Il velivolo armato sposta il conflitto a metà strada tra guerra e operazione di polizia, la trasforma in caccia all’uomo e trasforma il nemico in selvaggina. Questa forma di violenza telecomandata cancella il faccia a faccia e perfino la percezione diretta degli obiettivi da colpire. Ed espone la società civile a rischi inediti

(Raffaele Simone – editorialedomani.it) – L’imporsi dei droni come arma riapre un capitolo di riflessione trascurato, che potremmo chiamare filosofia della guerra. Nella modernità – quando ha visto la luce un enorme numero di nuove armi – questa riflessione ha avuto diversi capitoli importanti. In Réflexions sur la guerre (“Riflessioni sulla guerra”), un saggio del 1933, Simone Weil osservò che la guerra e le armi non sono strumenti neutri, ma vanno analizzati come i mezzi di produzione di una fabbrica.
Infatti, il tipo di armamento utilizzato influisce sull’organizzazione sociale: un armamento che richiede gestione centralizzata, forte specializzazione tecnica e grandi apparati industriali si correla a uno Stato burocratico, oppressivo e militarizzato. Inoltre, nella guerra moderna l’arma cessa di essere un prolungamento del braccio del soldato. È il soldato, all’inverso, a essere subordinato a un complesso meccanismo di addestramento e di distruzione, perdendo ogni autonomia decisionale e morale (come l’operaio con la catena di montaggio).

Dominio delle macchine
Uno scrupolo analogo aveva agitato Georges Bernanos, il famoso scrittore cattolico, che, nel saggio La France contre les robots (“La Francia contro i robot”, 1947), in cui attaccava in toto il crescente predominio delle macchine, sottolineava l’elemento di orrore che la guerra aerea contiene in sé: il pilota – osservava – può annientare migliaia di persone senza neanche vederne le sagome, e soprattutto senza che la sua coscienza ne esca in alcun modo turbata. «Un gentleman» notava ironicamente «può portare a termine la sua missione senza lordarsi né i polsini della camicia né l’immaginazione».
Questa linea di pensiero si approfondisce in Carl Schmitt, che la riprese in più scritti, soprattutto nell’imponente Il nomos della Terra (1950). Schmitt nota che la guerra aerea introduce nuove dimensioni, perché compie una Raumrevolution (“rivoluzione spaziale”). A differenza della guerra per terra e mare, che è «orizzontale», quella aerea è «verticale». Quindi «non ha più né teatro né spettatori», perché non si sviluppa più «in un confronto orizzontale», ma si svolge in un’asimmetria insuperabile: «Chi sta sopra» domina incontrastato «chi sta sotto», e chi sta sotto non è più un nemico alla pari, ma un «delinquente» che deve essere annientato.
La guerra per droni introduce una variante cruciale in quest’ordine di ragionamenti. “Chi sta sopra” non è più un pilota, anzi non esiste neppure. A manovrare il drone è infatti un operatore (che potrebbe non essere un militare e neanche un essere umano), a chissà quale distanza, che non vede fisicamente il suo obiettivo. Ad avviare questa riflessione è stato il filosofo francese Grégoire Chamayou, autore di un denso libro dal titolo Teoria del drone (Théorie du drone, edizioni La Fabrique), che, essendo uscito nel 2013, ben prima delle guerre che oggi allarmano il mondo, possiamo ben definire profetico.

Analizzando (nello spirito di Weil sopra menzionato) le implicazioni etiche e sociali dell’uso di quell’arma, allora ancora poco nota e pochissimo usata, Chamayou si chiede infatti: quali sono gli effetti del drone e del suo uso sulla situazione di guerra, e soprattutto sul rapporto con il nemico? Più in profondità, quali relazioni sociali prefigura, che tipo di dominio lascia intravvedere? Il drone, secondo Chamayou, è strumento di una violenza a distanza, che permette di vedere senza esser visti, toccare senza esser toccati, togliere vite senza rischiare la propria. Questa forma di violenza telecomandata, che cancella il faccia a faccia e perfino la percezione diretta del proprio obiettivo, obbliga a ripensare concetti apparentemente evidenti: avremo combattenti senza combattimento e zone di conflitto in cui le parti sono a distanza ignota. Il fatto di eliminare del tutto la simmetria nell’esposizione alla violenza modifica anche i principi convenzionali dell’ethos militare, tradizionalmente basato sul coraggio e lo spirito di sacrificio.

Per questo, il drone mette in discussione la nozione stessa di “guerra”: il drone sposta la guerra a metà strada tra guerra e operazione di polizia, la trasforma in caccia all’uomo così come trasforma il nemico in selvaggina. Per questo Chamayou segnala che la diffusione dei droni espone anche la società civile a rischi inediti. Come potrà un movimento pacifista manifestare per protesta, se corre il rischio di trovarsi di fronte a una truppa di robot programmati per annientarlo? Cosa sarà dello spirito militare, visto che gli operatori dei droni non si espongono e che combattono manovrando un joystick, come in un gioco elettronico? Per queste specificità, la guerra di droni è soggetta a valutazioni opposte. Per alcuni, il drone è l’arma dei vili, che praticamente non corrono rischi. I suoi sostenitori lo considerano invece un’arma altamente etica, visto che evita lo scontro e limita le perdite a una parte sola.
Come che sia, a me pare che la guerra per droni abbia anche un importante risvolto cognitivo (o più propriamente semiotico). Essa, infatti, continua e estende ad in un campo nuovo una fortissima tendenza della modernità digitale: favorisce la perdita del senso della realtà e l’impulso a scambiare il vero col falso, confermando l’acutissima profezia lanciata nel 1992 da Guy Debord (in La società dello spettacolo) secondo cui «nel mondo realmente rovesciato, il vero è un momento del falso».

Quei “puntini” di Welles
L’obiettivo della guerra per droni è un essere umano oppure solo una manciata di pixel che si muovono sul display del suo operatore? L’uso di droni avrò risonanze emotive in chi li manovra? Questi, infatti, somiglia a Henry Lime (il personaggio interpretato da Orson Welles nel Terzo uomo di Carol Reed, 1949), che, salito su un vagone della ruota del Prater di Vienna col suo amico Rollo Martins (che lo accusa di aver provocato la morte di tanta gente spacciando penicillina avariata), gli mostra dall’alto quei «puntini» che sono le persone laggiù, così lontane: «Guarda laggiù. Sentiresti pietà se uno di quei ‘puntini’ si fermasse per sempre?».
La guerra per droni fa un passo avanti anche rispetto a questa terribile situazione: i “puntini” di Henry Lime ormai non sono più neanche persone che si vedono da lontano, sono solo pixel su un display.
Non vorrei che queste riflessioni avvengano oggi co un paio di decenni di ritardo solo perché questi mezzi orrendi sono a disposizione di russi ed iraniani . Ricordo a chi oggi prende atto di questo orrore che gli americani ne hanno fatto largo uso in Afghanistan facendo decine di migliaia di vittime senza che nessuno ne parlasse o gridasse allo scandalo. È un po’ come per le bombe atomiche sul Giappone, siccome le aveva usate lo zio buono Sam allora tutto filava come l’ olio e si poteva anche battere le mani .
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