Il professor Zhok espone la sua tesi: per sopravvivere, il libero mercato deve crescere. E, quando si ferma, l’ultima risorsa è il conflitto.

(Andrea Zhok – krisis.info/it) – Il docente di Filosofia morale alla Statale di Milano si inserisce nel dibattito su guerra e riarmo con una lettura molto critica del capitalismo. Secondo l’analisi di Andrea Zhok, il libero mercato, per sopravvivere, richiede una continua crescita. Quando la crescita si arresta, il sistema entra in crisi. E le soluzioni tradizionali – innovazione tecnologica, sfruttamento della forza lavoro, espansione dei mercati – non bastano più. In questa prospettiva, sostiene Zhok, la guerra diventa l’extrema ratio, offrendo al sistema economico un meccanismo di distruzione, ricostruzione e controllo sociale.
1. L’essenza del capitalismo
Il nesso tra capitalismo e guerra è non accidentale, ma strutturale, stringente. Nonostante la letteratura autopromozionale del liberalismo abbia sempre cercato di spiegare che il capitalismo, tradotto come «dolce commercio», era una via preferenziale verso la pacificazione internazionale, in realtà questo è sempre stata una conclamata falsità. E questo non perché il commercio non possa essere viatico di pace – può esserlo – ma perché l’essenza del capitalismo NON è il commercio, che ne è solo uno dei possibili aspetti.
L’essenza del capitalismo consiste in uno e un solo punto. Si tratta di un sistema sociale idealmente acefalo, cioè idealmente privo di guida politica, ma guidato da un unico imperativo categorico: l’incremento del capitale a ogni ciclo produttivo. Il cuore ideale del capitalismo è la necessità che i capitali rendano, cioè incrementino il capitale stesso. La guida di questo processo è affidata non alla politica – tantomeno alla politica democratica – ma ai detentori di capitale, ai soggetti che incarnano le esigenze della finanza.
È importante capire che il punto cruciale per il sistema non è che «vi sia sempre più capitale» in senso oggettivo, cioè che il monte di denari aumenti sempre più; momentaneamente esso può anche contrarsi. Il punto è che deve esistere sempre la prospettiva generale di un accrescimento del capitale a disposizione. In assenza di questa prospettiva – ad esempio in una perdurante condizione di «stato stazionario» dell’economia – il capitalismo cessa di esistere come sistema sociale, perché viene meno il «pilota automatico» rappresentato dalla ricerca di sbocchi agli investimenti.
Il punto va inteso squisitamente in termini di POTERE. Nel capitalismo, un determinato ceto detiene il potere e lo detiene in quanto affidatario della conduzione del capitale all’accrescimento. Se viene meno la prospettiva di accrescimento, l’esito è tecnicamente RIVOLUZIONARIO, nel senso specifico in cui il ceto che detiene il potere deve cederlo ad altri – ad esempio a una guida politica mossa da principi o idee guida, come è stato più o meno sempre nella storia (prospettive religiose, prospettive nazionali, visioni storiche). Il capitalismo è il primo e unico sistema di vita nella storia umana che non cerca di incarnare alcun ideale e che non tende ad andare in nessuna direzione specifica. Si aprirebbe qui un’interessante discussione sul nesso tra capitalismo e nichilismo, ma vogliamo concentrarci su di un altro punto.

2. La «caduta tendenziale del saggio di profitto»
Nella natura del sistema è implicita una tendenza esaminata per la prima volta da Karl Marx sotto il nome di «caduta tendenziale del saggio di profitto». Si tratta di un processo intuitivo. Da un lato, come abbiamo visto, il sistema esige di ricercare costantemente la crescita, trasformando il capitale in investimento generatore di altro capitale. Dall’altro, la competizione interna al sistema tende a saturare tutte le opzioni per accrescere il capitale, realizzandole. Tanto più la competizione è efficiente, tanto più veloce è la saturazione dei luoghi dove fare margine. Questo significa che con l’andare del tempo il sistema capitalistico genera strutturalmente un problema di sopravvivenza per il sistema medesimo.
