Contratti scaduti per mezza Italia. La maxi inflazione si mangia i salari

Trenta grandi intese collettive non rinnovate lasciano 6,8 milioni di lavoratori senza adeguamenti ai prezzi. Treu: “Subito un tavolo tra imprese e sindacati”

(di Valentina Conte – repubblica.it) – ROMA – Sono 591 i contratti nazionali di lavoro scaduti al 31 dicembre scorso. Quasi il 62% del totale di 955 depositati al Cnel. Ma se si guarda ai 30 contratti più importanti, si può dire che più della metà dei lavoratori italiani nel settore privato – 6,8 milioni su 12,8 milioni – aspettano, alcuni da anni, di vedere adeguati i loro salari. Sono 3 milioni solo nel commercio, turismo e ristorazione. Il contratto dei vigilanti è scaduto a fine 2016, pagati 4,5 euro all’ora.

Italia tra i primi in Ue per inflazione

Ritardi non più giustificabili e tollerati dai dipendenti, specie in epoca di super inflazione che erode in modo permanente il potere d’acquisto, limitando i consumi, imponendo rinunce e trascinando pezzi di ceto medio nella schiera già nutrita dei lavoratori poveri impiegati poche ore. Il 2022 si è chiuso con l’Italia ai primi posti in Europa per tasso di inflazione: 11,6% a dicembre, solo in lieve flessione su novembre (-0,2).

dati preliminari diffusi ieri da Eurostat confermano la sensazione di un picco superato nella febbre dei prezzi. La curva si è invertita anche nella media dell’Europa, come già indicavano i numeri di Germania, Francia e Spagna dei giorni scorsi. Per la prima volta da dicembre 2020 in Eurozona il tasso dell’inflazione ha smesso di crescere, ripiegando a dicembre al 9,2%, un punto in meno del mese precedente. Allo stesso tempo però il “nucleo” dei prezzi, la componente meno volatile, continua a crescere, confermando l’impressione che il percorso verso la normalità sarà ancora lungo.

L’idea del tavolo come Ciampi nel 1993

In Italia peraltro i prezzi viaggiano ancora a ritmo doppio di Francia e Spagna. I rincari dei beni importati, soprattutto petrolio e gas, si stanno scaricando sul carrello della spesa. Impoverendo salari già tra i più bassi in Europa. “Bisogna intervenire prima che sia tardi“, dice Tiziano Treu, presidente del Cnel ed ex ministro del Lavoro. “Da tempo sollecito le parti sociali e il governo ad aprire un tavolo come fece Ciampi nel 1993. La questione salariale è ineludibile”. Una richiesta analoga è arrivata anche, in un’intervista di ieri a Repubblica, dalla ex presidente di Confindustria Emma Marcegaglia.

Salari poveri significa vite ai margini, ma anche consumi a picco e aziende in affanno sul mercato interno. La manifattura ha retto in buona parte del 2022, i servizi hanno recuperato in estate e a Natale, trainati dal turismo. Ma i lavoratori, a differenza dei pensionati, continuano ad avere buste paghe mangiate dalle tasse e dal costo della vita.

Il nuovo archivio dei contratti del Cnel

“Dopo un lavoro durato due anni fatto con Inps abbiamo potenziato l’archivio dei contratti nazionali del Cnel e reso tracciabili, con il codice unico, tutti i contratti collettivi”, spiega Treu. “Ora sappiamo con più precisione quanto pesa ciascun contratto, quanti lavoratori rappresenta, chi l’ha firmato. Razionalizzare gli archivi è il primo passo per spingere una concertazione intelligente che eviti di innescare la spirale tra salari e prezzi. Ma allo stesso tempo dia fiato ai lavoratori con soluzioni ponte alla tedesca, oppure con la contrattazione integrativa”.

Finalmente dunque il Cnel riesce a contare bene i contratti. Dei quasi 1.000 che si ritrova in archivio solo 208, poco più di un quinto, sono i più rappresentativi. Non solo perché firmati da Cgil, Cisl e Uil, ma perché coprono 12,5 milioni di lavoratori su 12,8 milioni totali. E dunque il 97,1%: quasi tutti. Gli 800 contratti restanti per metà sono firmati da Ugl, Cisal, Confsal e spesso sono identici o molto simili a quelli siglati da Cgil, Cisl e Uil. Nella parte residua si nascondono i cosiddetti contratti “pirata” che mascherano situazioni di comodo, con minimi ultrabassi e diritti dei lavoratori compressi.

Bisogna accelerare il confronto tra le parti sociali sul rinnovo dei contratti scaduti“, insiste Treu. “Prima che la situazione sociale si scaldi”. Come in Inghilterra con gli scioperi a raffica. Ma anche in Germania, una volta finiti gli incentivi temporanei. “Da noi il senso di responsabilità ha prevalso. Speriamo che duri”.