
(di Antonio Pitoni – lanotiziagiornale.it) – Non si può certo dire che, anche stavolta, Giorgia Meloni non abbia colto nel segno. Con il suo attacco al Manifesto di Ventotene, scritto nel 1941 da tre dissidenti del regime fascista – Spinelli, Rossi e Colorni – mentre erano al confino nell’isola pontina e considerato il testo ispiratore dell’Unione europea, è riuscita nell’impresa di spostare il dibattito sul Piano di Riarmo Ue ad una sterile e strumentale polemica sulla portata di un documento decontestualizzato dal periodo storico in cui venne redatto. Centrando l’obiettivo di spostare, per tutta la giornata di ieri, i riflettori mediatici dalla vera questione politica sul tavolo del Consiglio europeo – gli 800 miliardi di euro destinati allo shopping militare – all’inutile botta e risposta su un tema del tutto irrilevante rispetto all’oggetto del dibattito. Un segno di abilità, che va indubbiamente riconosciuto alla premier, ma allo stesso tempo anche di debolezza.
Costretta ad arrampicarsi ancora una volta sugli specchi nel tentativo, solo in parte riuscito, di nascondere le divisioni interne alla sua stessa maggioranza. La provocazione sul Manifesto di Ventotene, del resto, ha attutito solo in parte il contraccolpo dell’affondo della Lega arrivato per mano del capogruppo alla Camera, Molinari, a dibattito ancora in corso. “L’Italia non approverà una risoluzione che dà a Meloni il mandato di approvare il ReArm Eu – ha detto il numero uno di Salvini a Montecitorio -. La risoluzione parlerà della proposta di Giorgetti all’Ecofin e parlerà della volontà dell’Italia con i propri tempi di aumentare la propria difesa in linea con gli impegni del paese con la Nato. È questo che oggi (ieri, ndr) la maggioranza dirà in Parlamento e ci aspettiamo che Meloni porti avanti questa posizione al Consiglio Europeo”. Che farà Meloni, anche alla luce dell’avviso recapitatole dalla Lega, lo vedremo nelle prossime ore. Per il resto, la premier può stare tranquilla: l’Europa non è quella di Spinelli da lei tanto vituperata. L’Ue è stata costruita sulla teoria economica neoliberista. Che di bolscevico non ha nulla.
Oggi la Meloni andrà a Bruxelles a dire non si sa cosa, perché la destra è divisa in tre gruppi, uno contro l’altro, la cosiddetta opposizione è divisa in parti inconciliabili, nessun cittadino sano di testa e che non sia ammanicato con venditori di armi vuole il riarmo di cui delira la von der Leyen e la Meloni fa l’equilibrista tra Trump che vuole la pace in Ucraina e la Commissione europea che vuole la guerra. La Melonie parteggia per Trump al punto da trascurare la faccenda dei dazi che affosserà ancor più la nostra economia , per non parlare di quel che avverebbe se lo Stato dovesse tagliare stato sociale e servizi per tirar fuori ogni anno 35 miliardi, più della Finanziaria, da spendere in armi. Ieri la Meloni si è presentata alla Camera ma, invece di dire cosa voleva fare in Europa, ha scelto pretestuosamente di parlare del Manifesto di Ventotene in tono così dispregiativo da sortire una specie di reazione accesa ed emotiva di cui nessuno aveva bisogno. Un chiaro espediente per deviare l’attenzione da un tema molto grave, su cui non sa cosa dire o fare. Così tutto è finito in rissa. E ancora non sappiamo cosa va a Bruxelles a fare o dire. A meno che non ci vada nascondendosi sotto la giacca o divincolandosi come una anguilla, visto che altro non sa fare per tre anni non ha fatto che smentire le promesse elettorali e arrotolarsi su sé stessa come una trottola, per cui, non solo è la cosa più lontana da uno statista che si sia mai vista ma ha toccato livelli infimi anche come animale politico.
