(Giuseppe Di Maio) – C’è un partito che non ha votato il reddito di cittadinanza, che si è opposto al salario minimo durante la sua permanenza al governo, che non ha mai voluto fare una legge contro il conflitto di interessi, che vota le leggi dei reazionari sulla giustizia e che è fermamente convinto delle ragioni suggerite da Washington nel conflitto russo-ucraino. C’è un partito che a tutti i costi vuole una larga coalizione contro le destre al governo, poiché c’è una legge elettorale che impedisce un buon risultato alle urne se si corre da soli, una legge che non molti anni fa è stata proprio opera sua. No, non stiamo parlando di un’associazione sorta da un manicomio, stiamo parlando di un blasonato partito della sinistra che pretende di essere egemone nella sua area e decidere quali debbano essere i suoi alleati in questo assalto al potere. C’è un partito pieno di contraddizioni nato da una somma di forze politiche tra loro confliggenti, cioè forze che sedevano sia nell’emiciclo sinistro che in quello destro del Parlamento, un partito che nel frattempo è stabilmente allocato presso l’elettorato conservatore e che furbamente si dichiara ancora di sinistra (una sinistra opposta alla destra), con l’intento di carpire i voti ingenuamente radicali.

È un partito che non ha permesso l’alleanza con chi invece si prometteva di attuare veramente il programma elettorale della sinistra e, una volta accettata l’alleanza, ha preteso un indirizzo dichiarato, un’unione organica, “un’anima”, cioè la fusione con il proprio alleato, la sparizione di un punto di vista più onesto. Ma questo stesso partito, nel momento di recarsi alle urne, decide di giocare in solitaria e di lasciare la vittoria in mano alla destra. La piccola rivoluzione che è venuta poi nella corsia di questo manicomio di impiegati della politica, con l’elezione di un vertice deciso più dagli elettori che dai quadri di partito, non ha portato alcun mutamento nella sua azione politica. Il suo segretario predica ancora la santa alleanza contro le destre ma non indica gli step intermedi, né il programma reale con cui saldare la coalizione. Pretende però di essere egemone, di essere il federatore indiscusso, di decidere chi è dentro e chi è fuori  del cartello elettorale.  Nel frattempo si produce contro il pericoloso partner in continui comportamenti stressogeni per erodergli il consenso elettorale. Già alla sua nascita quest’associazione si era distinta più nell’esclusione degli alleati che nella loro inclusione. Il progetto Ulivo era stato ben due volte vincente, ma codesto partito della sinistra perse la sua prima competizione elettorale proprio per non aver permesso al suo competitor interno di beneficiare dei vantaggi della legge elettorale. Vuoi vedere che al rifiuto di fare l’ennesimo specchietto per le allodole quel gran partito incolperà il suo alleato di consentire alle destre di vincere in eterno?