Teheran si prepara da decenni a questo scontro. Israele e Usa possono predominare con le armi, ma la Repubblica Islamica sta creando una crisi economica e rompendo l’alleanza degli States nel Golfo

(estr. di Pino Arlacchi – ilfattoquotidiano.it) – […] Le 12 dichiarazioni di Trump sulla vittoria già conseguita in Iran sono considerate da molti come semplice frutto di hubris e mancanza di contatto con la realtà.
[…] Dal punto di vista di una guerra convenzionale, invece, è senz’altro vero che Stati Uniti e Israele stanno vincendo lo scontro in Medioriente. È vero che le forze armate convenzionali della Repubblica Islamica sono state degradate, le sue infrastrutture militari devastate, il suo spazio aereo conquistato. Ma questi sono i parametri sbagliati per giudicare l’andamento del conflitto. La vera guerra che si combatte in Iran, quella che conta in ultima analisi, è di natura asimmetrica. Ed è in questa guerra che l’Iran sta prevalendo. Teheran non ha neppure tentato di difendersi sul piano del conflitto convenzionale. Da quasi 40 anni, dalla fine della guerra contro l’Iraq, ha rinunciato a modernizzare il suo apparato bellico in favore di un assetto asimmetrico. Quello cioè che prevale ogni giorno di più sulle bombe, sulle navi e sugli aerei della coalizione avversa.
La domanda da porsi, quindi, non è quanti ulteriori danni è in grado di sopportare la Repubblica Islamica prima di arrendersi, ma quanto durerà l’illusione americana di vincere dove le sue forze armate hanno sempre perso. Teheran si prepara a questa guerra, dicevamo, da quasi 40 anni. Sta applicando una strategia che è riuscita a dimostrare la vulnerabilità della difesa aerea israeliana, a incapacitare le basi militari Usa del Golfo Persico, a infilare un grosso cuneo tra gli Stati Uniti e i loro alleati del Golfo, e a trasformare uno scontro locale in una leva che può destabilizzare l’economia globale.
[…]
Il regime iraniano si trova in netto vantaggio strategico. E ciò per via di una preparazione a uno scontro con l’Occidente nata dall’esperienza della guerra 1980-88. Un conflitto combattuto da un Iran appena uscito dalla rivoluzione khomeinista, isolato, contro un Saddam Hussein armato e sostenuto dagli Usa, dagli europei e dal mondo arabo, paesi del Golfo inclusi. Il paese era stato tagliato fuori dalle forniture di armi convenzionali. Gli Stati Uniti avevano imposto un embargo completo nel 1979. Di fronte a un nemico militarmente superiore, l’Iran dovette improvvisare. Sviluppò tattiche basate sull’uso di mine ed esplosivi artigianali, nonché sull’impiego di combattenti irregolari fortemente motivati. Questa improvvisazione si trasformò nel tempo in una dottrina coerente. I Pasdaran divennero il centro di una strategia di deterrenza e di attacco asimmetrici. Nei decenni successivi, l’Iran approfondì il proprio coinvolgimento in Iraq, nello Yemen e nel Libano, dove aiutò a modellare Hezbollah nei termini di una genuina forza militare. Dopo l’aggressione Usa del 2003, le milizie sciite irachene sostenute da Teheran svilupparono tattiche efficaci per combattere l’esercito invasore più potente del mondo. Lezioni visibili nella condotta attuale. Le stesse reti logistiche decentrate costruite per muovere combattenti e materiali tra Iran, Iraq e Siria, vengono ora utilizzate per mantenere le catene di approvvigionamento sotto i bombardamenti. La stessa capacità di assorbire i colpi, disperdersi e ricostituirsi è ciò che ha permesso ai Pasdaran di continuare a funzionare nonostante l’assassinio di comandanti di alto rango.
[…]
L’Iran si preparava da tempo a combattere anche una guerra economica. Per decenni ha dovuto confrontarsi con un regime di sanzioni costruito dagli Usa che lo ha tagliato fuori dal commercio e dalla finanza mondiali. Esclusione che ha favorito la nascita della risposta strategica inaspettata e micidiale di queste settimane. L’Iran è un paese espulso dal sistema capitalistico globale che ha interesse a danneggiarne l’architettura. L’Iran sta perciò bersagliando le infrastrutture energetiche dei vicini, sta chiudendo selettivamente Hormuz, sta devastando porti, banche, insediamenti turistici e industrie del Golfo. Sta sviluppando con successo una campagna contro le fondamenta economiche di un ordine regionale a guida americana, che fu costruito contro la Repubblica Islamica.
La componente più incisiva di questa campagna riguarda lo Stretto di Hormuz, la strozzatura attraverso cui transitano circa un quinto del petrolio mondiale e un terzo dei fertilizzanti. L’Iran non ha bisogno di chiudere completamente questa via d’acqua. La minaccia credibile di danno è sufficiente ad alzare i costi e i rischi per la navigazione facendo impennare il prezzo del petrolio e del gas e costruendo la tempesta di inflazione e recessione che spaventa il resto del mondo, eccetto la Cina.
Dalla metà degli anni ‘70, i produttori del Golfo quotano la maggior parte delle esportazioni petrolifere in dollari in cambio della protezione militare Usa. È il sistema del petrodollaro, che l’Iran può tenere in ostaggio proprio perché ne è escluso.
