(Andrea Imperia – lafionda.org) – Sono di sinistra, di quella che non esiste più. Non posso e non intendo riconoscermi in quella di oggi e sento il bisogno di scriverlo pubblicamente, soprattutto a beneficio di quanti condividano le mie idee.

Sono per il diritto dei palestinesi a uno Stato, non per la distruzione di Israele. Nonostante i gravi crimini che il governo israeliano sta commettendo, che perpetuano l’odio e allontanano una soluzione negoziata, credo che un giorno in Terra Santa ebrei e musulmani vivranno pacificamente nel reciproco rispetto. Non può essere altrimenti. L’alternativa è il genocidio senza fine del popolo palestinese, la deportazione dei sopravvissuti e uno stato di guerra permanente di Israele con gli arabi. Quale popolo può riconoscersi in uno Stato che commette crimini? Come può sopravvivere e prosperare con un simile peso? Se una soluzione in tanti anni non è stata trovata, la responsabilità è della violenza criminale degli estremismi, delle loro utopie di distruzione reciproca e di sterminio, non dell’utopia della pace. Per trovare una via d’uscita servirebbero statisti di altissimo livello, persone di straordinario spessore politico, in grado di rifiutare l’istinto della violenza, di far superare ai propri popoli ogni boicottaggio della pace, per quanto doloroso e inaccettabile possa apparire. Servirebbe un cambio radicale, oggi impensabile, nella politica israeliana, araba, americana, europea.

Penso che l’errore di Putin sia stato cadere nella provocazione americana che durava da decenni con l’estensione della NATO a est, in spregio alle promesse fatte a Mikhail Gorbaciov nel 1990 nel contesto della riunificazione tedesca, alla collaborazione militare con la NATO ed economica con l’Europa, cui la Russia ha fornito gas a basso costo per vent’anni, favorendone la crescita. Sono convinto che la guerra sia stata fortemente voluta e sostenuta dagli Stati Uniti allo scopo di separare economicamente e politicamente l’Europa dalla Russia, di indebolire, se non addirittura frammentare, la Russia e mettere le mani sulle sue immense risorse. La Russia ha un PIL di poco superiore a quello della Spagna. Nessuno lo dice. Altrimenti chi crederebbe che possa muovere guerra alla NATO e che un gigantesco riarmo europeo — in deroga alle regole di Maastricht che continueranno a valere per la spesa sociale — sia necessario e urgente? Può usare l’atomica se invasa, questo sì: è parte della sua dottrina strategica. Ma non ha alcuna convenienza a provocare un conflitto diretto con la NATO.

Per cercare una soluzione ai gravissimi conflitti che viviamo servirebbe un radicale cambiamento della politica degli Stati Uniti. Occorrerebbe una visione realistica, lungimirante e, in un certo senso, generosa, in grado di pensare al mondo com’è, invece di tentare di resuscitarne uno finito e illudersi di poter avere ancora un ruolo egemone, ormai al tramonto. Una politica che prenda atto del ruolo dei nuovi protagonisti della politica e dell’economia mondiale e li coinvolga nel governo dei problemi globali; che definisca regole e confini, nuovi equilibri, nuovi compromessi; che promuova e governi forme di collaborazione mutuamente vantaggiose con Cina, Russia, Brasile, India. E che soprattutto non provochi nuove pericolose polarizzazioni. Solo così gli USA possono ancora avere un ruolo di guida, tornare davvero a essere grandi. Usare la forza ha costi altissimi in termini di vittime civili e in termini economici, destabilizza intere aree del pianeta, perpetua l’odio e sposta in avanti di generazioni la ricerca di soluzioni. Tanto meno probabile è l’assunzione di tale responsabilità da parte dell’attuale amministrazione USA, tanto più l’Europa deve intraprendere una strada autonoma, sull’esempio della Spagna, invece di cercare, senza alcuna strategia generale, di ritagliarsi un ruolo militare ed economico alla ricerca di qualche vantaggio nazionale.

