Da una parte un esecutivo che, nelle parole di alcuni suoi stessi membri, “non ha più niente da dirsi”. Dall’altra l’impossibilità politica e istituzionale di staccare la spina

(Marco Antonellis – lespresso.it) – Il governo guidato da Giorgia Meloni è arrivato al capolinea politico, ma non può scendere. È questo il paradosso che si consuma nelle ultime settimane nei palazzi romani: un esecutivo logorato, “spompato” – come lo definiscono diversi ministri – ma allo stesso tempo costretto ad andare avanti perché la via d’uscita, le elezioni anticipate, è stata di fatto sbarrata dal Colle.
Secondo quanto filtra da fonti qualificate della maggioranza, Fratelli d’Italia avrebbe sondato, anche se per vie informali, la possibilità di un ritorno alle urne. Un’ipotesi che nasce da una consapevolezza sempre più diffusa: la spinta propulsiva dell’esecutivo si è esaurita. I dossier si trascinano, le divisioni interne aumentano, e soprattutto manca una visione condivisa per la seconda parte della legislatura. Insomma, è finito il carburante.
Ma dal Quirinale è arrivata una risposta netta: niente scorciatoie. La linea attribuita a Sergio Mattarella è chiara: le elezioni anticipate non sono un’opzione praticabile in questa fase. La legislatura deve arrivare alla sua scadenza naturale, salvo crisi formali e irreversibili che, al momento, non si sono materializzate.
E così si consuma il cortocircuito. Da una parte un governo che, nelle parole di alcuni suoi stessi membri, “non ha più niente da dirsi”. Dall’altra l’impossibilità politica e istituzionale di staccare la spina. Il risultato è un esecutivo che resta in piedi per inerzia, senza slancio e con un’agenda sempre più povera.
Le riunioni del Consiglio dei ministri, raccontano fonti interne, sono diventate sempre più brevi e meno incisive. I provvedimenti arrivano già depotenziati, frutto di compromessi al ribasso tra alleati che guardano ormai più ai rispettivi posizionamenti futuri che alla tenuta complessiva dell’azione di governo. Il clima è quello di una fine anticipata, anche se formalmente mai dichiarata.
Il problema, però, è tutto politico. Perché se è vero che Fratelli d’Italia intravede nelle urne una possibile via per rilanciarsi e consolidare la leadership, gli alleati non sembrano avere lo stesso interesse. E soprattutto pesa la posizione del Colle, che in una fase internazionale ed economica complessa non vede di buon occhio l’apertura di una crisi al buio.
Così, tra malumori crescenti e ambizioni congelate, il governo Meloni appare oggi come un esecutivo “condannato a governare”. Un’immagine che circola con insistenza nei corridoi del potere: quella di una macchina rimasta senza carburante ma ancora in movimento, spinta più dall’inerzia istituzionale che da una reale capacità di incidere.
Il rischio, a questo punto, è quello di una lunga agonia politica. Senza scosse, senza decisioni forti, senza una vera direzione. C’è solo il logoramento. Con l’unico obiettivo implicito di arrivare, comunque, al traguardo della legislatura. Anche a costo di trascinarsi. Perché la partita, ormai, non si gioca più sul presente, ma su ciò che verrà dopo.
Il destino di chi, con estrema arroganza, sfida il popolo con referendum farlocchi. Avesse vinto, oggi vedremmo un film totalmente diverso.
E i tanti “vincitori” tengano bene presente che per conquistare la quota di elettori che si è mobilitata serve qualcosa di meglio dei giochini da tavolo apparecchiati per dimostrare interesse momentaneo e mieloso .
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