Il Manifesto di Ventotene è un documento politico redatto nel 1941 da Altiero Spinelli, Ernesto Rossi e Eugenio Colorni durante il loro confino sull’isola di Ventotene, imposto dal regime fascista. Il titolo completo del documento è “Per un’Europa libera e unita. Progetto d’un manifesto”.
Il manifesto è considerato uno dei testi fondanti dell’europeismo moderno e ha gettato le basi ideologiche per la creazione di un’Europa unita e federale dopo la Seconda Guerra Mondiale. I suoi autori immaginavano un’Europa libera dal nazionalismo, dalle dittature e dalle guerre, basata su principi di democrazia, giustizia sociale e cooperazione tra i popoli.
I punti principali del manifesto includono:
Critica al nazionalismo: Il manifesto identifica il nazionalismo come una delle cause principali delle guerre e delle divisioni in Europa.
Necessità di un’Europa federale: Propone la creazione di una federazione europea, in cui gli Stati nazionali cedano parte della loro sovranità a un’entità sovranazionale per garantire pace e stabilità.
Superamento dei totalitarismi: Sostiene la necessità di sconfiggere i regimi fascisti e nazisti per costruire un’Europa democratica.
Giustizia sociale: Promuove un modello di società basato sulla giustizia sociale e sulla riduzione delle disuguaglianze economiche.
Il manifesto di Ventotene ha ispirato molti movimenti e personalità politiche che, dopo la guerra, hanno lavorato per l’integrazione europea, culminata nella creazione dell’Unione Europea. Oggi è considerato un testo simbolo della lotta per un’Europa unita, libera e pacifica.
Ma l’idea che la Meloni ne ha dato estrapolando frasi qua e là è stata spregiativa, grottesca e palesemente fascista, una offensiva pagliacciata da piccolo gerarca di periferia che sputava non solo sull’idea originaria dell’Europa ma anche sulla dignità dell’Italia repubblicana e democratica.
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Non so quanti di voi abbiano DAVVERO letto il Manifesto di Ventotene ( Viviana sicuramente sì). Io l’ho letto ieri sera. È bastato poco più di mezz’ora. È un Manifesto…non un Trattato.
L’ho trovato molto interessante, ne ho condiviso, soprattutto capito, lo spirito.
Stiamo parlando di un’aspirazione di 2-3 intellettuali ( Colorni non lo conoscevo) che al Confino immaginavano un progetto politico-sociale che ponesse fine ( dopo averli sconfitti, siamo nel 1941, non sono ancora sconfitti) ai Nazionalismi, che a loro avvisano sono o diventano totalitari e bellicisti.
Quindi le intenzioni sono “pacificatrici”, permeate da ispirazione sociale, anticapitaliste e soprattutto, e non appaia contraddittorio, STATALISTE. Non è contraddittorio perché si allude ad un Centralismo dello Stato Federale Europeo da inventare che diriga, con pesi e contrappesi, limitando le funzioni private nell’economia, destinate a loro avviso a diventare quasi sempre Monopoli contro l’interesse collettivo.
C’è tanta roba da analizzare in quel Manifesto. Che ovviamente va contestualizzato al momento storico.
La Meloni non so se l’ha letto davvero, o ha voluto fare polemica con la piazza di Serra ( che anch’io ho disprezzato ma per i motivi che ho spiegato, gli stessi della Basile, di Travaglio etc.) usando qualche frase presa qua e là per buttarla in caciara. E sia chiaro è legittimo che a qualcuno un progetto del genere non piaccia. Non è motivo di Fede incondizionata o di Totem da piantonare.
È importante capirlo prima che condividerlo. E se i “mezzi” ipotizzati per attuare quel Manifesto sono anche “discutibili” ( sulla proprietà privata, sull’inefficacia del mezzo democratico in una certa fase, sul concetto di dittatura a cui allude) stiamo parlando di un’idea novecentesca assoluta influenzata dalla parola “rivoluzione”. La rivoluzione ha in sé dei paradossi tra mezzi e fini. Non mi ha minimamente “urtato” questa asperità metodologica.
