
(Tommaso Merlo) – Solo Betlemme è circondata da ventitré insediamenti israeliani illegali, terra rubata a cittadini palestinesi locali e su cui hanno costruito orrendi villaggi blindati. Visti da fuori sembrano un misto tra basi militari e prigioni. Gli stessi coloni per tornare a casa devono passare un check-point e molti girano armati, si sono come imprigionati da soli e vivono nella paura circondati da nemici. Davvero una bella vittoria. Quella che doveva essere la Palestina è piena di questi insediamenti abusivi e lo stato di Israele ha costruito delle strade ovunque in modo che i cosiddetti coloni possano viaggiare comodamente. Su queste strade anch’esse abusive, l’esercito israeliano apre e chiude check-point a piacimento, controllando di fatto dentro il territorio palestinese i palestinesi. Padroni a casa d’altri. Dimostrazione di come fin dall’inizio il vero progetto politico sionista è l’annessione. Israele controlla tutto ciò che entra ed esce dalla Palestina, tutte le merci ma anche le persone. Non esiste il visto palestinese, per andare in Palestina serve il visto israeliano. Israele controlla tutti i confini e li apre e chiude anch’essi a piacimento. I palestinesi per andarsene o rientrare nel loro paese devono avere il permesso degli israeliani e se hanno osato alzare la testa trovano chiuso. Israele controlla poi l’acqua e decide come somministrarla come controlla la corrente elettrica. Forme di pressione, di ricatto. Dimostrazione di come il vero progetto sia rendere la vita impossibile ai palestinesi in modo che decidano di andarsene esasperati oppure cedano facendosi sottomettere. Nessuna illazione, nessun astio, cruda realtà. I palestinesi non hanno neanche la loro moneta, lo Shekel è la moneta di Israele che i palestinesi sono costretti ad utilizzare. Gli scaffali dei pietosi supermercati locali sono pieni di prodotti israeliani e non c’è spillo che entri in Palestina senza il previo controllo delle dogane israeliane che trattengono anche i dazi che poi versano a Ramallah a fine anno se tutto ok. Come se fossero loro i padroni e i palestinesi gli intrusi e non viceversa. Per passare il celebre muro della vergogna, i palestinesi hanno bisogno di fare prima una carta d’identità israeliana e poi di ottenere un permesso speciale che viene concesso per periodi brevi e in casi specifici. Tipo per i lavoratori che ogni giorno varcano i check-point per andare a fare mestieri che gli israeliani non fanno più, dai braccianti agricoli ai camerieri. I palestinesi vanno bene solo se servono e se di fatto sono schedati e conosciuti. Chi ha la casa vicino al muro o agli insediamenti illegali deve stare attento, sono zone cuscinetto controllate a vista. Un mio amico ha costruito uno sgabuzzino nel suo giardino di Betlemme, i soldati israeliani sono entrati di notte e hanno appeso un foglio al suo muro intimandolo a distruggere tutto entro due settimane, lui non lo ha fatto e i militari sono entrati alle cinque del mattino col bulldozer per radere tutto al suolo. Altri mi hanno raccontato di aggressioni di coloni inferociti che lanciano sassi ed entrano nei terreni altrui gridando che quella è la loro terra. Gruppi di estremisti religiosi ma che esternano un antico progetto di annessione che sta a monte. Credenze che confondono come verità e che poi vogliono imporre agli altri. Più che spiritualità, bieco materialismo di natura egoista. In Palestina ma anche in Libano e Siria è pieno di persone con sventolano documenti di proprietà di terre occupate da israeliani senza parlare degli ormai milioni di profughi anche alla quinta generazione cresciuti nei campi profughi della regione. Ondate di palestinesi costretti a fuggire da casa loro a seguito delle guerre che si susseguono da oltre settant’anni. Ricordo nei campi profughi palestinesi in Giordania di aver incontrato degli anziani palestinesi con ancora le chiavi di casa loro appesa al collo, ma nel frattempo non solo la loro casa ma il loro intero villaggio non esisteva più. Un infinito strascito di odio e di dolore. Una sera a Betlemme un signore mi ha fermato per strada per raccontarmi disperato di suo figlio che l’esercito israeliano ha arrestato qualche anno fa e di cui non ha saputo più nulla. Dice che non sa di cosa sia accusato. Nessun processo, nessuna notizia. E sono migliaia i palestinesi imprigionati per ragioni politiche o meglio di sicurezza che in Israele prevale su tutto. In nome della propria sicurezza e quindi sopravvivenza, di fatto Israele è pronta a tutto. Violazioni, abusi per poi ritrovarsi più insicuri che mai e addirittura a rischio di sopravvivenza. Un fallimento storico che il fanatismo di natura essenzialmente fascista che domina la politica attuale, gli impedisce di ammettere e quindi di correggere. Ogni cedimento è visto come una sconfitta e ogni occasione è buona per strappare abusivamente altri pezzi di Palestina e soggiogare il nemico. Una guerra di fatto permanente col popolo palestinese visto come ostacolo da rimuovere per il proprio progetto di annessione. Odio che gli si sta ritorcendo contro e che rischia di travolgere l’intera società israeliana, anche quella sana, anche quella ragionevole, anche quella che condanna per prima i deliri neofascisti governativi. I palestinesi sono detestati perché di