Unione europea, il caso delle lobby mascherate da Ong: chi sono e cosa fanno

(Milena Gabanelli, Luigi Offeddu e Francesco Tortora – corriere.it) – Bruxelles è ancora la capitale mondiale delle lobby, che dall’interno delle istituzioni cercano di influenzare le politiche della Ue. «No Peace Without Justice» e «Fight Impunity», già classificate come Organizzazioni non governative che si occupano di diritti umani e non perseguono fini commerciali, secondo la magistratura belga li perseguivano eccome, nelle persone dei propri capi: tangenti dal Qatar per migliorarne l’immagine alla vigilia dei Mondiali di calcio. Era successa la stessa cosa nel 2013 al Consiglio d’Europa: il denaro arrivava dall’Azerbaijan per affossare un rapporto sul trattamento dei prigionieri politici, e ad incassare una onlus di Saronno dell’allora presidente dell’Assemblea del Ppe Luca Volontè. Nel 2021 Volonté fu condannato in primo grado per corruzione, poi prescritto in appello e ora pende il ricorso in Cassazione. Scriveva Shakespeare: «Se il denaro scorre veloce tutte le porte si aprono».

Il registro delle lobby

Nel 2011 per sapere «chi» incontra «chi» e «per parlare di cosa» è stato istituito presso la Commissione il Registro per la trasparenza Ue, esteso nel 2021 anche a Parlamento e Consiglio, ma in questo caso su base volontaria. Ben 10 anni più tardi, e dopo che, già nel 2016, una consultazione pubblica durata 3 mesi lo aveva etichettato come obbligatorio. Il Registro classifica le lobby in 3 categoriechi promuove i propri interessi o quelli dei propri membri (compagnie, aziende); gli intermediari (studi di consulenza); e chi non rappresenta interessi commerciali (associazioni no profit, Ong).

Al 19 gennaio 2023 il Registro raccoglie 12.417 iscritti, di cui 8.229 classificati come «compagnie che perseguono i propri interessi commerciali» (461 quelle italiane) e 3.488 come Ong o no profit (161 quelle italiane). Secondo Shari Hinds di Transparency International il sistema è incline agli errori perché le linee guida sulle categorie sono vaghe generali, diverse organizzazioni non si registrano nella categoria corretta e i controlli sono pochi.

I requisiti richiesti alle Ong

Le Ong o no profit, già classificate come tali dal loro statuto originario in Italia, per iscriversi a Bruxelles devono: «certificare che promuovete i vostri interessi e la vostra finalità principale e/o settore di attività è di natura non commerciale o lucrativa; che promuovete gli interessi collettivi dei vostri membri e il principale settore di attività del 50% o più dei vostri membri è di natura non commerciale o lucrativa». Si tratta di auto-dichiarazioni, e ci si iscrive al Registro per concorrere ai bandi della Commissione sui programmi comunitari, o per sensibilizzare le istituzioni su temi di interesse collettivo. Fra le tante e nobili Ong che si occupano di tutela dell’ambiente, accoglienza dei migranti, benessere animale, cura delle malattie rare, disabilità, associazioni di genitori di bambini malati oncologici, troviamo però anche questo lungo elenco.

Profit o no profit

Unione italiana per l’Olio di palma sostenibile: dichiara di avere come obiettivo principale quello di promuovere l’olio di palma sostenibile da parte delle aziende. I suoi membri finanziatori sono infatti le aziende che vendono prodotti a base di olio di palma: UnigràFerreroNestlé, ecc, ma Francesca Ronca – responsabile delle relazioni Ue – dichiara: «Non perseguiamo interessi commerciali di una singola categoria, noi siamo un’associazione trasversale che ne riunisce diverse altre».

Consorzio italiano compostatori: raggruppa 144 aziende fra produttori e gestori di impianti di compostaggio, biometano, fertilizzanti organici. Dichiara un budget di 2 milioni di euro, tuttavia è registrata come «organizzazione che non persegue fini commerciali».

OITAF, «Organizzazione internazionale trasporti a fune»: il suo presidente Markus Pitscheider spiega: «Rappresentiamo i costruttori delle funivie e filovie, le ditte che producono le funi, e gli esercenti. Ma ribadisco che noi non abbiamo fini commerciali».

Conciliatore bancariofinanziario: ha come obiettivo la risoluzione delle controversie fra intermediari finanziari e la loro clientela senza finire in tribunale. Opera sia sul territorio nazionale che estero. Il budget è di 1,8 milioni di euro e fra gli associati ci sono Abi, Federcasse, Assofin, Assogestioni ecc.

Wellness Foundation o Fondazione Benessere: sede a Cesena, promuove uno stile di vita sano, è classificata come Ong-no profit. Il suo presidente è Nerio Alessandri, fondatore e presidente di Technogym, leader mondiale nella produzione di attrezzi per lo sport e il tempo libero. Che beneficerà commercialmente dalle attività della fondazione. «Vi richiameremo per darvi ogni chiarimento», rispondono dall’ufficio relazioni esterne. Chiamata non pervenuta.

