(Mauro Morbello – lafionda.org) – Negli ultimi quindici anni, gli Stati Uniti hanno rovesciato una dinamica storica che per decenni li aveva visti dipendere dalle importazioni energetiche e, dal 2020, si sono definitivamente affermati come esportatori netti di petrolio greggio, gas e prodotti petroliferi raffinati. Non si è trattato soltanto di ridurre la dipendenza esterna, ma di conquistare una leva economica e geopolitica molto più ampia, capace di rafforzare il peso degli Stati Uniti nei mercati internazionali, nelle alleanze e nei rapporti di forza con altri competitori energetici e geopolitici.

Il passaggio decisivo si è compiuto tra il 2010 e il 2019, grazie soprattutto alla cosiddetta rivoluzione dello scisto (shale revolution), che ha permesso lo sviluppo dell’estrazione di greggio e gas da rocce compatte attraverso la perforazione orizzontale e la fratturazione idraulica (fracking). Si tratta di un sistema che consente di liberare petrolio leggero e gas intrappolati in formazioni rocciose dense e poco permeabili, prima considerate scarsamente sfruttabili su larga scala. Questo metodo ha reso possibile l’estrazione di grandi quantità di gas e, soprattutto, di petrolio leggero di alta qualità, permettendo una crescita straordinaria della produzione di idrocarburi nordamericana che, nel 2025, ha raggiunto il record di 13,6 milioni di barili al giorno; il petrolio leggero estratto con fracking rappresenta circa il 70% del totale.

Pur avendo mostrato risultati eccezionali, la fratturazione idraulica non è tuttavia un sistema di produzione neutro. Ogni pozzo richiede infatti grandi quantità di acqua, che vengono sottratte all’agricoltura e ad altri usi umani, spesso in aree già aride, come quelle tra Texas e Nuovo Messico, che da sole rappresentano il 48% della produzione nazionale. Il problema non riguarda solo il prelievo idrico, ma anche la gestione delle acque reflue, contaminate da additivi chimici e idrocarburi, che possono inquinare fortemente l’ambiente. A ciò si aggiunge la specifica fragilità economica del modello di produzione, i cui costi operativi risultano elevati, attestandosi in media oltre i 40 dollari al barile, circa il doppio rispetto a quelli dell’estrazione convenzionale. La produttività dei pozzi è inoltre caratterizzata da un andamento fortemente sbilanciato, poiché a una fase iniziale di resa molto elevata segue un rapido declino, che spesso comporta una riduzione della produzione di circa due terzi già nel primo anno, costringendo le compagnie a perforare continuamente nuovi pozzi per mantenere stabili i livelli estrattivi.

Il paradosso della situazione è che, nonostante la fratturazione idraulica abbia consentito agli Stati Uniti di essere oggi il primo produttore mondiale di petrolio e gas, divenendo una grande potenza esportatrice, Washington continua a importare ingenti quantità di greggio, in particolare di tipo pesante, soprattutto dal Canada e, in misura minore, da altri produttori come Messico, Arabia Saudita, Iraq, Brasile e, oggi, anche Venezuela. Si tratta però di un paradosso solo apparente, determinato dal fatto che le raffinerie americane — una gran parte delle quali costruite tra gli anni ’70 e ’80 — sono strutturate, per circa il 70% della capacità totale di raffinazione, per lavorare petrolio pesante, mentre la produzione nazionale attuale proviene per quasi tre quarti dal fracking, che estrae prevalentemente greggio leggero.

Per questa ragione, gli Stati Uniti esportano una parte significativa del proprio petrolio, che ha un valore di mercato più elevato, e importano quello pesante, di minor prezzo, ottenendo importanti margini dalla raffinazione e ottimizzando, nello stesso tempo, l’utilizzo delle proprie infrastrutture. In questo modo riescono sia a valorizzare commercialmente la produzione interna, sia a utilizzare in modo più efficiente le infrastrutture industriali già esistenti. La composizione dei flussi commerciali registrati nel 2025 rivela in maniera chiara questa dinamica, con un 78% delle importazioni corrispondente a petrolio, in larga misura di tipo pesante non raffinato, mentre, per quanto riguarda le esportazioni, il 63% era rappresentato da prodotti petroliferi raffinati e solo il 37% da greggio.

Avendo chiaro questo quadro, se si considerano i tre principali teatri di conflitto recenti — Ucraina, Venezuela e Iran — nei quali l’intervento statunitense è dimostrato essere stato diretto, o comunque determinante, diventa difficile separare questi eventi dalla più ampia dinamica degli interessi energetici americani. La guerra in Ucraina ha offerto a Washington l’occasione di sostituire una parte estremamente rilevante delle forniture di idrocarburi provenienti dalla Russia verso l’Europa, trasformando il mercato europeo in uno sbocco centrale per il petrolio, il gas e i prodotti raffinati statunitensi. Tra il 2021, prima dell’inizio del conflitto, e il 2025, le importazioni europee di greggio dagli Stati Uniti sono cresciute da 37,1 a 63,5 milioni di tonnellate. Sul fronte del gas, l’impatto è stato ancora più incisivo, con i volumi americani quasi quadruplicati, passati da 18,9 a 75,6 miliardi di metri cubi, pari al 26,2% delle importazioni complessive dell’UE, mentre nel solo GNL la quota statunitense ha sfiorato il 58% del fabbisogno.

Nel caso iraniano, il vantaggio è stato ancora più immediato, determinato soprattutto dall’impennata dei prezzi del greggio, aumentati di circa il 40% dall’inizio degli attacchi, con margini eccezionali registrati dalle raffinerie e dai terminali di esportazione situati lungo il Golfo del Messico, principale polo energetico e industriale degli Stati Uniti. Con la crisi di Hormuz, questi impianti hanno lavorato oltre il 95% della loro capacità, mentre le esportazioni statunitensi di carburanti raffinati sono cresciute del 27% verso l’Europa e di oltre il doppio verso l’Asia. Sullo sfondo vi è poi il Venezuela, dove l’intervento militare statunitense, dopo anni di blocco economico e in seguito alla cattura del presidente Maduro, ha favorito un riavvicinamento commerciale che ha riaperto a Washington l’accesso a un greggio pesante particolarmente utile per il proprio sistema di raffinazione, oltre che geograficamente vicino e disponibile in quantità enormi.

Letti nel loro insieme, questi tre casi rendono difficilmente sostenibile la tesi che si sia trattato di eventi tra loro scollegati o di interventi spiegabili soltanto attraverso le motivazioni ufficiali rilanciate dal discorso mediatico dominante. In ognuno di essi, infatti, mentre altri ne hanno sopportato il costo umano ed economico, si è registrato un rafforzamento tangibile dell’industria statunitense degli idrocarburi e della conseguente posizione commerciale, energetica e strategica. Risulta quindi difficile non riconoscere in questi tre conflitti, pur nelle diverse forme in cui si sono manifestati, l’espressione di una strategia deliberata, destinata, con ogni probabilità, a ripresentarsi anche in altri scenari nel prossimo futuro.