Il capitale disponibile si accresce costantemente e cerca impieghi «produttivi», cioè capaci di generare interessi. La crescita del capitale è legata alla crescita delle prospettive di crescita futura del capitale, in un meccanismo che si autoalimenta. È sulla base di questo meccanismo che ci si ritrova in situazioni come quella prima della crisi subprime, quando la capitalizzazione sui mercati finanziari globali era di 14 volte il PIL mondiale. Questo meccanismo produce la costante tendenza alle «bolle speculative». E questo stesso meccanismo produce la tendenza alle cosiddette «crisi di sovrapproduzione», espressione comune ma impropria, in quanto dà l’impressione che ci sia un eccesso di prodotto a disposizione, mentre il problema è che c’è troppo prodotto solo rispetto alla capacità media di acquistarlo.
Costantemente, fatalmente, il sistema capitalistico si trova ad affrontare crisi generate da questa tendenza: masse crescenti di capitale premono per essere messe a frutto, in un processo esponenziale, mentre le capacità di crescita sono sempre limitate. Perché una crisi si faccia sentire non è necessario che la crescita si arresti, basta che non sia all’altezza della montante richiesta di margini. Quando ciò accade, il capitale – cioè i detentori del capitale o i loro gestori – iniziano ad agitarsi in maniera crescente, perché la propria stessa sopravvivenza come detentori di potere è messa a repentaglio.
3. La ricerca frenetica di soluzioni
Quando la compressione dei margini si approssima si apre la frenetica ricerca di soluzioni. Nella versione autopromozionale del capitalismo, la soluzione principe sarebbe la «rivoluzione tecnologica», cioè la creazione di una nuova prospettiva promettente di generazione di profitto attraverso un’innovazione tecnologica. La tecnologia è realmente un fattore che accresce la produzione e la produttività. Se accresca anche i margini di profitto è questione più complessa, perché non basta che vi sia più prodotto affinché il capitale si accresca, ma deve esservi più prodotto ACQUISTATO.
Questo significa che i margini possono crescere davvero in presenza di una rivoluzione tecnologica solo se l’aumento di produttività si ripercuote anche in aumento generale del potere d’acquisto (salari), il che non è così scontato. Ma anche laddove ciò accada, le «rivoluzioni tecnologiche» capaci di aumentare produttività e margini non sono così comuni. Spesso ciò che si presenta come una «rivoluzione tecnologica» è ampiamente sopravvalutato nella sua capacità di produrre ricchezza e finisce per essere solo un riorientamento degli investimenti che genera una bolla speculativa.
In attesa di eventuali rivoluzioni tecnologiche che riaprano la sfera dei margini, la seconda direzione in cui viene ricercata una soluzione per riguadagnare margini di profitto è la pressione sulla forza lavoro. Questa pressione si può manifestare in compressione salariale e in molte altre modalità che incrementano l’area di sfruttamento del lavoro. Il diretto abbassamento dei salari nominali è una forma percorsa solo in casi eccezionali; più frequenti e facili da gestire sono i mancati recuperi dell’inflazione, la «flessibilizzazione» del lavoro in maniera da ridurre i «tempi morti», la «rigorizzazione» delle condizioni di lavoro, la dismissione di forza lavoro, eccetera.

Questo orizzonte di pressione presenta due problemi. Da un lato diffonde il malcontento, con la possibilità che questo sfoci in proteste, rivolte, eccetera. Dall’altro lato, la pressione sulla forza lavoro, in particolare nella dimensione salariale, riduce il potere d’acquisto medio, e corre così il pericolo di avviare una spirale recessiva (minori vendite, minori profitti, maggiore pressione sul monte salari per recuperare margini, conseguente riduzione delle vendite di prodotti, e così avanti).
