(di Marcello Veneziani) – Il miracolo di Donald Trump è di avere messo d’accordo tutti, destra e sinistra, conservatori e progressisti, cattolici e protestanti, cristiani e laici nel considerarlo pericoloso e nocivo per l’America e per il mondo intero. Anche da noi, sulla scia del papa, Mattarella, Meloni e Schlein per una volta si sono trovati sulla stessa linea antitrumpiana. Criticando Trump (e Netanyahu) si guadagnano punti, e ancor più se si viene attaccati da lui. L’oltraggio al Papa è stato l’ultimo atto di un’escalation di follie, minacce e aggressioni compiuto nel giro di pochi mesi. È il punto più alto, o meglio più basso, raggiunto sul piano simbolico; mentre sul piano delle minacce, l’avviso che in una sola notte avrebbe fatto sparire per sempre una civiltà millenaria, resta forse la più becera spacconata. Così come la dichiarazione che per lui il diritto internazionale non conta nulla perché quel che conta è solo la sua individuale coscienza, o meglio la sua personale valutazione, è un’altra perla del suo abuso di potere. Se mettiamo insieme le tre dichiarazioni e le colleghiamo ai comportamenti, alle pretese assurde, come quella sulla Groenlandia, agli attacchi, dal Venezuela all’Iran, arriviamo a una sola conclusione: il principio che ispira Trump è che non ci sia niente e nessuno al di sopra di lui, e quel che lui pensa è il pensiero del mondo, del vero e del giusto. Non una religione, non una tradizione, non una civiltà, non una norma o un diritto, e nemmeno un confronto, una relazione con gli altri; conto solo io, per dirla nel gergo di un adolescente disturbato.

Ma è inutile addentrarsi nei territori della psicopatologia: quel che contano sono le cose che dice e che fa.

Come definirlo sul piano politico? Autocrate, in senso letterale. Siamo abituati a considerare gli autocrati come dittatori e non come presidenti di una repubblica, liberamente e democraticamente eletti, come è stato Trump. Ci riferiamo a Putin, a Deng, a Erdogan e altri. Ma quegli “autocrati” devono vedersela con tradizioni e assetti di potere preesistenti, dalla Chiesa ortodossa al Partito Comunista, dall’Islam alla tradizione antica, plurale e millenaria dei loro Paesi. Trump invece subordina tutto a sé come in quell’immagine blasfema di lui taumaturgo e messia nella luce soprannaturale, come Cristo Re, seppur nel paradosso ironico di un’icona pop: è lui la fonte di tutto, da lui discende ogni cosa, il bene e il male, la salvezza e la dannazione. Un dio a tempo, a scadenza programmata, dalla durata non replicabile di altri due anni e mezzo. Il mondo è sottoposto al Grande IO, Dionald.

Un’immagine inquietante, dal vivo, è stata quel rito parareligioso celebrato nello studio ovale della Casa Bianca: tutti intorno a Trump, collegati come in una seduta spiritica o una messa capovolta, e lui al centro, seduto, come una specie di Medium Supremo, in confidenza con l‘Altissimo, se non identificato con Lui.

Per evitare soluzioni truci e più drastiche, a questo punto non resta che auspicare l’impeachment per un soggetto così fuori controllo, che non risponde a niente e a nessuno e detiene un potere unico al mondo, inclusa la famosa valigetta, il mitico bottone nucleare. Non si può lasciare il mondo nelle mani di un uomo solo, per giunta così squilibrato; non si possono lasciare a lui decisioni così importanti con ricadute e conseguenze planetarie. Ci dev’essere la possibilità di fermarlo con un’azione coordinata e concordata. E il fatto che il suo unico, vero alleato nel mondo, Benjamin Netanyahu, lo tenga in pugno per motivi apparentemente misteriosi, aggrava ancor più la sua posizione. Il premier israeliano ritene che lo stato ordinario debba essere la guerra permanente, fino all’eliminazione totale dell’avversario e di chiunque sia ritenuto una minaccia per Israele. Per durare, per non sottoporsi al voto e ai processi, per sottrarsi all’accusa processuale di crimini contro l’umanità, deve tenere in tensione perenne Israele, il Medio Oriente e l’intera opinione pubblica mondiale, attraverso l’emergenza permanente della guerra, e poi negli intervalli l’abbozzo di qualche trattativa. Ha bisogno di Trump, come Trump, non si sa perché (si sospettano ricatti e pressioni), ha bisogno della sua sponda.

Che Trump abbia superato ormai la soglia di sopportazione lo conferma il fatto che lo pensano anche nel MAGA e i movimenti cristiani che lo hanno sostenuto. Trump sta procurando una serie di danni al mondo, tra guerre, dazi, conseguenze economiche delle crisi che ha provocato, timori diffusi, caos; e poi discredito per tutte le forze conservatrici, nazional-populiste, variamente sovraniste e d’ispirazione cristiana. Col rischio aggiuntivo di rendere un servigio alla Cappa e scoraggiare d’ora in poi ogni outsider che voglia tentare di sottrarsi ai poteri sovrastanti.

Trump rischia di ridare fiato anche ai più sfiatati tromboni del progressismo: e lo conferma, tra le altre cose, il fatto che persino Kamala Harris, ingloriosamente sconfitta alle ultime elezioni per la Casa Bianca, abbia rialzato la cresta. E così la famiglia Obama…

Bisogna fermarlo o neutralizzarlo prima che sia troppo tardi, e farlo nel modo più civile e incruento possibile, con trasparenza, nel rispetto delle leggi e nell’accordo comune delle parti, nel nome degli interessi generali, del bene comune universale e dei valori minimi condivisi. Forza, mandatelo a casa.