C’era una volta in Italia: rabbia, vita e tarantella

(Marco De Bartolomeo – lafronda.org) – Sinossi: a Cariati, in Calabria, un manipolo di ribelli di ogni età decide di protestare come nessuno ha mai osato fare, occupando l’ospedale ormai chiuso con l’obiettivo di ottenerne la riapertura. Un film di Federico Greco e Mirco Melchiorre, distribuito da Fil Rouge Media.

Quello che ci apprestiamo ad analizzare è qualcosa di più di un semplice documentario. Potrebbe sembrare un agguerrito film d’inchiesta sulla miseria del nostro sistema sanitario nazionale; e certamente, almeno in parte, lo è. O una messa in accusa dell’inganno neoliberista, un attacco alle politiche di austerità, alla propaganda di Bruxelles, a una classe dirigente corrotta e criminale; e anche in questo caso, almeno in parte, non avremmo niente da obiettare.

Per parte nostra però, più lo guardiamo e più abbiamo il sospetto di trovarci davanti a qualcosa che in un certo senso ci travalica, e ci sospinge fuori dalla bonaccia ideologica nella quale sembriamo arenati. Ci pare cioè che questo film sussurri molto di più di quanto dica, e se ci sommuove lo fa per vie sotterranee, inaspettate. Proprio come in un film di Lynch cioè – e nel solco della migliore tradizione del nostro cinema nazionale – per cogliere a pieno il potenziale eversivo di questo documentario occorre navigare nel non detto, negli scarti di significato, nell’eccedenza delle forme.

Può essere utile quindi fornire agli spettatori alcune semplici chiavi interpretative per leggere il film nel suo portato migliore, andando oltre i messaggi espliciti, quelli confezionati dai due registi, su cui tutti – almeno in questa sede – concordiamo. Sanità pubblica, democrazia reale, uguaglianza, dignità delle persone; ma cosa ci manca per tornare a dare una casa a queste utopie? Proviamo a capirlo e partiamo dal titolo.

C’era una volta in Italia. Giacarta sta arrivando

Questa storia ci riguarda da molto vicino, eppure parte da molto lontano. Si svolge a Cariati, sulla costa calabrese, ma si apre a Santiago del Cile, con la voce impaurita e coraggiosa di Salvator Allende. Raccoglie nel titolo l’italianizzazione di un vecchio film americano fatto da un italiano; e vi affianca un’infame anatema su una delle più sanguinarie dittature del Sud-est asiatico.[1]

Questa coesistenza di luoghi e di tempi diversi non ci sembra casuale. C’è infatti un filo rosso che annoda l’oggi con lo ieri,  che intreccia Giacarta, Santiago e Cariati. Qualcosa che brucia da secoli, forse da millenni, e che nonostante la cortina trasparente dei media riemerge ovunque, ciclicamente. Anche senza fare diretto riferimento a Machiavelli e alla sua teoria del conflitto, è come se fin dai primi fotogrammi i due registi volessero dirci: è la lotta il vero focus di questo film. Più che la Commissione Europea e i suoi diktat, più che il mercato, l’inganno del debito o i profitti sulle privatizzazioni; è il conflitto a fare da protagonista, la lotta dei cittadini di Cariati per tenere aperto il loro unico ospedale.

Sotto questa lente, il film mostra subito il suo tratto più innovativo, soprattutto se confrontato col suo prequel ideale, il documentario a firma degli stessi registi PIIGS, del 2017. Se con quest’ultimo condivide la struttura di base (una storia di attivismo locale intercetta e registra i cambiamenti in atto nella politica e nell’economia globale, con il contrappunto esegetico di docenti, giornalisti ed esperti del settore), ne differisce radicalmente per lo sguardo che illumina le due dimensioni. Laddove in PIIGS infatti è il globale a spiegare il locale, con le voci di autorevoli intellettuali chiamate a sciogliere le matasse oscure del pensiero neoliberale, dando così (agli attivisti del film e al pubblico in sala) un volto concreto alla chimera della crisi; in C’era una volta in Italia è il locale che conferisce unità e senso al globale. Qui infatti i contributi teorici – che pure ci sono e si confermano di altissimo livello (fra tutti, Ken Loach, Jean Ziegler, Gino Strada o Roger Waters) – paiono aggiungere comunque poco alla ricerca dei protagonisti: quando il manipolo di attivisti occupa l’ospedale, l’urgenza che guida davvero le loro azioni (e che riempie le aspettative di chi guarda) non è smentire le teorie politico-economiche dominanti, ma capire come smuovere nei fatti l’opinione pubblica dal torpore dell’indifferenza.