Ad ogni modo, nulla di quell’encomiabile ( negli intenti) Manifesto esiste nella nostra Europa. È una bestemmia farne un riferimento.
p.s. devo rileggerlo. Perché ad un certo punto mi è sembrato che nel Manifesto già ipotizzasero la trappola della sortita dei PD nostrani. Quasi ne avessero intuito la pericolosità al pari dei “movimenti reazionari” nazionalisti…
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A parte la strategia di buttare tutto in caciara per non rispondere di altri problemi governativi,a me basta sapere che cosa serviva Ventotene,chi c’era incarcerato e chi lo aveva costruito.
Tutto il resto eventualmente risulta come al solito un “revisionismo storico”
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Voglio proprio usare le stesse parole pronunciate dalla borgatara plebea al governo: RIVOLUZIONE E DITTATURA tratte dal Manifesto di Ventotene.
Rivoluzione perché, per quei visionari dell’era postfascista auspicata nel documento, si trattava di un cambiamento radicale rispetto al ventennio da cui per fortuna dopo si uscì.
“Dittatura” (iperbole!), perché si trattava di una imposizione della democrazia (ossimoro bene augurante) con libero (!) voto popolare, donne comprese.
L’Europa sognata da Spinelli & C. non era certo quella poi puramente economica realizzata con l’introduzione della moneta unica di puro stampo neoliberista al servizio dei potentati economici presenti negli Stati in forte competizione tra loro. Un’Europa né federale e neanche tanto democratica, visti il ruolo minimalista del parlamento di Strasburgo e il potere eccessivo veramente decisionale della Commissione. Per dirne una, sul progetto di ReArm il parlamento ha solo espresso un PARERE, peraltro NON VINCOLANTE, in quanto è la Commissione l’organo istituzionale preposto all’assunzione e al varo del (nefasto) provvedimento.
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Mi dispiace contraddire Pablo. Il Manifesto di Ventotene non è un manifesto da attaccare al muro e nemmeno un piccolo pamplet di breve lettura, è un libro di 168 pagine e nemmeno che io che sono una lettrice veloce ce l’avrei fatta a leggerlo in mezz’ora. Inutile chiedersi quanti Italiani lo abbiano letto. La maggioranza degli Italiani è formata da analfabeti di ritorno che non conosco i libri nemmeno dalla copertina come il Ministro Valditara o non conoscono nemmeno la Costituzione. Immagino che Pablo stia tra costoro, per cui magari non sa nemmeno che gran parte di questo sogno socialista, certamente utopistico, è stato tradotto nei principi fondamentali della nostra Repubblica e ugualmente compaiono nella Costituzione europea o sono fondanti nella Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo e del cittadino, principi di civiltà e democrazia che la Meloni ogni giorno progressivamente distrugge e di cui immagino Pablo non saprà niente. Ma ognuno è schiavo del livelli di ignoranza che si merita.
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Ventotene è un’isola davanti alle coste del Lazio, tristemente famosa per il confino politico a cui centinaia di antifascisti furono condannati durante il regime. Il regime fascista ci mandò per 13 anni donne e uomini coraggiosi, allontanandoli dalle loro attività e dai loro affetti per fiaccarli, svilirli e umiliarli nella loro dignità, li riunì coattivamente in una sorta di pollaio, ma inconsapevolmente, trasformò l’isola in un’occasione speciale e irripetibile per la storia futura del nostro paese, perché è proprio a Ventotene che si forgiò la classe politica della futura Repubblica. L’isola da luogo di umiliazione, si trasformò in luogo di testimonianza e di riscatto per tutti coloro che opponendosi alla violenza e alla sopraffazione decisero di non mollare e difendere con dignità le proprie idee.
