L’intervento dello scrittore su una convivenza difficile. Un appello per le aree interne spesso destinate a marginalità e spopolamento

Uomini, cani e lupi: cosa possiamo imparare dalla morte di Osso

(di Michele Serra – repubblica.it) – Se ho deciso di raccontare un’esperienza molto privata, la morte di uno dei miei cani ucciso dai lupi a duecento metri dalla casa dove abito in Appennino, è perché ho voce, e ho sentito il dovere di rendere pubblico un problema che condivido con una specie che voce non ha: gli umani di montagna, i miei vicini di vallata. La quantità impressionante di reazioni suscitate (giornali, tivù, radio, social) dimostra che il problema è, diciamo così, di grande impatto sentimentale. Ma la qualità media dei commenti – specie sui social, e non è una novità – dimostra che è molto poco conosciuto, messo a fuoco, pensato: molti parlano a vanvera, molti senza avere letto quello che ho scritto. L’approssimazione sui termini, sui luoghi, sui fatti lascia pensare che la rottura del rapporto uomo-natura, conseguenza della grande urbanizzazione del Novecento, sia senza rimedio.

Città e campagna non parlano più la stessa lingua. Stiamo parlando di ciò che rimane della presenza umana sui crinali e nelle valli: quella residua, i vecchi che hanno resistito, e quella di ritorno, in genere giovani coppie che scelgono di risalire in quota per allevare, coltivare, aprire agriturismi. In burocratese sono le cosiddette “aree interne” (il 60 per cento del territorio nazionale) che questo governo ha dichiarato, in sostanza, irrecuperabili, destinate allo spopolamento e alla marginalità – ovvero: destinate a rimanere ciò che già sono. La resilienza degli abitanti di questi luoghi (nei quali, lo dico per gli idioti che hanno scritto del “milanese che va a spasso nei boschi con il suo cagnolino”, io vivo da diciotto anni, coltivo la terra, curo i fossi e il bosco, ho forti vincoli con persone e cose) è decisiva. Perché fa argine all’abbandono, al dissesto idrogeologico e, chiamiamolo così, al dissesto psicologico prodotto dall’isolamento. Perché è cura del mondo. Chi scrive che la natura “si autoregola” ha ragione in riferimento al Giurassico; e alle future ere innominate che seguiranno la scomparsa della specie umana.

Ma nell’Antropocene, qui e ora, è l’uomo che, dopo avere squinternato le connessioni e gli equilibri con gli altri esseri viventi, ha il dovere e il potere di prendersi cura della vita sulla Terra. Senza il governo degli umani, tanto per fare l’esempio più facile, non esisterebbero i parchi nazionali, le aree protette, le politiche di tutela e conservazione. Molte specie si sono estinte per mano degli uomini, la loro avidità e loro invadenza. Molte specie sono ancora sulla Terra per l’accudimento e la protezione degli uomini: il lupo tra queste. Il ritorno del lupo è un successo ormai consolidato, dopo circa mezzo secolo di prezioso lavoro di tutela.

Per chi vive in Appennino è una ragione in più per rimanerci: il risanamento di un ambiente che senza il suo predatore apicale era decapitato. Una rinascita. Ma non siamo a Yellowstone. Non ci sono sconfinate foreste e praterie, a disposizione del lupo. Ci sono spazi generosi e magnifici, ma da condividere con gli umani, e in simbiosi con loro le mucche, le pecore, le capre, le oche, le galline, i cavalli, gli asini. E i cani. L’insieme di queste componenti è “l’ambiente”. Se si è ambientalisti per davvero è con l’ambiente nel suo complesso che si devono fare i conti. E se si è animalisti, e non per vezzo o per moda, sono animali anche i cani, da secoli abitanti delle campagne, delle aie, dei giardini, delle aree adiacenti alle case. Non sono gingilli da salotto, i cani, ma corridori da prato e da foresta, secondo la loro indole. Che può e deve essere controllata, ovviamente: ma non omessa. Il cane non nasce al guinzaglio, fuori dalle città. Il mio cane è vissuto da cane, parte integrante dell’ambiente dove è nato e morto. Accudito, controllato, ma a tratti lasciato libero, con gli altri cani, di scorrazzare attorno a casa: nel suo territorio.

