
(di Michele Serra- repubblica.it) – Tra le (poche) notizie rassicuranti, l’impressionante record dei 13 milioni di abbonati al New York Times — giornalismo “classico” sebbene tecnologicamente riformato — è una delle più significative. Un giornale è un’agenzia di selezione delle notizie e di impaginazione del mondo.
Lo comperi e lo leggi se ti fidi di un lavoro che non è il tuo, così come quando vai dal dentista piuttosto che trapanarti da solo i denti, o sali su un aereo sapendo che non sarai tu a pilotarlo (anzi: proprio perché sai che non sarai tu a pilotarlo).
Il successo di un giornale è dunque in schietta controtendenza rispetto all’idea che ognuno di noi sia in grado, navigando, di capire in proprio come funziona il mondo; confezionando un collage di letture varie, articoli, materiali i più disparati che possono essere anche, se non tutti alcuni, di buona qualità: ma non sono “un giornale”.
Un giornale non sei tu che lo confezioni. Lo leggi proprio perché concepito e deciso da altri, e ti alleggerisce dall’ossessione/illusione di “farcela da solo”. Pagando uno specifico servizio professionale, riconosci ad altri una padronanza della materia che sai di non avere.
Ovviamente il rischio che l’informazione “fai da te”, sprovvista di filtri e di anticorpi, esposta a qualunque virus cognitivo, e però gratuita, continui a prosperare nella parte meno avvertita e più esposta dell’opinione pubblica, è quasi una certezza.
Ma se anche i lettori del NYT dovessero essere un’élite, un’élite di tredici milioni di persone è una consolazione culturale e politica. Dopo anni di contagio dal basso verso l’alto, chissà che l’alto non riesca a contagiare il basso, prima o poi.
“Pagando uno specifico servizio professionale, riconosci ad altri una padronanza della materia che sai di non avere.”
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Non ridevo così tanto da quando mio nonno mi teneva sulle ginocchia… e guardavamo alla tivvù Gino Bramieri che raccontava le barzellette.
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E’ rimasto traumatizzato dalla morte del cane, molto traumatizzato.
Il successo di un giornale è dunque in schietta controtendenza rispetto all’idea che ognuno di noi sia in grado, navigando, di capire in proprio come funziona il mondo; confezionando un collage di letture varie, articoli, materiali i più disparati che possono essere anche, se non tutti alcuni, di buona qualità: ma non sono “un giornale”.
Il successo di un giornale dipende dalla qualità delle notizie e da e dall’oggettività delle opinioni.
Il giornale va analizzato, criticato e non accettato in modo fideistico.
Infine, mentre dal dentista ci va solo chi ha male ai denti e sull’aereo ci sale solo chi ha l’esigenza di percorrere grandi distanze in tempi brevi; i lettori di giornale sono di due tipi: quelli che lo leggono perchè il giornale dice loro quello che gli piace sentire e quelli che lo leggono in modo critico dove la notizia costituisce il punto di partenza e non di arrivo.
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che confusionee….sara percheè leggiamo… cioè ricapitolando, 13 milioni sarebbero l’élite (grazie a Serra ho scoperto che si scrive con l’accento acuto) che non saprebbero farsi un’opinione se non ci fosse la super élite che visiona, filtra, screma e traduce in volgare le notizie che la sotto élite da sola non sarebbe capace di interpretare. Tipo che a Gaza non è vero che si sta compiendo un genocidio ma si sta difendendo il diritto di esistere della “sola o sòla democrazia del medio oriente” o che le svariate guerre intraprese dalla prima democrazia del mondo libero sono esportazioni, fallite, dei valori democratici occidentali. Oh ora è tutto chiaro. CAPITOOO
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