60mila abitazioni da ristrutturare, il resto lo fa un fondo Cdp-Emirati in 10 anni…

(di Carlo Di Foggia – ilfattoquotidiano.it) – L’obiettivo-slogan lo ribadisce Giorgia Meloni nella conferenza stampa al termine del Consiglio dei ministri: “Centomila nuovi alloggi in dieci anni”. In realtà, di certo, diciamo così, ci sono 60mila vecchie “case popolari” – non nuovi alloggi, ma ristrutturazioni di abitazioni oggi inagibili – il resto è affidato a un po’ di recupero del patrimonio pubblico e agli affari immobiliari privati incentivati dallo Stato in cambio di una quota da affittare o da vendere a prezzi un po’ inferiori a quelli di mercato, opportunamente declinati negli inglesismi oggi di moda: Social Housing (fasce in difficoltà moderata), il più lucroso Affordable Housing (ceto medio vero) etc. La cornice legislativa si completa con le solite semplificazioni per i passaggi urbanistici, commissari straordinario e (ma coi tempi lunghi di un disegno di legge) sfratti più veloci.
Eccolo il “Piano casa” che il governo annuncia da un paio d’anni e approvato ieri in Cdm con un decreto non ancora chiuso, che ieri ha fatto già litigare due ministri. Matteo Salvini voleva escludere le Sovrintendenze sui vincoli urbanistici, specie nei centri storici, fermato dal titolare dei Beni culturali, Alessandro Giuli (“è incostituzionale”). Per ora niente pieni poteri al ministero del leghista, ma i poteri degli enti potrebbero essere limitati, sulla falsariga di quanto fatto nel Pnrr per gli studentati.
Breve premessa. L’Italia non vede un grande piano di edilizia residenziale pubblica dagli anni 60 e infatti è l’unica categoria di alloggi che scarseggia: è sotto la media Ocse – il 6% del patrimonio abitativo, contro oltre il 10% – e vede circa 750mila alloggi costruiti, di cui 650mila assegnati e il resto inagibile per mancanza di manutenzione od occupato abusivamente.
In questo scenario si inserisce il “piano” di Meloni&Salvini, in sostanza una goccia nel mare, che conta su “tre pilastri”. Il primo prevede di ristrutturare 60mila alloggi Epr e riassegnarli “in tutte le Regioni”, spiega Salvini, che però cita solo i “17mila nella mia Lombardia”. Il ministro delle Infrastrutture promette: “Saranno pronti in un anno”. Una quota andrà anche a nuovi alloggi, non quantificati. Qui ci sono 1,7 miliardi a disposizione, di cui uno dalle leggi di Bilancio, ai quali si potrebbero aggiungere “oltre 4 miliardi”, dice Meloni, oggi inseriti nei programmi di “rigenerazione urbana” dei comuni, da assegnare con decreti di Palazzo Chigi (e qui toccherà al commissario).
Il secondo pilastro, il più fumoso, prevede di accorpare tutte le risorse dei piani di “housing sociale”, soprattutto recupero di immobili pubblici, in un fondo gestito da Invimit, la società immobiliare del ministero dell’Economia. A disposizione ci sono “solo” 100 milioni per far partire il fondo, il resto arriverebbe dai Fondi di coesione se Bruxelles darà l’ok (“fino a 3,6 miliardi”, spiega il ministro degli Affari Ue, Tommaso Foti).
Infine c’è il terzo pilastro, l’affare per i privati. Funzionerà così: lo Stato nomina un commissario che concede una corsia preferenziale per investimenti oltre il miliardo, a patto che il 70% degli alloggi venga venduto o affittato con uno sconto del 33% rispetto al mercato. Chi lo farà? Qui la forma è bizzarra perché Palazzo Chigi sta mettendo in piedi un fondo immobiliare con la pubblica Cassa depositi e prestiti e il fondo sovrano degli Emirati arabi, Mubadala Investment. Si parte con 1 miliardo, Cdp mette 420 milioni, ma della partita faranno parte anche Poste e le casse di previdenza invitate dal governo, azionista della prima e vigilante delle seconde. Problema: il fondo sarà lussemburghese e affidato a una società privata di manager fuorusciti da Hines Italia, colosso attivo in grandi speculazioni immobiliari a Milano e Roma, con in testa l’ex responsabile Mario Abbadessa.