Dalla gigantesca santabarbara di Camp Darby a Sigonella. Gli analisti non escludono che la Casa Bianca possa chiedere anche il sostegno di alcune infrastrutture totalmente italiane

Basi Usa in Italia: quante sono, dove sono e come possono essere utilizzate

(di Gianluca Di Feo – repubblica.it) – “L’Italia è una portaerei nel Mediterraneo”. La frase di Benito Mussolini è la considerazione strategica che ha sempre reso fondamentali per Washington le basi nel nostro Paese, tanto più che i governi di Roma – contrariamente ai greci e agli spagnoli che in passato hanno messo alla porta gli americani – si sono sempre dimostrati pronti ad accogliere ogni richiesta, se necessario chiudendo gli occhi su quello che avveniva in caserme e piste. E’ accaduto – stando ai rapporti del Dipartimento di Stato rivelati da Wikileaks – nel 2003 quando l’assalto dei parà di Vicenza decollati da Aviano per gettarsi in massa sul Nord dell’Iraq e aprire un secondo fronte contro Saddam Hussein non è stato considerato dall’esecutivo di Silvio Berlusconi un’azione di guerra ma solo un’operazione logistica, al pari di un trasferimento aereo.

La 173ma aerobrigata di Vicenza, il reparto più decorato dell’Us Army, resta l’unità di punta a cui il Pentagono dovrebbe rivolgersi per i boots on the ground da mandare in Iran nel caso lo scenario peggiorasse. Questi skysoldiers sono sempre pronti a partire e hanno combattuto ovunque, dal Vietnam all’Afghanistan: adesso possono decollare direttamente dalla pista della caserma Del Din, ristrutturata e allungata su concessione del governo Prodi nel 2007.

La risorsa della Penisola vitale per l’attuale Guerra del Golfo è però la gigantesca santabarbara di Camp Darby, nelle pinete tra Livorno e Pisa. Si tratta del deposito di munizioni e mezzi più grande esistente fuori dagli States: vent’anni fa si riteneva che contenesse tutto il necessario per condurre un conflitto, dai tank ai cannoni, dalle tute mimetiche alle mitragliatrici.

C’è pure una riserva colossale di bombe e missili per gli aerei dell’Air Force: prima dovevano essere imbarcati nel porto di Livorno, dieci anni fa è stato allargato il canale che arriva dentro l’installazione e permette il trasbordo in autonomia, lontano da occhi indiscreti e dalle proteste dei camalli. Non si può escludere che i prelievi per alimentare la macchina bellica statunitense siano già iniziati: sono attività che non richiedono un permesso italiano.

Chi partecipa già agli attacchi sull’Iran sono gli F16 di Aviano: una dozzina sono stati trasferiti dieci giorni fa nel Medio Oriente. Appartengono al 31mo Stormo, l’unico in Europa ad avere due squadroni di jet. L’installazione in provincia di Pordenone potrebbe presto avere un compito fondamentale: garantire la manutenzione dei caccia logorati dai raid che richiedono voli lunghissimi. Le officine del Qatar sono troppo esposte alla rappresaglia dei pasdaran e non possono essere impiegate. E sempre da Aviano potrebbero partire i rinforzi per dare il cambio alla prima linea dei bombardieri. Un presidio di jet dell’Us Air Force rimarrà comunque in Italia, perché la base custodisce gli ordigni nucleari tattici B61 per la deterrenza contro la Russia: è la pista più vicina ai confini di Mosca.

Sigonella è già impegnata a sostenere lo sforzo bellico. I ricognitori dell’Us Navy vanno a sorvegliare i cieli del Golfo: ieri c’è stata una lunga missione di un MQ4 Triton proprio davanti alle posizioni iraniane che minacciano il Kuwait. I sensori di questo super-drone permettono di scoprire dettagli che sfuggono ai satelliti. Questa mattina invece un bireattore da ricognizione elettronica P8 ha ispezionato il mare fino alle coste egiziane. Adesso gli Usa potrebbero rischierare nell’aeroporto catanese i velivoli da rifornimento in volo, determinanti per garantire il via vai di caccia e di cargo coinvolti nel conflitto. Finora il Pentagono ha evitato di posizionare cisterne nel nostro Paese, preferendo usare lo scalo internazionale di Sofia e quello cretese di Chania, ma il ritmo della battaglia continua a crescere e c’è la necessità di trovare spazio per i tanker dei cieli, mobilitati in massa. In particolare per i KC130J – più piccoli e con propulsori a turboelica – che da due giorni hanno iniziato ad assistere il ponte aereo tra gli States e il Medio Oriente.

Gli analisti non escludono che la Casa Bianca possa domandare anche il sostegno di alcune infrastrutture totalmente italiane. I porti siciliani – in particolare quello della Marina ad Augusta – per assistere le navi cargo con i materiali necessari a soddisfare le esigenze di 50 mila militari e 300 velivoli attivi nella zona del conflitto. E nel giro di una settimana il Pentagono potrebbe avere l’urgenza di bussare alla porta di Cameri (Novara): lì si trova l’unico polo europeo per la manutenzione dei sofisticati F35, su cui sta ricadendo una fetta consistente degli attacchi. I tecnici israeliani sono troppo presi dal tenere in funzione i loro “caccia invisibili ai radar“ e gli americani avranno presto il drammatico bisogno di “fare il tagliando” agli F35 che si trovano in una base giordana. A quel punto dovranno scegliere se mandarli indietro negli Usa o ottenere il via libera per andare negli hangar piemontesi: la struttura è gestita in collaborazione con aziende private ma appartiene all’Aeronautica militare.