio muore e il nuovo non può nascere: in questo interregno si verificano i fenomeni morbosi più svariati».