Una forma collaterale di conquista di margini si ha con le «razionalizzazioni» del sistema produttivo, che sta concettualmente a metà strada tra innovazione tecnologica e sfruttamento della forza lavoro. Le «razionalizzazioni» sono riorganizzazioni che, per così dire, limano le relative «inefficienze» del sistema. Questa dimensione riorganizzativa di fatto si ripercuote quasi sempre in un peggioramento delle condizioni di lavoro, che diviene in sempre maggior misura dipendente dalle esigenze impersonali dei meccanismi di capitale.
Un ultimo orizzonte di soluzioni si presenta quando nell’equazione entra la sfera del commercio estero. Per quanto di principio i punti precedenti esauriscano i luoghi dove i margini di profitto possono crescere, di fatto prendendo in considerazione la sfera estera, le medesime occasioni di profitto si moltiplicano per le diversità tra Paesi. Invece di un incremento tecnologico interno si può avere accesso a un incremento tecnologico estero attraverso il commercio. Invece di una compressione della forza lavoro interna si può ottenere accesso a manodopera estera a buon mercato, eccetera.
4. Il declino del profitto
La fase attuale nella breve e cruenta storia del capitalismo che stiamo vivendo è caratterizzata dal venir meno progressivo di tutte le prospettive di profitto maggiori. Ci sarà sempre spazio per «rivoluzioni tecnologiche», ma non con una frequenza che possa star dietro a masse infinitamente crescenti di capitale che premono per essere messe a profitto. Ci sarà sempre spazio per ulteriori compressioni della forza lavoro, ma il rischio di creare condizioni di rivolta o di ridurre il potere d’acquisto diffuso pone limiti evidenti. Quanto al processo di globalizzazione, esso ha raggiunto i suoi limiti e ha iniziato un processo di relativo arretramento; la possibilità di trovare occasioni estere toto coelo differenti e migliorative rispetto a quelle interne si è drasticamente ridotta (bisogna pensare che quanto più le catene di produzione si estendono, tanto più sono fragili e tanto più possono comparire addizionali costi di transazione).
La crisi subprime (2007-2008) ha segnato un primo momento di svolta, portando l’intero sistema finanziario mondiale a un passo dal collasso. Per uscire da quella crisi si è ricorso a due leve. Da un lato a una pressione elevata sulla sfera del lavoro, con perdita di potere d’acquisto e peggioramento delle condizioni di lavoro a livello mondiale. Dall’altro lato a un incremento dei debiti pubblici – che a sua volta sono un vincolo indiretto imposto alle cittadinanze e alla forza lavoro, e vengono presentati come un onere da compensare.

La crisi Covid (2020-2021) ha segnato un secondo momento di svolta, con caratteristiche non dissimili dalla crisi subprime. Anche qui gli esiti della crisi sono stati una perdita media di potere economico dei ceti lavoratori e un incremento dei debiti pubblici.
Tanto nella crisi subprime che nella crisi Covid, il sistema ha accettato una momentanea riduzione generale delle capitalizzazioni complessive, pur di riaprire nuove aree di profitto. Nell’insieme il sistema finanziario è uscito da entrambe le crisi con una posizione comparativamente più forte rispetto alla popolazione che vive del proprio lavoro. L’incremento dei debiti pubblici è di fatto un trasferimento di denaro dalla disponibilità della cittadinanza media alle cedole dei detentori di capitale.
Va notato che, per disinnescare gli spazi di contestazione e contrapposizione tra lavoro e capitale, il capitalismo contemporaneo ha spinto con tutte le sue forze per creare una cointeressenza in alcuni strati di popolazione, benestanti ma ben lontani dal contare qualcosa sul piano del potere capitalistico. Forzando le persone ad acquisire pensioni private, polizze assicurative fruttifere, spingendole a utilizzare i risparmi in qualche forma di titolo di Stato, si tenta (e riesce) a creare uno strato di popolazione che si sente «parte in causa» nelle sorti del grande capitale. Questi strati di popolazione fungono da «buffer zone», riducendo la disponibilità media a rivoltarsi contro i meccanismi di capitale.