L’ago della bilancia si sposta dalla teoria alla prassi, e siamo benevolmente provocatori se diciamo che, in questo film, sono le persone comuni a dare agli intellettuali una buona lezione di avanguardia politica. Si noti in questo senso la centralità narrativa affidata all’intervento di Gino Strada, uomo di pensiero ma soprattutto d’azione, o le parole di incoraggiamento quasi fisico riservate dall’ex-Pink Floyd Roger Waters all’impresa degli attivisti calabresi. Si tratta di un cambio di paradigma sottile ma fondamentale, perché tocca un nervo scoperto della nostra area politica, incancrenita da più di una decade di inazione e attivismo da tastiera. Più che continuare a denunciare dal nostro pulpito le storture del reale – sembra dirci questo film – non sarebbe meglio cominciare a difenderlo, a partire dalle forze di cui già disponiamo? Dopo aver smascherato la cattiveria delle classi dominanti, non è forse venuta l’ora di interrogarci e capire, sin da subito, come mobilitare efficacemente la nostra capacità di opporci, organizzarci e reagire?

L’utopia migliore

Il merito di tale ribaltamento prospettico è che confuta alla base il presupposto teorico che ha informato fino ad oggi le logiche della nostra controffensiva. Per anni infatti abbiamo pensato al neoliberismo come l’esito di una macchinazione perfetta, un inganno orchestrato così bene da poter neutralizzare alla radice qualsiasi forma di possibile resistenza. Procedendo più o meno consapevolmente nel solco della tradizione critica, abbiamo ritenuto prioritario concentrare le energie in una puntuale destrutturazione dell’ideologia dominante, sforzandoci cioè di mostrare a chi ci era intorno il vero funzionamento del potere, la vera natura del debito pubblico, il vero obiettivo dell’integrazione europea e così via.

Ma eravamo davvero convinti che questo sarebbe bastato? È davvero sufficiente illuminare le coscienze per innescare la resistenza? O ha forse ragione il pensatore tedesco Peter Sloterdijk, quando ci dice che la falsa coscienza dell’uomo contemporaneo è già abbondantemente illuminata, e anzi proprio per questo volontariamente succube, immobile e connivente?[2] Questo film ci consegna la risposta, e lo fa nelle sue sequenze più interessanti. Gli attivisti che occupano l’ospedale di Cariati infatti non sono centinaia di migliaia, ma appena una decina; non hanno una conoscenza profonda dei bilanci comunitari, ma sanno che senza ospedale si muore. E quando, dopo aver fatto irruzione nell’edificio, si siedono attorno a un tavolo e tentano di capire come organizzare la protesta, non cercano le risposte nella teoria rivoluzionaria, ma nella realtà concreta che li circonda.

Pur avendo affisso alla parete un poster di Che Guevara, si definiscono con fierezza «rivoluzionari alla pastasciutta», e se la loro lotta dà qualche risultato è perché prendono il mondo così com’è, non come vorrebbero che fosse. Non si lasciano irretire dalle contraddizioni del reale, ma ci navigano con abilità cogliendo l’onda quando arriva. Se è vero che l’utopia migliore è quella che si realizza, i nostri attivisti scelgono di non darsi remore e sfruttano ogni mezzo per colpire l’avversario più forte che si può: capiscono che il potere ha paura dei media, allora si rivolgono ad Emergency e Gino Strada; sanno che viviamo in una società dello spettacolo, allora convocano Roger Waters e utilizzano i suoi video per fare advocacy sul territorio.