In questo senso le paternali e i rimbrotti per “avere lasciato libero il cane” valgono per le buone intenzioni che li muovono, ma non tengono in alcun conto come si vive tra i monti. I miei cani dormono in casa e dall’imbrunire in poi hanno a disposizione un grande recinto. Ma la custodia non è un ergastolo, e nessuno, essere umano o cane, può accettare di vivere sui crinali barricandosi giorno e notte perché ci sono i lupi. Cercare i grandi spazi naturali e poi essere costretti a viverci da reclusi è indizio di uno squilibrio: c’è qualcosa non va. C’è qualcosa da correggere. Essere cauti e essere atterriti non è la stessa cosa.

Convivere con il lupo, come tutti desideriamo fare, non può significare sottomettere alle sue esigenze quelle di tutti gli altri abitanti del suo territorio: che non è solamente il suo. Il rischio zero non esiste, tanto meno nella vita naturale, dove la predazione è regola e la morte è di casa. Ma, come ogni rischio, può essere molto ridotto ragionando sulla situazione per come è, non per come dovrebbe essere; ascoltando le ragioni degli altri e non limitandosi a ribadire le proprie come se fossero la sola legge; cercando di mettere insieme esigenze anche molto diverse, perché uomini e lupi, galline e cani, non la vedono allo stesso modo. A giudicare da quanto ho letto, sentito, capito negli ultimi giorni, non sono ottimista. Un tecnico faunistico di alto livello, dipendente regionale, con il quale parlo da anni di uomini e lupi, mi dice sconsolato: “è una guerra tra due religioni opposte, e ogni mediazione, ogni compromesso tra ragioni diverse mi sembra impossibile”.

Provo a tradurre: da una parte spinge la lobby delle doppiette, molto potente nel governo Meloni-Salvini e in quella dependance governativa che è diventata Coldiretti. Per loro contano solo le attività umane, compresa ovviamente la caccia, e le specie non umane sono appena un accessorio. Se i lupi sono in soprannumero, basta eliminarne un bel po’. Dall’altra ci sono quelli che confondono la salvaguardia della specie con l’intoccabilità di ogni singolo esemplare. Non capiscono che ogni allevamento di montagna, compatibile con una vita dignitosa e sana degli animali, che chiude i battenti perché si sente sconfitto dai lupi, è un favore fatto agli allevamenti intensivi e alla indecenza della reclusione animale in orribili gabbie. Nonché un peggioramento netto della qualità del cibo. Le recinzioni elettrificate fanno molto: eppure perfino gli allevatori, quando è stagione, espongono le loro bestie al libero pascolo, e la tutela dei cani da guardiania, sebbene efficace, non è assoluta. Né i risarcimenti bastano a cicatrizzare il trauma e ridurre l’ansia. Sperando che nessuno dica anche a loro, davanti alla pecora scannata: “è colpa tua, dovevi tenerla rinchiusa”.In mezzo ai due poli opposti lavorano fior di tecnici e di studiosi che si occupano del lupo, e della convivenza con gli uomini, da molto tempo. Fanno un lavoro prezioso e paziente sul territorio, anche con buoni risultati. Sanno molto, fanno molto, affiderei soprattutto al loro parere e alla loro esperienza ogni decisione sul da farsi: ovvero, su come gestire la presenza esuberante e forse esondante del lupo in Italia. Ma le decisioni che pesano, e i finanziamenti che servirebbero (per esempio per un monitoraggio non occasionale della fauna selvatica: l’ultimo censimento del lupo è del 2021), dipendono dalla politica e dalle istituzioni annesse, prima tra tutte l’Ispra, Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale.

In Parlamento c’è qualcuno che si alza strillando “spariamo al lupo!”, ma è solo folklore. Prevarranno l’indecisione, il timore di perdere voti dall’una o dall’altra parte, e tutto verrà affidato al caso, alla pazienza di chi subisce danno, alla speranza che “il lupo sdi regoli da solo”, come mi scrive qualche animalista molto ma molto ottimista.Nel frattempo vale quello che dice il mio amico Massimo Castelli, ex sindaco in Val Trebbia, tartufaio (cane senza guinzaglio!), ex portavoce delle aree di montagna, che nel 2019 ebbe una standing ovation in Parlamento per un suo discorso appassionato sulla vita nelle valli: i Lupi sono una specie in espansione, gli Umani dei Monti una specie in estinzione, bisogna trovare la maniera di farle convivere.