Collegato al petrodollaro, esiste un altro bersaglio della strategia iraniana da tenere nel massimo conto, anche perché è un dato acquisito, indipendente dallo sbocco finale della guerra in corso: la spaccatura che si è creata tra gli Stati Uniti e i loro partner del Golfo. Le basi militari stabilite in funzione anti-iraniana dopo la guerra del 1990-91 furono gradualmente trasformate in presenze permanenti. Teheran non mancò di interpretare queste alleanze per quello che erano. E comprese che la vulnerabilità del sistema petrodollaro/basi militari risiedeva nella capacità degli Stati Uniti di mantenere le proprie promesse di sicurezza. La fiducia in queste ultime cominciò a scricchiolare nel 2019, quando Washington non difese l’Arabia Saudita contro i colpi iraniani al suo maggiore complesso di raffinazione. E si è esaurita in queste settimane, quando gli Stati del Golfo hanno visto bruciare le proprie infrastrutture perché i sistemi di difesa aerea americani erano posizionati principalmente a protezione di Israele.
[…] Abu Dhabi, Doha, Kuwait City, Manama e Ryad stanno mettendo in discussione il proprio allineamento con gli Usa, dimostrando quanto la strategia iraniana abbia colpito nel segno. Stati Uniti e Israele, nel frattempo, stanno certo ottenendo vittorie tattiche. Ma queste non intaccano la superiorità strategica iraniana. Anche perché negli ultimi decenni il regime ha decentrato il suo sistema di comando. Ha distribuito l’autorità politica in nodi regionali capaci di operare autonomamente, e ha coltivato anche molteplici potenziali successori a ogni livello dei Pasdaran e dell’establishment governativo.
La campagna di decapitazione ha inoltre creato un problema che Washington non aveva anticipato: i comandanti iraniani che hanno sostituito quelli eliminati sono, per molti aspetti, più pericolosi dei loro predecessori. Sono più giovani, hanno combattuto gli Usa in Iraq e gli israeliani in Libano e Siria. Sono convinti, a ragione, di aver contribuito a sconfiggere le forze militari più potenti della terra. Non condividono la cautela dei dirigenti più anziani, che ricordano i catastrofici costi umani della guerra con l’Iraq. Il risultato prevedibile è che l’Iran diventerà più aggressivo. La decapitazione ha accelerato quell’escalation che avrebbe dovuto prevenire. In conclusione, il piano strategico iraniano non è rivolto a sconfiggere gli Stati Uniti o Israele in senso convenzionale. È rivolto a dimostrare loro che il costo del confronto con l’Iran è militarmente, economicamente e politicamente insostenibile. A Teheran basta sopravvivere abbastanza a lungo all’attacco convenzionale – e infliggere abbastanza danni – perché la volontà americana di proseguire il conflitto si dissolva. Trump ha già modificato la rotta del Titanic per evitare l’iceberg Hormuz, e il Pentagono non parla più di prendere possesso dei siti nucleari. Se questo piano continuerà a funzionare, la guerra potrebbe concludersi con la Repubblica Islamica assai malconcia ma intatta nelle sue fondamenta, mentre la frattura dell’alleanza Usa-Paesi del Golfo e la fine del petrodollaro saranno altri chiodi sulla bara dell’egemonia americana. Stati Uniti e Israele, con la loro schiacciante potenza di fuoco, possono anche vincere le battaglie. Ma è l’Iran che potrebbe vincere la guerra.
Quando leggo un articolo di Arlacchi mi viene sempre da pensare a se su una rete televisiva Rai o Fininvest potesse esporre lui la sua visione che me sembra oggettiva e pertanto non deviata dalla propria visione politica. Occorrerebbero tanti di lui per fare comprendere le vicende del mondo con un ottica giusta per potersi fare un’ idea realistica .
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Da quello che capisco riassumerei così:
1- Gli USA stanno perdendo perchè concepiscono la guerra come distruzione totale del nemico attraverso il lancio di bombe mentre si intuisce che questo è, in sostanza, mai efficace. Senza annichilimento delle persone non si riesce mai a vincere.
2- Israele sta vincendo in quanto il suo vero obiettivo è indebolire l’IRAN (e questo accadrà in ogni caso) e annettere territorio libanese (e questo sta avvenendo senza che nessuno faccia una piega)
3- l’Iran ha già vinto perchè gli americani non non accetteranno mai migliaia di morti americani (vedasi punto 1)
4- gli europei perdono perchè gli USA perdono. Con l’aggravante che ci rimettono pure economicamente pur non avendo speso un euro in missili. Qui c’è da chiedersi se occorra un esame neurologico delle classi governanti. Ulteriore aggravante per l’Italia è il sostegno continuo e incondizionato a Trump senza neanche essere implicati negli Epstein files.
Ritengo che se qualche paese europeo avesse fatto qualche azione reale di contrasto alle operazioni israeliane dei mesi scorsi e alle follie di Trump probabilmente non saremmo arrivati a dover contingentare la benzina.
Anzi, mi sbilancio ancora di più: se ci fosse stato Conte al governo, gli USA non avrebbero attaccato l’Iran.
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Sì però, in realtà:
Ma USA e Israele ovviamente non vogliono promettere niente in tal senso e pare nemmeno Russia e Cina.
Quindi l’Iran in realtà ha le seguenti alternative:
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“Abu Dhabi, Doha, Kuwait City, Manama e Ryad stanno mettendo in discussione il proprio allineamento con gli Usa”
Certo sarebbe paradossale che le rozze e barbariche petromonarchie del golfo capissero che tocca staccarsi dagli USA (visto che il mitico ombrello USA serve unicamente a mettertelo in quel posto) prima delle sofisticatissime democrazie europee piene di ingegni, pesi e contrappesi.
Però uno sente Tajani e capisce che proprio questa è l’aria.
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