Non sopporto la cultura woke, né i suoi annessi e connessi. Credo nella classe sociale e non nel genere. Non ero favorevole al referendum sull’immigrazione perché l’Italia non è un autobus su cui salire per entrare in Europa. Per avere la cittadinanza italiana devi voler diventare italiano, non europeo. Non devi volere un permesso di soggiorno permanente e un lasciapassare per muoverti a piacimento nell’area Schengen. Sono cose diverse. Prima di poter diventare cittadino devi integrarti, vedere se è ciò che vuoi, capire e farti capire, tenendo conto che sei tu a bussare alla porta altrui, non viceversa. E per questo occorrono anni. Meno che mai sono d’accordo con chi pensa che la propria opinione possa prevalere sulla legge votata dal Parlamento italiano in tema di immigrazione. Le istituzioni possono essere criticate, le leggi modificate, ma finché esistono e restano nel quadro democratico vanno rispettate. Possono essere combattute e violate, naturalmente, pagandone però le conseguenze. Il diritto a un rispetto selettivo, impunibile per motivi etico-politici, non è ammissibile.

Sono fermamente convinto che le persone vadano sempre salvate dal mare e che tale compito sia un obbligo morale e giuridico del Paese più vicino. Ma questo non significa permettere l’ingresso, riconoscere il diritto di risiedere permanentemente sul territorio dello Stato italiano o concedere asilo a tutti. Se sei stato salvato, magari in acque libiche, da una nave di un’ONG che batte la bandiera di un Paese europeo, è a quel Paese che dovresti chiedere asilo, non all’Italia. L’Italia ti soccorre, ti cura, ti assiste, poi la responsabilità passa ad altri. Chiunque ti abbia salvato, la redistribuzione deve essere concordata tra i Paesi europei, non affidata alle convinzioni personali di qualche militante e men che mai all’ipocrisia del primo porto sicuro, che nel Mediterraneo significa sempre e solo Italia.

Del tetto di cristallo e di concetti simili non mi interessa assolutamente nulla. Mi irritano addirittura. Quelli della mia classe sociale non arrivano nemmeno a vederlo. Dunque, perché mai dovrei farne un obiettivo politico? Se qualche donna in carriera non riesce a sfondarlo sono solo fatti suoi. Trovi una soluzione personale, esattamente come lo è il problema. Si faccia sostenere dalle precarie disposte a crederle, per le quali non muoverà mai un dito. Scopriranno presto che il potere è potere, che quel che conta è la classe sociale, non il genere. Conta quello che hai in testa, non tra le gambe. L’idea che essere maschi, bianchi ed etero, indipendentemente dalla classe sociale, significhi essere privilegiati e dunque legittimi bersagli di qualche forma di discriminazione positiva è un orrore politico che rischia di colpire per la seconda volta chi vive nel disagio e che lascia indenni i veri privilegiati, uomini o donne che siano. Il potere di una donna non è meno violento di quello di un uomo. Il privilegio economico e sociale di una donna non è meno discriminatorio e umiliante di quello di un uomo.

Sono di sinistra; se non riuscite a comprenderlo, molto probabilmente è perché siete finiti in quella parte del mucchio — ne siate consapevoli o no, anche per ragioni anagrafiche — pensato in fretta e furia da chi se l’è data a gambe levate per non finire sotto le macerie del muro di Berlino, magari mentre approvava i bombardamenti alla Serbia o attaccava chi si opponeva alla diffusione del precariato. Preparato da chi ha cercato di rimanere protagonista facendosi dimenticare, da chi si è nascosto in un mischione di idee confuse — chi non ricorda la ricerca affannosa del Pantheon? — che ha disegnato il profilo pallido ed evanescente della cosiddetta sinistra democratica. Questa gente si è tirata fuori dall’incubo politico (e personale) in cui era finita con la caduta del muro discutendo del nome del partito, per poi rinnegare convintamente sé stessa, rifiutare il concetto di classe e allearsi con le élite di Amato, Dini, Prodi, Ciampi, Monti, Padoa-Schioppa, Draghi. Che c’entrano con i lavoratori? Ha trovato un approdo politico nel progetto dell’euro, il principe dei temi interclassisti, politicamente addirittura geniale. L’euro e l’Europa, quasi fossero la stessa cosa, sono stati presentati come privi di alternative, beni superiori in grado di giustificare — in quanto necessari e imposti dall’esterno — qualsiasi nefandezza di classe, ogni regressione sociale e politica, dai parametri di Maastricht al riarmo. Un tema, quello dell’Europa, che meno interclassista non potrebbe essere, poiché impone sacrifici agli ultimi e porta benefici ai primi. Viene spacciato per tale, questo sì. Ma, con Gramsci, il motivo è facile da individuare: le classi dominanti, per essere e rimanere tali, devono convincere quelle subordinate che i propri interessi sono gli interessi di tutti. Ecco quindi l’Europa presentata mediaticamente come bene comune, superiore all’interesse di classe. Ma la moneta unica e l’unificazione della sola politica monetaria impongono la rinuncia alla politica fiscale come strumento per ridurre le diseguaglianze economiche e favorire il pieno impiego. La rinuncia alla politica del cambio, in assenza di una decisa politica di innovazione, apre alle imprese la comoda strada della compressione dei salari e dei diritti dei lavoratori, trasformati da conquiste in privilegi. L’obiettivo è ridurre i costi di produzione, proteggere la produzione nazionale e favorire le esportazioni. Si chiama “svalutazione interna”, perché equivale a un aggiustamento del cambio, con l’evidente differenza che la ripartizione dei costi non viene negoziata tra le classi, ma posta direttamente sulle spalle dei lavoratori. L’adesione al progetto dell’euro ha dunque permesso di giustificare e promuovere la moderazione salariale, il precariato, lo smantellamento dello stato sociale, la cancellazione delle conquiste dei lavoratori, i tagli alle pensioni. Il tutto senza davvero assumere la responsabilità politica di quelle che erano a tutti gli effetti scelte consapevoli. Chi non ricorda “ce lo chiede l’Europa”? Questa gente ha abbandonato i lavoratori e, per rimanere a galla, ha riempito il vuoto con un insieme di temi interclassisti, in cui una base più ampia potesse riconoscersi: l’ambiente, i diritti “arcobaleno”, la competitività internazionale cui i lavoratori devono sacrificare i loro interessi, la discriminazione di genere e, più recentemente, la lotta al patriarcato, cui si dovrebbero nientemeno che i conflitti armati. Come se la Thatcher e Condoleezza Rice non fossero mai esistite.