La situazione attuale, in particolare nel mondo occidentale, è dunque la presente. Il grande capitale ha bisogno, per sopravvivere, di accedere a ulteriori continuative aree di profitto. Le popolazioni dei Paesi occidentali hanno visto erodersi le proprie condizioni di vita, sia strettamente in termini di potere d’acquisto, sia in termini di capacità di autodeterminazione, trovandosi sempre più vincolate a una molteplicità di vincoli finanziari, lavorativi, legislativi, tutti motivati dalle esigenze di «razionalizzazione» del sistema.
Le possibilità di trovare nuove aree di profitto all’estero si sono drasticamente ridotte, con il raggiungimento dei suoi limiti da parte del processo di globalizzazione. Questa è la situazione di fronte a cui i grandi detentori di capitale si trovano oggi. Nella loro ottica urge trovare una soluzione. Ma quale?
5. «Una parola paurosa e fascinatrice: guerra!»
Quando, nel canone occidentale, si presentano le guerre mondiali, cioè i due massimi eventi di distruzione bellica della storia umana, si presentano di solito all’insegna di alcuni colpevoli ben definiti: il «nazionalismo» (in particolare tedesco) per la Prima Guerra Mondiale, le «dittature» per la Seconda guerra mondiale. Raramente si riflette sul fatto che questi eventi hanno come epicentro il punto di sviluppo più avanzato del capitalismo mondiale e che la Prima guerra mondiale avviene al picco del primo processo di «globalizzazione capitalistica» della storia.
Senza entrare qui in un’esegesi delle origini della Prima guerra mondiale, è comunque utile ricordare come la fase che la precede e prepara è perfettamente inquadrabile in una cornice che siamo in grado di riconoscere. Dal 1872 circa inizia una fase di stagnazione dell’economia europea. Questa fase dà una spinta decisiva alla ricerca di risorse e forza lavoro all’estero, principalmente nelle forme dell’imperialismo e colonialismo.
Tutti i principali momenti di crisi internazionale che preparano la Prima Guerra Mondiale, come l’incidente di Fashoda (1898), sono tensioni nel confronto internazionale per l’accaparramento di aree di sfruttamento. La prima grande spinta al riarmo nella Germania guglielmina avviene per creare una flotta capace di contestare il dominio dei mari (che è dominio commerciale) dell’Inghilterra.

Ma perché mai la guerra dovrebbe rappresentare un orizzonte di soluzione delle crisi generate dal capitale? La risposta è, a questo punto, abbastanza semplice. La guerra rappresenta una soluzione ideale per le crisi da «caduta del tasso di profitto» sotto quattro profili principali.
In primo luogo, la guerra si presenta come una spinta non negoziabile a investimenti massivi, che possono rilanciare un’industria esangue. Grandi commesse pubbliche nel nome del «sacro dovere della difesa» possono riuscire a estrarre le ultime risorse pubblicamente disponibili per riversarle in commesse private.
In secondo luogo, la guerra rappresenta una grande distruzione di risorse materiali, di infrastrutture, di esseri umani. Tutto ciò, che dal punto di vista del comune intelletto umano è una disgrazia, dal punto di vista dell’orizzonte di investimenti è una magnifica prospettiva. Infatti si tratta di un evento che «ricarica l’orologio della storia economica», eliminando quella saturazione delle prospettive di investimento che minaccia l’esistenza stessa del capitalismo. Dopo una grande distruzione si riaprono praterie per investimenti facili, che non hanno bisogno di alcuna innovazione tecnologica: strade, ferrovie, acquedotti, case, e tutto l’indotto di servizi. Non è un caso che da tempo oramai, mentre una guerra è in corso, dall’Iraq all’Ucraina, si assiste a una corsa preliminare all’accaparramento delle commesse per la futura ricostruzione. La più grande distruzione di risorse di tutti i tempi – la Seconda guerra mondiale – fu seguita dal più grande boom economico dalla Rivoluzione industriale.
