I tecnocrati sembrano ignorare che l’uomo sia carne e ragione, oltre che stimoli e anelito verso l’infinito. Così l’umanità rischia di scomparire proprio mentre tenta di superarsi.

(Gianvito Pipitone – gianvitopipitone.substack.com) – Non sono fra quelli che dicono che la Storia si ripete. Magari – come sostiene qualcuno – sotto forma di tragedia e poi di farsa. Per me il disegno della Storia è lineare, non necessariamente ciclico, forse irripetibile, per certi versi unidirezionale, e mostra sempre la prua puntata verso il futuro. Sono piuttosto incline a credere che non sono gli eventi a ripetersi, quanto piuttosto i modi di pensare a tornare a galla. Gli schemi mentali, ossia: le gabbie che il pensiero dell’uomo costruisce e che riaffiorano allo scattare di precisi meccanismi sociali e politici.
Cambiano le epoche, cambiano i protagonisti, i nomi. Ma sotto, a reggere tutto, rimangono sempre gli stessi due movimenti. Due correnti opposte e complementari che attraversano la storia del pensiero umano come un fiume percorre due sponde: da una parte i razionalisti, dall’altra i romantici. O, se si preferisce, da un lato i misuratori, dall’altro i sognatori. Architetti del reale contro ricercatori dell’infinito. Uno scontro che si ripete in ogni epoca, con modalità e strumenti ogni volta diversi.
Non è una novità. È anzi la più antica delle tensioni. Pericle governava Atene con la misura. La democrazia ateniese – per quanto limitata ai soli cittadini maschi e liberi – era un tentativo preciso, quasi geometrico, di costruire un ordine umano fondato sulla ragione, sulla discussione pubblica, sulla proporzione. Dall’altra parte dello stesso mondo greco, Sparta guardava altrove, in tutt’altra direzione: verso un ideale eroico, verso un destino collettivo imposto e condiviso, verso qualcosa che non si poteva né pesare né calcolare. Era titanismo, quello spartano. Era la percezione del valore oltre il qui e ora, lo slancio verso qualcosa di più grande che non si lascia imbrigliare nei confini del misurabile. Due movimenti, già allora, completamente in antitesi, inconciliabili per quanto complementari.
Il Medioevo ha riproposto la stessa sfida con altri protagonisti. Al centro del dibattito, due filosofi che avevano segnato più di un millennio prima il pensiero occidentale: Aristotele e Platone. Il primo, osservatore instancabile del mondo naturale, aveva già orientato il pensiero verso la supremazia dell’intelletto sulla fantasia. Il secondo accettava mondi paralleli a quello visibile – l’iperuranio, lo spazio delle idee pure, lontano dalla cruda realtà che incatena mente e spirito. Due modi di stare nel mondo. Due risposte diverse alla stessa domanda: cos’è l’uomo, cosa può fare e fin dove può spingersi?
Oggi la sfida si rinnova, e come sempre si ripropone in forme nuove. I “neo-romantici” del nostro tempo sono quelli che rifiutano il mondo così come appare agli occhi del razionalista. Sono convinti che la realtà misurabile nasconda qualcosa e che la patina scientifica del mondo contemporaneo non riesca a esprimere fino in fondo la vera essenza dell’uomo. Fin qui, niente di nuovo. Ma ecco il paradosso che rende questo momento storico diverso da tutti gli altri: i più accaniti nemici del “limite umano” – i tecnocrati – sono oggi anche i più accaniti costruttori di macchine.
La tecnocrazia che ha invaso il nostro mondo con l’AI si regge su numeri, algoritmi, rapporti verificabili. Eppure il sogno che la anima è puramente romantico: l’idea che l’uomo possa e debba superare i propri limiti – della conoscenza, della mortalità, perfino dell’identità. Molti analisti osservano che figure come Peter Thiel, Ray Kurzweil, Sam Altman, lo stesso Elon Musk, e altri teorici del transumanesimo e dell’AI non nascondono questa tensione: la convinzione che la tecnologia possa spalancare un oltre, un “dopo l’umano”, un territorio dove la macchina non è più strumento ma prosecuzione – o sostituzione -dell’uomo.
Alcuni paragonano questo slancio a un nuovo romanticismo tecnologico: un titanismo 2.0, dove l’eroe non è più Achille o Odisseo, ma l’ingegnere, il fondatore di app, un nerd visionario imbevuto delle teorie più strampalate.
Cosa sono, in fondo, questi nuovi maîtres à penser se non i Doctor Frankenstein di un mondo che ancora non esiste ma che loro considerano inevitabile? È con uno slancio così romantico che il pensiero tecnocratico arriva a immaginare la sostituzione dell’uomo con la macchina. Dove non arriva l’uomo, arriverà la macchina. L’idea sotterranea – dichiarata apertamente da alcuni teorici del transumanesimo – è che i limiti umani siano un bug, non una condizione.
Al loro cospetto, la ragione illuminista sembra quasi meschina. Kant – colui che più di tutti ha tentato di studiare i confini della ragione umana – appare improvvisamente piccolo piccolo. Un personaggio lillipuziano, anche più piccolo della sua modesta statura. Ogni tentativo di arginare la conoscenza con strumenti misurabili, ogni confine cognitivo, viene così deriso dai nuovi profeti dell’Infinito. Per loro invece è arrivato il momento di andare a vedere cosa c’è dietro quella siepe di cui parlava Leopardi – quella che “dal resto il guardo esclude”.
Ma possiamo scommettere che anche questa volta – come ogni volta che lasciamo correre la mente senza ancorarla saldamente alla realtà – il rischio è enorme. Il rischio è quello di perdere di vista che l’uomo è fatto anche di carne, oltre che di intelletto. Che per funzionare, giorno dopo giorno, ha bisogno di piccoli obiettivi, di limiti, di ritorni reali, oltre che meccanici. Non solo di voli pindarici. Non solo di spingersi in territori inesplorati come la navicella di 2001: Odissea nello Spazio, dove l’uomo che si sostituisce alla macchina è già egli stesso schiavo del robot, si spinge ai confini del mondo e della conoscenza e non riesce più a tornare indietro. Terminando la sua parabola – la parabola dell’uomo -esattamente da dove era cominciato tutto: dal nulla cosmico.
Insomma i rischi ci sono tutti. L’accelerazione di questi processi potrebbe far scattare il conto alla rovescia dell’uomo sulla terra, se non cominciamo a riportare tutto dentro i parametri della ragione, del reale e – per esteso – della democrazia come mediazione necessaria della vita umana. Se, almeno per una volta, sapremo rimanere ben piantati con i piedi per terra – fissando regole e limiti invalicabili – piuttosto che abboccare all’ennesima illusoria smania di grandeur.