Il confino politico era regolato da alcuni articoli delle leggi speciali del 1926, leggi che avevano abolito i partiti e i loro giornali, i sindacati e le associazioni antifasciste. Con queste leggi fu anche istituito il Tribunale Speciale per la difesa dello Stato e la Commissione Provinciale che assegnava al confino.
Lo scopo del confino era quello di allontanare gli individui ritenuti pericolosi per lo Stato ma anche per l’ordine e la sicurezza pubblica, così finirono al confino anche gli omosessuali, (soprattutto alle Tremiti) e i religiosi di fede diversa, testimoni di Geova, evangelisti.
Per finire al confino bastava veramente poco: bastava partecipare al funerale di un amico comunista, deporre fiori sulla tomba di un antifascista, ironizzare o raccontare barzellette sul fascismo o sulla figura del duce, diffondere notizie ascoltate da una radio straniera, leggere libri ritenuti sovversivi, cantare inni considerati rivoluzionari, anche in abitazioni private. Festeggiare il primo maggio era poi considerata un oltraggio per il regime fascista.
Il confino non era una condanna stabilita dal potere giudiziario, ma una misura preventiva volta a liberarsi degli oppositori politici senza ricorrere ad un processo e soprattutto senza l’esibizione delle prove.
La durata del confino era variabile da uno a cinque anni ma spesso allo scadere del periodo assegnato si faceva un rinnovamento.
Per reprimere l’opposizione, il regime istituì una polizia segreta, l’OVRA..
La storia diVentotene inizia nel 1930, quando il Ministero degli Interni decise di chiudere la colonia di Lipari, anche in seguito alla clamorosa fuga di Carlo Rosselli, Emilio Lussu e Fausto Nitti, e scelse Ventotene per le piccole dimensioni e la scarsa accessibilità delle coste, per i confinati più pericolosi ed irriducibili, comunisti ed anarchici . La colonia divenne molto importante per chi ci andò dal 1939, quando fu ridimensionata la colonia di Ponza. Il capo della polizia Arturo Bocchini vi concentrare i più pericolosi avversari del regime, con un’imponente caserma per gli agenti di PS, 12 padiglioni, uno destinato alle donne, uno ai tubercolotici e un’infermeria e fu trasferito sull’isola un intero reparto di milizia volontaria. Tra agenti, militi e carabinieri erano più di 350. Su circa 800 confinati presenti sull’isola la metà era costituita da comunisti, seguivano gli anarchici e i socialisti, il gruppo di Giustizia e Libertà e i Federalisti di Altiero Spinelli. Tra i comunisti: Terracini, Secchia, Scoccimarro, Longo, Roveda, Curiel, Ravera…. Tra gli anarchici la figura quasi leggendaria di Paolo Schicchi; c’era Giovanni Domaschi, conosciuto in tutte le colonie confinarie per le sue rocambolesche fughe. Tra i giellisti: i Fratelli Rosselli. Tra i socialisti Sandro Pertini, Tra i federalisti Altiero Spinelli.
Il centro fu un vivacissimo laboratorio culturale, con lezioni sistematiche e specialistiche di storia, economia, finanza, statistica e perfino tecniche militari impartite da alcuni ufficiali albanesi e dai combattenti di Spagna. Quelle lezioni furono fondamentali nella lotta partigiana.
Ognuno si specializzava nello studio dei testi, ma tutti si arricchivano e si formavano per lo scambio con personalità di altissimo spessore culturale e morale presenti allora sull’isola. Qui Pietro Grifone scrisse la sua opera più importante Il capitale finanziario e Ernesto Rossi e Altiero Spinelli il Manifesto di Ventotene . L’isola da luogo di umiliazione, si trasformò in luogo di testimonianza e di riscatto per tutti coloro che opponendosi alla violenza e alla sopraffazione decisero di non mollare e difendere con dignità le proprie idee.
Filomena Gargiulo
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