In terzo luogo, i grandi detentori di capitale, che è capitale finanziario, consolidano comparativamente il loro potere sul resto della società. Il denaro, avendo natura virtuale, rimane intoccato da qualunque grande distruzione materiale (purché non sia un annichilimento planetario).
In quarto e ultimo luogo, la guerra congela e arresta tutti i processi di potenziale rivolta, tutte le manifestazioni di scontento dal basso. La guerra è il meccanismo definitivo, il più potente di tutti, per «disciplinare le masse», ponendole in una condizione di subordinazione da cui non possono uscire, pena l’essere identificati come complici del «nemico».Per tutte queste ragioni l’orizzonte bellico, per quanto al momento lontano dagli umori predominanti nelle popolazioni europee, è una prospettiva da prendere estremamente sul serio. Quando oggi alcuni dicono – ragionevolmente – che non ci sono le premesse culturali e antropologiche perché la società europea si disponga seriamente alla guerra, mi piace ricordare quando – annusando gli umori della massa – Benito Mussolini passò in pochi anni dal pacifismo socialista alla celebre chiusa del suo articolo sul Popolo d’Italia, il 15 novembre del 1914: «Il grido è una parola che io non avrei mai pronunciato in tempi normali e che innalzo invece forte, a voce spiegata, senza infingimenti, con sicura fede, oggi: una parola paurosa e fascinatrice: guerra!».
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Mussolini divenne interventista soprattutto perché annusò il milione di lire che il governo francese mise nelle sue tasche. Anche allora le guerre venivano fomentate attraverso la manifestazione dell’opinione pubblica.
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E sembra che anche gli inglesi abbiano fatto la loro parte nella trasformazione ed ascesa di Benito, da socialista antimilitarista ad interventista fascista……mi pare di ricordare che furono proprio gli inglesi ad appoggiare le mire imperialiste di Mussolini in nord Africa! In politica si può sempre cambiare idea, ma quando arrivano i soldi si cambia più velocemente…..ed un popolino disposto a credere alle chiacchiere si trova sempre, quello italiano poi è particolarmente avvezzo! Bastano un paio di parole messe in croce, ben urlate, na bella propaganda sulle solite minc@iate come onore, patria, vincere e vinceremo, e spezzeremo le reni a qualcuno, ed è subito Italia! Allora come oggi! La storia si ripete con le dinamiche del sistema capitalistico, e la farsa ce la mettono gli italiani! Imbattibili….almeno in questo!
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Sumeri, Egizi, Greci, Persiani, Romani, Barbari, Mongoli, Turchi, e potrei continuare , hanno regolarmente fatto guerre senza minimamente sapere o praticare il capitalismo. Tesi debolissima, la guerra e’ semplicemente la traslazione a livello di popolo della pulsione umana alla conflittualita’, la medesima che porta a venire alle mani per un parcheggio o durante una partita di calcetto. Molto piu’ semplice e piu’ miserabile. ( Cfr. J. Hillman “ Un terribile amore per la guerra “ – Adelphi ): “In un momento chiave del celebre film sul generale Patton, un memorabile George C. Scott passeggia per il campo di battaglia a combattimento finito: terra sventrata, carri armati bruciati, cadaveri. Volgendo lo sguardo a quello scempio, esclama: «Come amo tutto questo. Che Dio mi aiuti, lo amo più della mia vita».
È eloquente che James Hillman abbia scelto proprio questa scena, tanto spiazzante quanto rivelatrice, per introdurre il provocatorio tema del suo nuovo libro: la guerra come pulsione primaria e ambivalente della nostra specie – come pulsione, cioè, dotata di una carica libidica non inferiore a quella di altre pulsioni che la contrastano e insieme la rafforzano, quali l’amore e la solidarietà. Il presupposto è che se di quella pulsione non si ha una visione lucida ogni opposizione alla guerra sarà vana.
