Una democrazia senza voce. E il declino della parola si riflette nell’incapacità di prendere decisioni efficaci e coraggiose

(di Ernesto Galli della Loggia – corriere.it) – «Non potendo mobilitare più soldati, Churchill mobilitò la lingua inglese e la mandò in battaglia contro Hitler». Non si sa bene chi l’abbia detto (spesso la frase è attribuita a John Kennedy) ma di sicuro è un’evocazione efficace non solo delle straordinarie capacità oratorie del grande primo ministro inglese ma di qualcosa di più importante: del valore che ha nella politica dei regimi democratici la parola, il discorso. Beninteso però se si tratta della parola detta — impugnando al massimo un foglietto di appunti da sbirciare ogni tanto o magari imparata a memoria — non già della parola detta solo in apparenza ma in realtà letta quasi parola per parola, gettando disperatamente l’occhio ogni pochi secondi su un testo scritto.
Perché nella democrazia è così importante la parola? Perché il discorso è il momento per eccellenza nel quale chi rappresenta il popolo si sottopone in modo diretto al giudizio di questo, comunica oltre le proprie idee qualcosa di più importante: la propria personalità, il proprio modo d’essere; manifesta la propria autenticità, e dunque la reale sincerità delle proprie posizioni, ovvero ne tradisce il carattere spurio. Anche la postura, il gesto, il tono della voce di chi parla dicono moltissimo, e anche da questo chi assiste a un discorso si accorge subito se chi ha di fronte sa di che cosa sta parlando, se ci crede davvero.

Ma in Italia di tutto ciò non si vede neppure l’ombra: e se ne dà la colpa al fatto che ormai la comunicazione politica avviene quasi esclusivamente in televisione. C’è televisione e televisione però, e il punto sta nel come le trasmissioni vengono condotte. Ad esempio, obbligare gli esponenti politici a interventi al massimo di due-tre minuti produce per ciò stesso quello che vediamo ogni sera: una serie di filastrocche sincopate fatte di stereotipi, brevi discorsi gergali, quasi sempre aggressivamente assertivi. Tanto più che il conduttore o conduttrice italiano tipo adotta in genere uno di questi due comportamenti che non fanno che peggiorare le cose: o lascia parlare a macchinetta l’oratore, consegnandolo al suo destino di compiaciuto quanto superfluo manichino ventriloquo, ovvero lo interrompe assalendolo brutalmente, di fatto quasi sempre impedendogli di continuare. Rarissimo infatti nelle nostre tv è il caso in cui chi conduce la trasmissione chieda invece al suo ospite, ad esempio, che cosa farebbe lui al posto dei suoi avversari, o con quali risorse finanzierebbe le innumerevoli cose da fare che egli ha appena enumerato, ovvero che obietti ma con qualche dato alle presunte mirabilie compiute dal governo appena elencate dal sostenitore di questo presente in studio.

Ma come sempre il cattivo esempio viene dall’alto: in questo caso dal Parlamento. Costituito in maggioranza da eletti ignoti ai propri elettori ma cooptati dalle rispettive segreterie di partito, titolari di percorsi scolastici approssimativi, perlopiù con scarsa padronanza della lingua italiana in specie della sintassi e con un eloquio dal lessico desolante e dal forte accento dialettale, non è certo su di essi che la vita politica del Paese può contare per un’adeguata dimensione retorico-discorsiva. E del resto molto opportunamente nel nostro Parlamento a dispetto del suo nome non si parla, ma perlopiù si legge. E anche questo si fa male: in genere cercando di inzeppare vorticosamente quante più parole possibili nel tempo a disposizione.

La democrazia italiana insomma rimane una democrazia incapace di parlare. Incapacità che è parte di quella sua incapacità più sostanziale aggravatasi col tempo di cui parlava qualche giorno fa Angelo Panebianco da queste colonne: l’incapacità di prendere decisioni forti, incisive, quelle che cambiano la vita delle persone; la paura di avere coraggio di cui anche il governo della destra si mostra come tutti gli altri prigioniero e che da sempre è la via maestra che conduce al declino storico di un Paese. Al nostro declino.

Al Paese e ai cittadini non si parla con le interviste o con i finti libri confezionati a pagamento nelle stanze delle case editrici; e la puntuale rissa serale negli studi televisivi italiani è solo la triste parodia di un reale dibattito politico. La grandezza dei propositi, l’importanza delle decisioni hanno bisogno delle parole per dirlo. Se mancano queste, se una classe politica conosce solo la dimensione del battibecco parlamentare, della voce alzata in modo stentoreo alla fine dell’«intervento» nell’aula di Montecitorio solo per strappare l’applauso, allora vuol dire che quella classe politica non ha sostanzialmente nulla da dire, non ha idee, e che perciò non sa neppure che cosa fare. Da tempo, da troppo tempo, gli italiani hanno il fondato sospetto che le cose stiano proprio così.