fatto si oppongono al loro disegno e non cedono. La cosa peggiore che si può dire ad un fascista è no, è resistere. Sono decenni che i palestinesi subiscono discriminazioni ed ingiustizie di ogni genere, ma questo invece di piegarli li ha rinforzati. Succede ai popoli come alle persone. Ho vissuto in molti paesi in Medioriente e trovo i palestinesi nettamente i più brillanti, sono dei grandi lavoratori, sono dinamici e svegli e nonostante le condizioni drammatiche in cui vivono, le cose funzionano anche meglio di altrove. Non solo resilienza e capacità di arrangiarsi, ma anche competenza e determinazione. In Palestina in un modo o nell’altro sanno fare tutto e nonostante uno stato inconsistente e malconcio, la società è sana. Una società basata su famiglie allargate, tenuta insieme da una profonda solidarietà figlia delle avversità, riscaldata da una cultura molto umana e tenuta insieme dal nemico comune. In Palestina si vive bene nonostante tutto, non esiste sostanzialmente criminalità, non ci sono barboni per le strade e grazie all’imprenditorialità e alle svariate diaspore, in molti trovano il modo di vivere più che degnamente. Certo, non esiste stato sociale, le strade malmesse sono piene di spazzatura e branchi di cani randagi, sanità ed educazione sono a pagamento e pure care, ma questo è frutto del grande limite secondo me della società palestinese che è politico. Non sono mai riusciti a capitalizzare il consenso politico internazionale ed anzi lo hanno sprecato scadendo nella lotta armata. Pur con tutte le scusanti del caso, non sono mai riusciti a produrre movimenti democratici e pacifici all’altezza e in grado sia di arginare il progetto di annessione israeliano sia di concretizzare il loro sogno nazionale alternativo. I palestinesi detestano i loro politicanti incapaci e corrotti ma sono in realtà – come ovunque – lo specchio di una società che sta sopravvivendo egregiamente grazie alle comunità locali, ma che ha enormi lacune collettive. Manca senso civico e fiducia nelle istituzioni, politica e partiti fanno paura e conquiste di civiltà come lo stato sociale sono del tutte estranee. La colpa della Palestina di ieri e di oggi, è quella di non aver optato per una politica che le permettesse di conquistare dal basso – e non dall’alto come fatto da Israele – sostanzioso appoggio internazionale. Al momento a tirare i sassi ai check-point ci vanno i ragazzini che colpiscono altri ragazzini in divisa verde con in mano il mitra. Gli stessi facinorosi organizzano poi sovente attentanti con coltelli e pistole ai coloni e soldati. Odio, vendette di altre vendette. Sterile violenza che ne genera di opposta ancora più veemente. Gli israeliani non lasciano nulla di impunito, ad ogni attentato seguono indagini minuziose che possono portare all’arresto dei famigliari dell’attentatore e alla demolizione della casa di famiglia. Violenza che genera violenza opposta sempre più cruenta e che non sta portando ovviamente a nessuna soluzione. Anzi, è sempre peggio. Quello che sta succedendo a Gaza in grande, succede nel resto della Palestina in piccolo da decenni ogni santo giorno. È un massacro reciproco nella speranza che prima o poi uno dei due ceda e la propria volontà si imponga sul nemico. Fascismo di genesi egoistica, da entrambe le parti del muro. La religione e Gerusalemme sono solo pretesti di visioni antiquate e di lavaggi del cervello tramandati tra generazioni. Le ragioni di questo conflitto non sono fuori ma dentro. Fuori si manifestano solo le conseguenze dell’odio e di una visione egoista e settaria della realtà. Quel muro della vergogna in cemento armato, era nella testa di qualcuno prima di venire costruito. Come se questa interminabile guerra in Terra Santa, avesse proprio questo scopo spirituale di insegnarci cosa sia in fondo la guerra. Folle autodistruzione frutto dell’inconsapevolezza di se stessi e della vita. Le opzioni possibili per il futuro sono due. O una devastante guerra regionale che rischia di spazzar via per sempre il progetto israeliano e che aprirà una nuova fase fascista ma di matrice islamica. La via più probabile osservando la storia anche Occidentale. Oppure la riapertura di una fase di dialogo frutto dell’esasperazione e di un forte intervento internazionale che costringa i due contendenti a tornare a ragionare che è del resto l’unico modo che hanno gli esseri umani per risolvere i problemi. Una opzione possibile dato che la situazione è ormai oltre i limiti di sopportazione come dimostrano le proteste in tutto il mondo e dato che la Terra Santa appartiene a tutti in fondo. È in corso lo scempio di luoghi che appartengono alla storia tutta dell’umanità e non solo a quella religiosa e si dovrà arrivare alla parola fine prima o poi. Quando crolleranno gli ego individuali e collettivi, quando si placheranno i fanatismi, quando si schianteranno i fascismi, invece di azzuffarsi come ragazzini per la Spianata delle Moschee di Gerusalemme, al-Aqsa potrà ospitare venerdì i musulmani, sabato gli ebrei, domenica i cristiani e gli altri giorni chiunque ci voglia fare un giro. Un luogo che invece di essere simbolo dell’ottusità cinica e dell’inconsapevolezza degli esseri umani, potrebbe diventare simbolo di una nuova era di rispetto e amore reciproco, una nuova era di pace.