Frantumando la retorica degli adagi progressisti – basati su una lettura caricaturale della «pace perpetua» teorizzata da Kant –, Hillman risale così, in perfetta consonanza con la sua visione della psicologia, al carattere mitologico e arcaico di tale ambivalenza, riassunto nell’inseparabilità di Ares e Afrodite. In questa prospettiva tutte le guerre del passato e del presente appariranno quindi semplici variazioni della guerra più emblematica dell’Occidente classico, quella cantata nell’Iliade. Ma soprattutto, ricorrendo a dettagliati rapporti dal fronte, a lettere di combattenti, ad analisi di esperti in strategia – oltre che a tutti gli scrittori e tutti i filosofi che alla guerra hanno tributato meditazioni decisive, da Twain a Tolstoj, da Foucault a Hannah Arendt –, Hillman ci guida a una scandalosa verità: più che un’incarnazione del Male, la guerra è in ogni epoca – lo dimostra la contiguità tra le descrizioni omeriche e i reportage dal Vietnam – una costante della dimensione umana. O meglio, troppo umana.
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“Sumeri, Egizi, Greci, Persiani, Romani, Barbari, Mongoli, Turchi, e potrei continuare , hanno regolarmente fatto guerre senza minimamente sapere o praticare il capitalismo. “
Vero quello che scrivi, gli antichi, chiamiamoli così per brevità , non avevano in mente il concetto di capitalismo come noi oggi lo intendiamo; ma il principio di fondo era lo stesso: il possesso delle risorse allora disponibili, il loro accrescimento per il controllo dell’economia.
Fino alla nascita di un sistema industriale “moderno” l’attività prevalente era l’agricoltura; in Italia e non solo era l’attività prevalente fino alla fine della seconda guerra mondiale a dire il vero.
Ai tempi dei sumeri, egizi ecc ecc addirittura l’agricoltura era di tipo estensivo, non esisteva l’allevamento stabulare (la stalla) se non come luogo di mero ricovero del bestiame, il concetto di rotazione agraria che nacquero nel medioevo; va da se che le risorse disponibili coincidevano con la TERRA da cui appunto i grandi imperi, intesi almeno come estensione territoriale, del passato.
Quindi la tesi di Zhok non è debolissima, tutt’altro.
Le pulsioni violente, che pure esistono, sono solo l’effetto del fenomeno, ma la causa è sempre identica, il controllo delle risorse economiche ed il loro accrescimento il tutto finalizzato per il potere.
Lo erano allora e lo sono, sia pure in forma diversa, ancora oggi.
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Tante parole, del resto Zhok vende questo, per esprimere un concetto semplice: il fine del capitalismo è il profitto che serve, a detta di Zhok, per accrescere il capitale (quale capitale? quello finanziario, umano, tecnico e tecnologico?); il commercio, in tal senso, non rappresenta solo una parte, ma un mezzo per raggiungere l’obiettivo di accrescimento del profitto.
Poi Zhok, non riesco a comprendere se tu parli di capitale nel senso “Marxista” del termine o nel senso moderno; le due cose non coincidono.
Il capitale finanziario, la tesaurizzazione e/o la rendita, per Marx non era capitale; oggi invece lo è.
“È importante capire che il punto cruciale per il sistema non è che «vi sia sempre più capitale» in senso oggettivo, cioè che il monte di denari (volevi dire profitto?) aumenti sempre più; momentaneamente esso può anche contrarsi. Il punto è che deve esistere sempre la prospettiva generale di un accrescimento del capitale a disposizione.”
No Zhok, quello che tu scrivi non riguarda solo il sistema, riguarda tutti gli esseri umani, capitalisti e non.
Lo spiegano bene il teorema di Fisher e, più compiutamente, la Teoria del Ciclo Vitale di Modigliani.