Wec Italia: riunisce tutti gli operatori del settore energetico ed è sostenuto dai contributi di Ansaldo Energia, Eni, Esso, Saipem, Gruppo Api, Snam, Terna. «Ma siamo da statuto un’associazione che non ha scopi commerciali», sostiene il suo segretario generale Paolo D’Ermo.

Piedmont Aerospace Cluster: promuove l’industria aerospaziale del Piemonte, e concorre ai bandi della Commissione per i progetti aerospaziali Ue. È sostenuta dalla Regione e dai suoi associati: colossi dell’industria strategico-militare come Leonardo, Thales Alenia, Ge Avio.

Elettricità Futura: rappresenta 500 imprese fra cui Enel, Edison, Eni. Fino al 9 gennaio figura fra le no profit. Ma alle 13.48 del 9 gennaio, dopo la richiesta di chiarimenti di Dataroompassa fra le «associazioni di commercio e affari».

Ente italiano di accreditamento(Accredia): finanziato da vari ministeri italiani, rilascia i certificati di omologazione alle norme Ue, e riscuote le relative quote. Il 10 gennaio, alla domanda di spiegazioni, la portavoce Francesca Nizzero spiega: «Accredia è una no profit ed è stata assegnata alla categoria Ong per similitudine, il che non impedisce di chiedere una maggiore appropriatezza». Il 17 gennaio Accredia si cancella dal Registro.

PostePay S.p.A.: segue il mercato unico digitale e fino all’11 gennaio era classificata fra le «Ong che non perseguono fini commerciali». La mattina dello stesso giorno Francesca Cipollaro, responsabile delle relazioni Ue, ci dice che «deve essere un vecchio refuso». Due ore dopo PostePay figura fra le compagnie che «promuovono i propri interessi o gli interessi dei propri affiliati».

ETO, European Tuning Organization (letteralmente: «Messa a punto delle auto nella Ue»): si occupa di omologazioni meccaniche. Sul sito web afferma di rappresentare «centinaia di piccole e medie imprese che generano decine di migliaia di posti di lavoro». Nel Registro Ue, dichiara di «non rappresentare interessi commerciali». Il 12 gennaio, poche ore dopo la richiesta di spiegazioni di Dataroom, ETO ricompare nel Registro come «compagnia che promuove i propri interessi o quelli dei propri associati».

Radiati il 30% degli iscritti

Ma perché si iscrivono come «no profit» quando rappresentano gli interessi dei loro finanziatori, il cui interesse finale è il profitto? E pertanto dovrebbero figurare fra le lobby commerciali o associazioni di categoria. Le possibili risposte sono due:
1) collocandosi all’interno di un mondo portatore di interessi collettivi e sociali è più facile avere presa sull’interlocutore istituzionale;
2) il portatore di interesse si iscrive «in buona fede» nella categoria sbagliata.

Fra i requisiti richiesti c’è scritto: «Se un ente è istituito come organizzazione o associazione senza scopo di lucro a norma del diritto nazionale, ma rappresenta gli interessi collettivi di enti a scopo di lucro nel settore imprenditoriale, industriale o commerciale, rappresenta interessi commerciali e non rientra in tale categoria».

Già nel 2018, la Corte dei conti europea definiva «inaffidabile» la classificazione delle Ong, e a seguito di contestazioni nel 2021 nove controllori dipendenti dai vertici Ue hanno revisionato le tre categorie del Registro. Nel loro rapporto si legge: «3.360 controlli effettuati; il 30% è stato radiato per inammissibilità o mancato aggiornamento».

Gli italiani i più «distratti»

Dopo la girandola di valigette piene di contanti, la presidente del Parlamento europeo Metsola vuole che gli eurodeputati seguano le stesse regole della Commissione: obbligo di registrare gli incontri con i lobbisti di qualunque categoria, dalle multinazionali ai sindacati o associazioni no profit. Già, perché fino ad oggi sono solo «incoraggiati» (testuale). E i politici italiani sono risultati fra i più «distratti»: negli ultimi 3 anni solo il 42% ha ufficializzato almeno un meeting con i portatori d’interessi (Qui il documento). Contro il 76% della Germania, il 62% della Francia e il 54% della Spagna.

Tornando infine alle nostre Ong: delle 161 iscritte al Registro, ben 132 dichiarano «zero incontri». Vuol dire in sostanza che si sono iscritte al Registro in previsione di incontri futuri, oppure gli incontri ci sono stati, ma i parlamentari non li hanno segnalati.

dataroom@corriere.it

4 replies

  1. Lobby mascherate da ONG,? Ma non erano i cattivi razzisti e sovranisti putiniani e novax che lo dicevano?
    Della serie: non conta cosa si dice ma chi lo dice. E se lo dice Santa Gabanelli…
    Intanto lo schiavismo è tornato e sotto spoglie neanche tanto mentite. Missione compiuta.

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  2. Notare che non hanno nominato Soros da nessuna parte. Idem per Gates.

    Eppure sappiamo che Soros è presente eccome, così come gli ucraini hanno imparato a loro spese.

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