Quello che era il popolo di sinistra è andato in frantumi. Una parte ha seguito in piena confusione politica i pifferai magici. Oggi magari bestemmia le condizioni economiche in cui è costretto a vivere, ma si piace allo specchio e si sente importante perché di quando in quando canta una versione intersezionale di Bella ciao. E se deve combattere un pochino per farlo è anche meglio, perché può gridare al fascismo e sentirsi in montagna con le scarpe (di marca, o paradossalmente davvero) rotte. Si indigna e urla all’attentato alla democrazia se vengono fuori Salvini e Vannacci e se la Meloni fa (democraticamente) il pieno, facendo finta o non capendo effettivamente che senza di loro non avrebbero mai avuto tanto consenso. Senza gli enormi spazi politici che sono stati regalati loro dalla sinistra in fuga da sé stessa, tanti lavoratori non voterebbero oggi a destra, perché avrebbero un partito a difenderli e a rappresentarne gli interessi.

La parte più coerente e lucida di quello che fu il popolo di sinistra è accusata dall’altra, vittima o complice di chi se l’è squagliata, di fascismo e razzismo. Quest’ultima merita per intero le incoerenze e i guasti economici che provoca chi sostiene. Merita l’identificazione del dissenso con il tradimento, il pesante clima intimidatorio che ne deriva — gravissimo per la discussione democratica — e il trenta per cento della Meloni, ormai l’ultimo dei problemi. Ogni scusa è buona per non guardare in faccia il tradimento di classe, per raccontarsi che la seconda guerra mondiale non è mai finita, che fascisti e nazisti — cui si sarebbero ora aggiunti i russi e quelli come me — sono ancora tutti lì, che il vento fischia ancora, anche se a gonfiarsi sono le bandiere blu dell’Europa e quelle arcobaleno. Intanto le periferie e tutti quelli che sono ai margini, immigrati compresi, vanno a destra. Uomini e donne, ragazzi e anziani. Non solo in Italia: ovunque. Naturalmente non è perché se ne sentono rappresentati, ma perché sono fascisti e razzisti, oppure perché non riescono a capire quanto sia moderna la pseudo-sinistra.

Buonanotte, popolo arcobaleno e blu, magari ci si incontrerà ogni tanto. Certamente non quando chiamerete la piazza a festeggiare l’elezione del primo presidente della Repubblica donna, solo perché donna. Qualcuna della sinistra che ha rinnegato i lavoratori, o che non sa nemmeno che una volta esistevano come classe. Ma che importa? Donna… magari di colore. Tanto basterebbe per fare festa tutt* (sic!) insieme, cantare e ballare un’improbabile versione di Bella ciao alla salute, e in memoria, della classe lavoratrice.