L’ESSERE UMANO che vive nell’incertezza ha bisogno di prospettive, anche reddituali, positive; non a caso la teoria del ciclo vitale è alla base di tutti i sistemi pensionistici mondiali; quando un individuo non è più in grado di lavorare ha bisogno comunque di un reddito per vivere; quindi le prospettive positive non riguardano solo i capitalisti, riguardano TUTTI, sia pure in forma diversa.
Passiamo al punto 2 la “caduta del saggio di profitto” si direbbe oggi che il profitto ha una marginalità decrescente.
“Da un lato, come abbiamo visto, il sistema esige di ricercare costantemente la crescita, trasformando il capitale in investimento generatore di altro capitale. Dall’altro, la competizione interna al sistema tende a saturare tutte le opzioni per accrescere il capitale, realizzandole. Tanto più la competizione è efficiente, tanto più veloce è la saturazione dei luoghi dove fare margine.”
Facciamo un esempio del grassetto; io imprenditore realizzo profitti, con, almeno parte, di questo profitto, acquisto macchinari per produrre di più e competere con i rivali, i concorrenti.
Se anche i concorrenti fanno lo stesso significa che la produzione aumenta, ma non può aumentare all’infinito; la produzione non è fine a se stessa ma serve a soddisfare le esigenze degli individui, della popolazione sarebbe il caso di dire, visto il contesto.
La produzione serve a soddisfare una domanda; questa domanda ha dei limiti fisici; io non mangio 10 Kg di pasta perché la produzione di pasta è aumentata; non indosso dieci giacche o le cambio 10 volte al giorno perché la produzione di giacche è aumentata; non metto il riscaldamento di casa a 80°C perché la produzione di energia è aumentata, non mi faccio 730 giorni di vacanza all’anno perché il pacchetto vacanze costa meno.
Quindi Zhok, le astratte opzioni per accrescere il capitale, nel concreto sono i limiti fisici dell’essere umano.
In realtà quanto sto dicendo non vale per tutti i beni; per quelli noti come beni superiori quali ad esempio l’oro (per bene superiore si intende quel bene il cui consumo cresce al crescere del reddito, non per il fatto che si tratti di oro o diamanti); ma si tratta di casi per certi versi particolari.
Quindi, io capitalista, ho l’esigenza di ampliare il mercato, cioè cercare altri esseri umani cui poter vendere quanto produco; in termini più moderni si parla di globalizzazione; ma che è anche un fenomeno dei tempi passati.
Altra cosa Zhok il capitolo 14 del “Capitale” scritto dallo stesso Marx parla di “Contraddizioni e Controtendenze interne alla legge”
Cos’è, non lo hai letto? O lo hai deliberatamente ignorato perché era scomodo nello scrivere l’articolo odierno?
Altra cosa ancora Zhok, la teoria del saggio di profitto parte dal presupposto che solo il capitale umano crei valore; ti sembra che sia così?
L’innovazione non crea valore? Il muratore di 100 anni fa faticava come un muratore di oggi? La finanza non crea valore? Forse la finanza non crea valore per te, ma non sei l’unico individuo sulla faccia della terra.
Se poi ti venisse in mente di rispondermi dicendo che la finanza crea valore solo per i ricchi, scordatelo; perché ti replicherei dicendo per chi creano ricchezza i fondi pensione? Certo, la crea prevalentemente per i ricchi, ma non solo.
Andiamo al punto 3 Dove si cerca di porre in relazione l’innovazione tecnologica e la forza lavoro.
Zhok, quando hai scritto questa parte indossavi la camicia di forza, quella mentale.
Allora: gli elementi costitutivi della domanda di beni e servizi sono 3
La popolazione, il reddito e la sua distribuzione.
A prescindere dal fatto che sia l’innovazione tecnologica o la compressione salariale a fornire l’exit strategy per l’accrescimento dei profitti; il capitalista gioca su questi 3 elementi su scala globale, sempre e sul fatto che questi 3 elementi siano disomogenei su scala globale.
“Se accresca anche i margini di profitto è questione più complessa, perché non basta che vi sia più prodotto affinché il capitale si accresca, ma deve esservi più prodotto ACQUISTATO.
