“Meloni e il Memorandum? Primo passo, in ritardo di 70mila morti. Ora i fatti”

(estr. di Maddalena Oliva – ilfattoquotidiano.it) – […] Francesca Albanese, in Libano l’Idf ha colpito civili, giornalisti, ospedali, ong e mezzi Unifil. Ora potrebbe arrivare la tregua di una settimana. Cosa sta accadendo?
Gli attacchi di Israele in Libano colpiscono per brutalità e intensità, ma non sono nuovi. Nel silenzio della comunità internazionale, da anni – e con una frequenza crescente, in parallelo con il genocidio a Gaza – Israele conduce operazioni militari specie nel sud del Libano, per consolidare il controllo territoriale. Oggi lo dice apertamente tanto il governo israeliano quanto il suo sponsor americano: il progetto del grande Israele non è solo legittimo ma realizzabile. Questo disegno è criminale. Il contesto della guerra con l’Iran ha offerto a Tel Aviv l’occasione per perseguirlo con rinnovata ferocia.
[…]
È la “gazificazione” del Libano.
Espressione orribile, ma purtroppo veritiera. Israele sta facendo terra bruciata del diritto internazionale così come delle zone che vuole annettere, per portare la comunità internazionale al fatto compiuto del controllo effettivo del Sud del Libano, dopo averlo svuotato. Con Gaza vedo un continuum: lì Israele ha testato con mano come portare avanti i più brutali crimini contro l’umanità e di guerra, perfino un genocidio, senza conseguenze. Anzi, camuffando l’azione militare come ‘difesa’. Perché dovrebbero fermarsi ora di fronte alle vite dei libanesi, se nessuno ha chiesto loro il conto per quelle dei palestinesi? Questa è la spirale mortifera in cui l’inazione dei nostri Paesi ha trascinato l’umanità tutta.
Intanto a Gaza si continua a morire. Lei ha detto che la “pace” trumpiana è la prosecuzione a bassa intensità del genocidio. È sempre convinta?
Assolutamente. Tra il 2 e l’8 aprile, almeno venti palestinesi sono stati uccisi a Gaza, portando a 750 il conto delle vittime dall’inizio del ‘cessate-il-fuoco’ che non è che uno specchietto per le allodole. Nella Striscia la popolazione vive in tende e in ambienti insalubri, senza cure mediche adeguate. E l’accesso agli aiuti umanitari continua a essere compromesso. Non può esserci pace senza giustizia. Il suddetto Board of Peace si prepara a banchettare tra le spoglie del popolo palestinese, mentre quasi nessuno in Europa propone un piano alternativo centrato sull’autodeterminazione dei palestinesi e la fine dell’occupazione, del genocidio e dell’apartheid. Fuori dall’Europa, per fortuna, sì.
[…] Meloni ha annunciato lo stop al rinnovo automatico del Memorandum con Israele. Che segnale è?
L’annuncio è importante, ma arriva più di 70 mila morti in ritardo. Rappresenta la prima vera risposta del governo dopo due anni di genocidio, una decisione che non assolve l’Italia dalle sue responsabilità nei crimini israeliani, ma almeno è un passo. Diversi giuristi e avvocati del gruppo ‘Giuristi e avvocati per la Palestina’ hanno incalzato il governo, messo sotto pressione dalle grandi mobilitazioni della società civile, supportata da Avs, M5S e parte del Pd. Ora le parole di Meloni devono tradursi in fatti: recessione, non solo interruzione, dell’accordo. E vanno bloccati i contratti di Leonardo con le controparti israeliane, senza che questo sani le responsabilità dell’azienda e dell’Italia per quanto fornito finora. Non è un’opzione, è un obbligo internazionale.
Avrà visto lo scontro con Trump.
La servitù al sovrano Usa non paga. La necessità di un nuovo multilateralismo, senza suprematismi e razzismo, che nasce e spiega le vele dai Paesi decolonizzati si sente sempre più anche qui. Questo mi fa sperare. Dobbiamo resistere resistere resistere. L’emancipazione passa dal diritto e dai diritti.
Molti analisti hanno letto il risultato della grande partecipazione al voto referendario dei giovani come un effetto-Gaza, un’onda lunga delle mobilitazioni dei mesi scorsi.
Lo chiamo ‘effetto Palestina’. La Palestina – e l’insensata sofferenza inferta al suo popolo – hanno fatto scoppiare le contraddizioni interne alle nostre società. Ha bucato il velo di Maya del neoliberalismo, di quell’europeismo ipocrita che parla di diritti umani, ma che non ha mosso un dito di fronte a un genocidio. Ha portato le persone a voler agire da protagonisti di fronte a una classe politica incapace e inadempiente.
[…]
È in partenza una nuova Flotilla.
La Flotilla è un simbolo, non deve diventare un fine in sé: spero possa continuare a far parte di quel movimento di società civile che si è risvegliato, spingendo ad alzare il tiro sugli scenari nazionali affinché la macchina della guerra si fermi. Certo, c’è la preoccupazione per lo scenario bellico attuale…
La Procura di Roma, dopo gli esposti di 36 attivisti italiani, ha contestato il reato di tortura.
Mi auguro per le vittime che sia fatta giustizia. Nel mio ultimo rapporto Onu ho menzionato diversi casi. Seppur marginali rispetto a ciò che subiscono ogni giorno i palestinesi, sono il segnale di quanto sia forte il senso d’impunità dell’Idf.
Nell’ultimo rapporto ha raccolto anche centinaia di casi di stupro nelle carceri israeliane rese da Ben-Gvir luoghi di tortura, con oltre quattromila persone scomparse…
C’è un uso sistematico e sistemico della tortura, sia nelle carceri, con livelli senza precedenti negli ultimi due anni, sia fuori.
[…] Ora Israele ha deciso di introdurre la pena di morte per i terroristi.
Purtroppo non mi sorprende. Questo è l’ultimo orribile tassello della politica carceraria israeliana, che da tempo mira all’annientamento dei prigionieri palestinesi. L’assassinio ora viene legalizzato.
Ha appena rilanciato sui social un appello per Ahmed Shihab-Eldin.
Ahmed è un reporter palestinese, di nazionalità kuwaitiana e statunitense, detenuto da più di un mese in Kuwait – e non è il solo – per aver raccontato sul campo gli attacchi iraniani. Mi auguro una mobilitazione internazionale per il suo rilascio. E faccio un appello al governo italiano, perché Ahmed si era trasferito da poco a Bari per insegnare all’università. La libertà di espressione va difesa: il giornalismo non è un crimine.
Sarà all’Uno Maggio di Taranto. E sono già partite le polemiche…
Davvero? Non lo sapevo e non me ne curo, onestamente. Mi amareggia pensare che difendere i diritti di un popolo vittima di un genocidio generi ‘polemiche’: non siamo in grado di essere d’accordo nemmeno sui principi più basilari di umanità. Ma spero tutto si traduca in più partecipazione all’evento… ci vediamo l’Uno Maggio!