
(estr. di Giovanni Valentini – ilfattoquotidiano.it) – “Controllava con rigore il suo partito, Forza Italia, e l’essere proprietario di reti televisive commerciali gli permetteva di influenzare l’opinione pubblica più di qualsiasi altro leader italiano dopo Benito Mussolini” (da “Strongmen” di Ruth Ben-Ghiat Castelvecchi, 2026)
[…] Soltanto in un Paese sventurato come il nostro la convocazione di Antonio Tajani – vicepremier e ministro degli Esteri – nella sede di Mediaset a Cologno Monzese, a rapporto per quattro ore e mezza con gli eredi Berlusconi, poteva passare come acqua sui vetri senza suscitare scandalo e indignazione. Ha ragione, dunque, l’ex presidente dei deputati del partito-azienda Paolo Barelli a ricordare in tono polemico che “i partiti si guidano dall’interno”: lui e il suo collega Maurizio Gasparri, artefice di varie riforme televisive di cui il Biscione ha beneficiato nel corso degli anni, sono stati rimossi on demand dall’ingratitudine di quella che per diritto dinastico è diventata l’azienda-partito. E ha ragione anche il tele-tribuno Paolo Del Debbio a rincarare la dose, dichiarando che quel “vertice è stato un errore” e che “ha indebolito il segretario del partito, ma anche il pluralismo dell’azienda”.
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Peccato, però, che Barelli e Del Debbio abbiano scoperto soltanto adesso in quale partito e in quale azienda, rispettivamente, si trovassero. Forza Italia, da quando fu fondata nel 1994, è sempre stata guidata dal capo della famiglia all’insegna del più macroscopico conflitto d’interessi. Quanto al pluralismo di Mediaset, è stato tanto virale da contagiare anche il servizio pubblico, occupato in questi trent’anni dai berluscones fino ai fasti e nefasti di TeleMeloni. Tant’è che da un anno e mezzo il Cda della Rai è senza presidente, dal momento che il centrodestra ha bloccato i lavori della Vigilanza per la pretesa di imporre una candidatura di FI al vertice dell’ente pubblico, contro la legge che prevede i due terzi dei voti a garanzia dell’opposizione: uno stallo istituzionale, considerato ora “inaccettabile” anche da Mattarella, da cui è scaturita la bagarre tra l’incauta vicepresidente del Senato Ronzulli e la presidente della Commissione Floridia, spalleggiata da tutte le minoranze. Evidentemente, all’azienda-partito non basta quel “baluardo di pluralismo” – com’è stato definito da Fratelli d’Italia, dopo il diverbio in diretta con il “dem” Provenzano – che risponde al nome di Bruno Vespa: uno che conduce da “artista” e poi si offende come giornalista. Ma, ancor più delle petizioni popolari ad personam, occorre a questo punto un’iniziativa politica per modificare un sistema televisivo che è ormai un regime mediatico. Non è solo un problema di questo o quel conduttore, di questo o quel programma, bensì di governance del servizio pubblico. La proposta di riforma del centrodestra è in realtà una fake news, una “bufala”: il suo obiettivo è quello di trasferire il controllo della Rai dal governo al Parlamento e quindi alla maggioranza di turno. Cioè, alla partitocrazia.
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Ai cittadini abbonati conviene puntare sulla class action promossa da Generazioni Future, per sanzionare la Rai a norma del Media Freedom Act che tutela i mezzi d’informazione dalle ingerenze della politica e chiedere la restituzione del canone dall’agosto scorso, data di applicazione del Regolamento approvato dal Parlamento europeo. I partiti di opposizione – a cominciare dal Pd, l’unico ad astenersi sull’elezione dell’attuale Cda – farebbero bene a mobilitarsi per sostenere questa azione collettiva. Nel frattempo, i rappresentanti del centrosinistra potrebbero anche disertare certi talk show, pubblici o privati, dove non si sentono garantiti dall’imparzialità di chi li conduce o dalla rete su cui vanno in onda: come usavano fare gli ex “grillini” ai tempi della loro ascesa politica.