Questo significa che i margini possono crescere davvero in presenza di una rivoluzione tecnologica solo se l’aumento di produttività si ripercuote anche in aumento generale del potere d’acquisto (salari), il che non è così scontato. “
No Zhok, il capitalista non la vede così; lo ha visto così Ford; per certi versi
Se io aumento i salari dei miei dipendenti questi acquisteranno le macchine che io produco; così la pensava Ford; il fatto non trascurabile è che non pensava solo questo.
E non è così scontato non perché l’innovazione tecnologica sia “farlocca” o perchè servano aumenti salariali; ma perché il capitalista sfrutta le differenze salariali disomogenee nelle diverse aree del pianeta; Io produco in Vietnam dove la forza lavoro costa meno, un prodotto tecnologico innovativo, non necessariamente sopravvalutato; esistono anche casi di sopravvalutazione, ma non si può generalizzare.
E’ quello che succede; se devo dare una mia interpretazione di questa sorta di “paternalismo Fordiano” ti dico che Ford fu gioco forza costretto ad aumentare i salari dei suoi dipendenti perchè l’economia di allora, la trasferibilità dei capitali, era di gran lunga più chiusa di quella di oggi.
Condivido il punto 4
La limitatezza di popolazione e reddito aggravata da una minore redistribuzione, essendo quest’ultima causa ed effetto allo stesso tempo del problema o del suo aggravarsi; mette a rischio in perpetuarsi dei profitti.
Trovo un po’ discutibile quanto segue.
L’incremento dei debiti pubblici è di fatto un trasferimento di denaro dalla disponibilità della cittadinanza media alle cedole dei detentori di capitale.
Va notato che, per disinnescare gli spazi di contestazione e contrapposizione tra lavoro e capitale, il capitalismo contemporaneo ha spinto con tutte le sue forze per creare una cointeressenza in alcuni strati di popolazione, benestanti ma ben lontani dal contare qualcosa sul piano del potere capitalistico. Forzando le persone ad acquisire pensioni private, polizze assicurative fruttifere, spingendole a utilizzare i risparmi in qualche forma di titolo di Stato, si tenta (e riesce) a creare uno strato di popolazione che si sente «parte in causa» nelle sorti del grande capitale.
Zhok che differenza c’è tra cittadinanza media e strati di popolazione benestante lontani dal contare qualcosa sul piano del potere capitalistico.
Quindi questa classe di popolazione è sfruttata o cooptata e in che misura sfruttamento e cooptazione si mescolano?
Le due cose, va da se, non possono coesistere ed infatti la riduzione della classe media è evidente.
Condivido in parte il punto 5
Sicuro condivido i primi due aspetti; specie il 2°: distruggere per ricreare.
Sono molto scettico sul 4° aspetto; quello di dire che si anestetizzerebbe il malcontento delle masse impoverite incanalandolo verso una guerra:
“Tuttavia la lezione è chiara: se è difficile chiamare alle armi la popolazione di un paese invaso e a rischio di sopravvivenza si può immaginare quanto sia difficile chiamare alla guerra paesi veramente democratici che non sono né invasi né minacciati né tantomeno a rischio di sopravvivenza come i nostri paesi europei. A meno che non siano anch’essi ideologizzati, politicizzati e ricattati da estremisti e nazisti. È già successo.( Fabio Mini)”
Ideologizzati, politicizzati e ricattati
Serve tempo Zhok per fare ciò; tu sei sicuro che i tempi del capitale ed i tempi per ideologizzare, politicizzare e ricattare le masse siano gli stessi?
E sei certo che il tentativo di ideologizzare, politicizzare e ricattare le masse abbia un esito positivo per chi si propone di farlo?
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Troppe domande per chi non e’ un economista ne’ un conoscitore della materia, ma dato che non lo sono neanche quelli che lo leggono, basta che le parole orecchino bene e tutti contentoni.
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