
(estr. di Pasquale Tridico – ilfattoquotidiano.it) – […] Il decreto Lavoro del governo Meloni si presenta come una risposta al problema del lavoro povero, ma è solo un’operazione di facciata. Dietro la formula del “salario giusto” c’è solo retorica e nessuna svolta normativa. Ci sono incentivi e bonus già esistenti che vengono prorogati e ora condizionati a una formula incerta quale il “salario giusto” che rischia addirittura di ridurre quegli incentivi e renderne meno oggettiva l’applicazione, più arbitraria e selettiva. Del resto, ai lavoratori di quei bonus non va un centesimo perché si tratta di esoneri per le imprese.
[…] Esiste una direttiva europea sui salari minimi, esiste l’art 36 della Costituzione che ha una portata più forte della retorica del “salario giusto”, ed esiste la contrattazione collettiva, ma si continua a non affrontare il nodo centrale: l’assenza di una tutela salariale minima legale e indicizzata all’inflazione contro il lavoro povero, realmente efficace per permettere una vita dignitosa a tutti i lavoratori. La strategia dell’esecutivo punta apparentemente a valorizzare i contratti collettivi “comparativamente più rappresentativi” (Cpr). Ma senza un criterio certo per stabilire quali siano davvero questi contratti e senza una soglia salariale chiara, il rischio è che la risposta al lavoro povero resti solo sulla carta. In un mercato del lavoro frammentato, con incertezza nell’identificare i datori di lavoro rappresentativi oltre che i sindacati dei lavoratori, con perimetri incerti tra i diversi settori, tra industria, artigianato, forme cooperative, e segnato da contratti pirata, part-time involontario, lavoro a termine e precarietà, affidarsi soltanto alla contrattazione collettiva significa lasciare irrisolto il problema della povertà lavorativa.
Infatti, il punto più delicato riguarda proprio il rapporto tra il decreto e l’articolo 36 della Costituzione. Il governo sembra voler blindare per legge i minimi contrattuali dei Cpr, ma la giurisprudenza della Cassazione e le diverse sentenze dei tribunali nel 2023 hanno chiarito che nessun contratto collettivo può impedire al giudice di verificare se la retribuzione sia davvero sufficiente e proporzionata. In altre parole, il decreto non può cancellare il controllo giudiziario sulla dignità della paga, anche se per legge si chiama “salario giusto”. Ad esempio, ‘giusto’ non era il Ccnl della Vigilanza con salario a 5 euro che il Tribunale di Milano ha disapplicato, pur essendo Cpr.
A rendere ancora più debole l’impianto del provvedimento è la scelta di sostituire il salario minimo con il concetto di “trattamento economico complessivo”. È una formula più opaca, che mescola paga base, indennità, premi e altre voci accessorie, senza garantire una soglia chiara e comprensibile di retribuzione oraria. C’è bisogno di una scelta molto più coraggiosa ed efficace: fissare un vero limite alla povertà salariale, non lasciando spazio a interpretazioni e aggiramenti. La realtà economica italiana rende questa cautela ancora meno giustificabile. Secondo i dati Ocse, l’Italia è l’unica grande economia avanzata in cui i redditi da lavoro non hanno tenuto il passo dell’inflazione post-Covid: a inizio 2025, il potere d’acquisto dei salari reali risultava ancora inferiore dell’8% rispetto al 2021, in un contesto di lungo periodo già drammatico caratterizzato dalla peggiore dinamica salariale tra le economie avanzate negli ultimi 30 anni. E secondo l’Ocse, il salario minimo, che esiste in quasi tutti i paesi dell’Ue, ha protetto i lavoratori a salario più basso dall’inflazione. Il confronto europeo è impietoso. Restare l’unico grande paese Ue privo di un salario minimo legale non è un segno di autonomia sindacale, ma di debolezza di un sistema che, senza tutele minime, si presta a un dumping salariale diffuso.
[…]
L’Italia continua a rinviare una decisione strutturale, nascondendosi dietro la retorica della contrattazione collettiva. Ma senza una legge sulla rappresentanza, senza controlli efficaci e senza minimi certi, la contrattazione da sola non basta a proteggere i lavoratori più deboli. Il governo preferisce quindi puntare su bonus temporanei, proroghe di incentivi e formule linguistiche rassicuranti. Ma il problema non si risolve con un lessico nuovo: servono scelte chiare. Una legge sulla rappresentanza, un salario minimo legale indicizzato all’inflazione e il contrasto ai contratti pirata sarebbero stati strumenti più coerenti per affrontare davvero il lavoro povero. […]
La direttiva Ue sui salari minimi adeguati chiede proprio di rafforzare la protezione dei lavoratori e la qualità della contrattazione, non di sostituire tutele concrete con formule generiche. Questo decreto cerca di chiudere la partita del salario minimo senza risolvere la povertà di chi lavora, sperando che la propaganda basti a coprire l’assenza di una visione economica.
Art. 35. La Repubblica tutela il lavoro in tutte le sue forme ed applicazioni. Cura la formazione e l’elevazione professionale dei lavoratori. Promuove e favorisce gli accordi e le organizzazioni internazionali intesi ad affermare e regolare i diritti del lavoro. Riconosce la libertà di emigrazione, salvo gli obblighi stabiliti dalla legge nell’interesse generale, e tutela il lavoro italiano all’estero.
^^^^^^^^
Ciao ,ciao, bambina…. e il garante che dice,che dice?
"Mi piace""Mi piace"