Il tycoon immaginava che bastasse fare “bau” alla teocrazia di Teheran perché si arrendesse e lui potesse porre l’ennesima tacca alla sua immaginaria collezioni di paci. Non è così, anche perché l’Iran ha dimostrato di sapere resistere. Poi c’è un altro problema: è il premier israeliano, che vuole continuare la battaglia fino a rovesciare il regime

(Gigi Riva – editorialedomani.it) – La guerra non è un pranzo di gala, signor Trump. Viene voglia di parafrasare Mao Zedong nell’osservare l’ennesima prova di superficialità, faciloneria e dilettantismo con cui il presidente degli Stati Uniti si sta impantanando in una guerra troppo seria per lasciarla fare ai politici, e qui la parafrasi riguarda il francese Clemenceau che invece di “politici” metteva “generali”.
Come un bambino irresponsabile che gioca con una palla chiamata mondo, Donald Trump ha spedito due portaerei nel Golfo, con il corredo di caccia bombardieri e soldati (spesa iniziale, oltre 600 milioni di dollari), immaginando che bastasse fare “bau” alla teocrazia di Teheran perché questa alzasse le braccia, si arrendesse e lui potesse porre l’ennesima tacca alla sua immaginaria collezioni di paci da presentare al consesso della Storia, ai giurati del Nobel norvegese, o in alternativa a un bravo psicanalista.

Ma esattamente come per il suo sodale Vladimir Putin in Ucraina, non è riuscito al tycoon il cesareo “Veni, vidi, vici” perché l’Iran non è il Venezuela, la sua reazione è più robusta del previsto e sta provocando danni, il regime ha una struttura collaudata e in grado di ricostruire le catene di comando azzoppate. Insomma, resiste. Costringendo Washington a inviare una terza portaerei, e il comandante in capo come un “bateau ivre”, un battello ubriaco, ad oscillare qua e là con dichiarazioni ondivaghe, «sarà lunga», «no abbiamo quasi vinto», «vogliamo il cambio di regime», «no basta che scelgano una Guida Suprema a noi gradita», «siamo qui per il nucleare», «siamo qui per i missili balistici». E il problema è che qualcuno continua a prenderlo sul serio.
Al contrario di alcuni turibolanti leader occidentali, chi comincia ad averne abbastanza sono i suoi elettori americani, quelli che hanno visto alzarsi il prezzo della benzina fino a 4 dollari al gallone (era 3,46), con la prospettiva di toccare i 5. Un incubo per famiglie alle prese con l’inflazione e che lo avevano votato per la promesse di pensare “prima” all’America, di non avventurarsi in guerre esterne (se fosse permesso un emoticon in un editoriale qui ci vorrebbe la faccina che ride, ride amaro, fino alle lacrime).

I sondaggi dicono che la maggioranza della popolazione negli States è contraria al conflitto così come è (56 per cento), e figurarsi per l’invio di truppe evocato spesso anche se ipotesi assai improbabile, pollice verso del 74 per cento.
Con il consenso in declino e le elezioni di midterm sullo sfondo, Trump ha una voglia matta di tirarsi fuori dal guaio mediorientale magari proclamando una vittoria purchessia. Ed ecco profilarsi dunque, sempre più netta, la divaricazione degli intenti con il suo alleato principe.
L’orizzonte di Benjamin Netanyahu è infatti completamente diverso. Non tale da prefigurare una rottura tra due personaggi che sono destinati comunque a trovare un accordo e hanno una identica visione del mondo: non per caso Bibi è stato spesso definito con ironia in Israele come «un leader del partito repubblicano americano».

È almeno dal 2012, quando all’Assemblea generale delle Nazioni unite a New York disegnò una bomba atomica bambinesca per far vedere quanto Teheran era vicino ad averla, che considera l’Iran una minaccia esistenziale per Israele, da eliminare a tutti i costi. Ha rallentato la corsa al nucleare del nemico con una serie di attentati contro gli ingegneri responsabili del progetto, ha sempre criticato i tentativi di trattativa.
Non vedeva l’ora di menare le mani. L’ora è giunta e non vuole farsi sfuggire l’occasione del regolamento di conti con gli ayatollah. Il suo obiettivo è chiaro: continuare la battaglia fino a rovesciare il regime e, soprattutto, mettere le mani sull’uranio arricchito che potrebbe essere utilizzato per confezionare gli ordigni e che viene tenuto nascosto in luoghi sicuri nella pancia di una montagna.
Solo così potrebbe cantare vittoria e presentarsi all’appuntamento legislativo previsto alla lunga per l’anno prossimo, con la prospettiva di primeggiare. Da quando è cominciato il conflitto, nelle intenzioni di voto il suo partito è cresciuto di quattro seggi, da 27 a 31. Riassunto. Per Netanyahu finché c’è guerra c’è speranza. Per Trump se finisce la guerra c’è speranza. Il destino di una fetta di mondo è sequestrato dagli interessi di due persone.
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