Diplomazia. Legatissima a Mosca, flirta con la Cina ma strizza l’occhio a Trump e fa i compitini per entrare in Ue: di condiviso c’è solo la memoria degli orrori Nato

(di Alessandro Di Battista – ilfattoquotidiano.it) – Il China Cultural Center di Belgrado è stato costruito nel luogo esatto in cui la notte tra il 7 e l’8 maggio del 1999 un missile statunitense colpì l’Ambasciata cinese della Repubblica Federale di Jugoslavia. Quell’ambasciata non esiste più, come del resto non esiste più neppure la Repubblica Federale di Jugoslavia. Oggi Belgrado è la Capitale della Repubblica di Serbia, un paese vitale, nostalgico e allo stesso tempo proiettato verso un futuro che ognuno immagina a modo suo. Il China Cultural Center è un palazzo costruito grazie a fondi stanziati dal ministero della Cultura cinese e dal governo provinciale dello Shandong. Dal 2024 ospita incontri tra imprenditori serbi e cinesi, mostre culturali e corsi di mandarino. Al di fuori c’è una statua di Confucio e un monumento che ricorda i tre giornalisti cinesi uccisi dal missile che colpì l’ambasciata. Furono numerose le stragi di civili durante l’Operazione Allied Force, i raid aerei Nato che per 78 giorni e 78 notti hanno colpito la Repubblica Federale di Jugoslavia, un paese che non rappresentava alcuna minaccia per l’Alleanza atlantica. A Belgrado non le hanno dimenticate e neppure in Cina del resto. Ogni giorno numerosi pullman di turisti cinesi vanno a rendere omaggio ai loro connazionali uccisi. C’è chi prega davanti al monumento, chi lascia una sigaretta e chi un modellino di Chengdu J-20, il caccia di V generazione utilizzato dall’aeronautica cinese. “Gettiamo la nostra arretratezza al di là del Pacifico”, c’è scritto su un biglietto. Fu Mao Tse-tung a pronunciare queste parole per spingere la Repubblica Popolare Cinese a colmare il gap economico e tecnologico con l’Occidente. Pare ci siano riusciti e questo lo sa bene anche il governo serbo, ancora indeciso su quale campo scegliere e per questo impegnato a mantenere, fino a quando sarà possibile, relazioni solide con l’Ue, con gli Stati Uniti e allo stesso tempo con Cina e Russia.
Il legame tra serbi e russi è sempre stato forte. Sono entrambi popoli slavi (jug in serbo e in russo significa sud e la Jugoslavia è la terra degli slavi del sud), entrambi sono prevalentemente ortodossi ed entrambi utilizzano il cirillico. Non a caso l’Impero russo sostenne il Regno di Serbia quando l’Impero austro-ungarico, a seguito dell’attentato di Sarajevo, inviò a Belgrado un ultimatum talmente duro che era impossibile da accettare. Non solo, c’è chi sostiene che i bombardamenti su Belgrado del ’99 avessero come obiettivo anche quello di umiliare la Russia che all’epoca riteneva la Repubblica Federale di Jugoslavia parte della sua sfera di influenza. Nel 1999 Mosca, indebolita dal periodo nero della presidenza Eltsin, non riuscì a contrastare la Nato. Oggi la Serbia è legatissima alla Russia. Il gas che riscalda le case di Belgrado arriva dalla Siberia, la Naftna Industrija Srbije (NIS), la principale industria petrolifera serba è partecipata per il 45% da Gazprom (e le sanzioni imposte da Trump al petrolio russo la stanno colpendo duramente). La Serbia è l’unico paese europeo che non ha imposto sanzioni alla Russia a seguito dell’invasione dell’Ucraina e l’aeroporto Nikola Tesla è il solo aeroporto del Vecchio continente che ha voli diretti per Mosca. Allo stesso tempo il presidente Vučić sogna di entrare in Ue e strizza l’occhio a Trump sperando in un trattamento di favore a oggi non pervenuto. Vučić vola da Putin per l’80° anniversario della Giornata della Vittoria (la sconfitta di Hitler a opera dell’URSS), agevola investimenti cinesi a Belgrado e contemporaneamente svolge i compitini per essere ammesso al club di Bruxelles e sogna di essere riconfermato presidente alla vigilia di Expo 2027 che si svolgerà proprio a Belgrado. Tuttavia a forza di provare a piacere a tutti si rischia di non piacere a nessuno.
Dal 1º novembre 2024, giorno della strage di Novi Sad (il crollo della pensilina della stazione che ha causato la morte di 16 persone) gli studenti serbi scendono in piazza. Chiedono trasparenza negli appalti pubblici, misure anticorruzione e finanziamenti alle università pubbliche. In Europa non si vedevano manifestazioni così dal 1968. Il governo serbo ha represso duramente i manifestanti tant’è che un mostro sacro come Novak Djokovic – eroe nazionale dopo l’oro di Parigi – ha condannato la repressione del movimento studentesco comunicando, per protesta con Vučić, la decisione di spostare il torneo di tennis di Belgrado, da lui organizzato, ad Atene.
Ma gli attacchi al governo non arrivano soltanto dagli studenti. I nazionalisti, ovvero una fetta consistente della pubblica opinione serba, detestano Vučić. Lo reputano schiavo del Blocco occidentale e noncurante delle sofferenze patite dai serbi in Kosovo. Per le strade di Belgrado è facile imbattersi nei manifesti che ritraggono Vučić che consegna all’ambasciatore Usa a Belgrado, Christopher R. Hill, un pacco con scritto “accordo sul Kosovo” in cambio di una corona di cartapesta. Accusano Vučić di essere pronto a riconoscere ufficialmente il Kosovo in cambio dell’ingresso nel club del blocco occidentale. Non sono in pochi coloro che la pensano così. Del resto, per la stragrande maggioranza dei serbi il Kosovo è parte della Serbia oltre a essere una terra sacra.
A Kosovo Polje, a pochi km da Pristina, nel 1389 ebbe luogo la Battaglia della Piana dei Merli tra serbi e ottomani. La battaglia di Kosovo Polje per i serbi è come Dien Bien Phu per i vietnamiti o Stalingrado per i russi.
Davanti a quel che resta del ministero della Difesa e dell’esercito serbo, distrutto dalle bombe Nato e lasciato volutamente in rovina per non dimenticare, c’è una scritta: “Riportate l’esercito in Kosovo”. In Serbia c’è chi vorrebbe tornare a difendere la minoranza serba del Kosovo e riconquistare una terra che non hanno smesso di sentire propria. E sono in tanti coloro che guardano più a Pechino e Mosca che all’Ue o all’Alleanza atlantica. D’altronde nella memoria storica serba è scolpito l’orrore provocato dai bombardamenti Nato.
Nel centro di Belgrado, nei giardini accanto alla Chiesa ortodossa di San Marco, c’è il monumento dedicato “ai bambini uccisi durante l’aggressione della Nato del 1999”. Dalle nostre parti quei raid li abbiamo chiamati “Operazione Allied Force”, in Serbia “aggressione”. “Eravamo solo bambini”, c’è scritto sul monumento. Dalle nostre parti abbiamo dimenticato i bambini uccisi a Belgrado, in un paese orgoglioso come la Serbia, questo non avverrà mai.