(di Massimo Gramellini – corriere.it) – Non vorrei trovarmi nei panni dei giurati che oggi, a Oslo, dovranno decidere a chi assegnare il Nobel per la Pace. Se lo danno a Donald Trump, fresco architetto dell’accordo in Medio Oriente, verranno accusati da metà del mondo di avere premiato un pericolo pubblico, una specie di incrocio tra un gangster e un golpista. Ma se non glielo danno, saranno criticati dall’altra metà, e Trump in persona griderà al complotto delle zecche comuniste norvegesi, capaci di consegnare il Nobel a un cinico come Kissinger o a un sopravvalutato come Obama, e di negarlo invece a lui, lo statista che con metodi spicci ma evidentemente efficaci afferma di aver chiuso sette guerre in sette mesi (con questa, otto) e che, proseguendo a un ritmo simile, finirà per mettere d’accordo tutti i litiganti del pianeta, a parte forse interisti e juventini. 

Poveri giurati di Oslo. Non sarà un caso se la palazzina che ospita il premio si trova a poche decine di metri dal luogo in cui Munch ambientò il famoso «Urlo». Quel genio aveva il dono della preveggenza: l’urlatore era sicuramente il presidente della giuria. Per togliermi dall’impaccio, e dall’ impiccio, al suo posto avrei azzardato una mossa da antico democristiano. Considerando tutti i soldi che ha fatto e gli affari che ha combinato da quando è tornato alla Casa Bianca, alternando le minacce alle smentite con continui proclami a favor di Borsa (la sua), all’ex fallito e ora di nuovo ricchissimo Trump avrei assegnato il Nobel per l’Economia.