In questo senso, la scelta registica decisamente più eversiva è quella di mostrare non cos’è e quanto forte è il potere, ma chi siamo noi e quanto lontano possiamo spingerci con un minimo di organizzazione. Ereditando il tratto migliore del nostro cinema nazionale, C’era una volta in Italia non ha eroi che ci indicano la via e che combattono al posto nostro, ma personaggi che come noi vivono, soffrono e reagiscono. Proprio come in un film di Rossellini o di De Sica, le persone sullo schermo desiderano qualcosa che forse desideriamo anche noi, e a ben vedere è proprio tale comunanza del desiderio il dono più prezioso del documentario. Nonostante tutto infatti – almeno per il momento – noi ancora siamo, ci riconosciamo in qualcosa di unitario e definito (noi che non abbiamo un ospedale per curarci, noi sottomessi, noi popolo), e sarà questo e non altro a far tremare davvero i palazzi del potere. Non è un caso infatti che quando il film finisce e si riaccendono le luci, in sala non c’è catarsi, non c’è pace purificatrice, ma rabbia.

Rabbia e tarantella

In un saggio seminale sul cinema italiano, lo studioso Roberto De Gaetano sostiene che «se il cinema è la forma di espressione che più direttamente ha corrisposto alle forme di vita capitaliste, […] questa corrispondenza ha preso due forme: quella del potere del capitale e dell’immaginario come suo mezzo di realizzazione (il cinema americano), e quella che ha colto tra le macerie e i fantasmi del potere stesso la potenza della vita (il cinema italiano, a partire dal neorealismo). Sono due ontologie distinte in ballo, dalle radici profonde: una fondata sull’azione come forma di realizzazione compiuta della vita […]; un’altra incentrata invece sulla vita oltre l’azione, […] nella reinvenzione di ciò che esiste, nello sguardo contemplativo e rituale.»[3]

Senza entrare nei dettagli, ci basti notare che è quest’ultima strada – tipicamente italiana – ad aver rivoluzionato globalmente il rapporto fra immagine e realtà dal secondo dopoguerra in poi, fornendo il carburante ideologico alle lotte degli anni ’50 e ‘60, e arrestandosi poi – per un caso o forse no – proprio sul finire dei trenta gloriosi, con Pasolini. Quest’opera, con i distinguo del caso, ha il pregio di collocarsi proprio su questa linea, poiché usa lo schermo per coltivare la vita, e non soltanto il contrario. In altre parole, quando il film si conclude, la battaglia di Cariati per fortuna rimane ancora aperta, e sembra quasi che i personaggi del film ci passino il testimone, invitandoci a lottare insieme a loro.

Se ciò è possibile, è solo per quella comunanza del desiderio accennata in precedenza, per la quale riusciamo a riconoscerci come parte di qualcosa senza tuttavia sentircene totalmente assorbiti. Questo delicato congegno funziona perché i registi scelgono di disseminare nella pellicola elementi unificatori che ci avvicinano l’un l’altro, ma senza mai comprometterci: si prenda la già citata inquadratura del poster di Che Guevara, subito bilanciata dal motto di spirito di uno degli attivisti, che dice «siamo rivoluzionari, ma alla pastasciutta». O il riferimento nel titolo a Sergio Leone, forse uno dei pochi autori nostrani che, quando ha scelto di andare in America, lo ha fatto per renderla ancora più italiana, ancora più popolare (e non il contrario, caro Guadagnino). E poi ancora, si prenda la scena in cui gli attivisti occupano per protesta i binari della linea ferroviaria, così simile a una sequenza di Monicelli nel film I compagni, vero patrimonio collettivo del nostro immaginario cinematografico.

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C’era una volta in Italia, 2022
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Allosanfàn, 1974

Ma se dovessimo indicare la scena in tal senso più significativa, non possiamo che fare riferimento a Rabbia e tarantella, la coreografia da battaglia con la quale si conclude Allosanfàn, film dei fratelli Taviani del 1974, che qui i due registi ricreano ex-novo (finanche nel commento sonoro) dando nuova linfa al suo significato originario. Proprio come nel film dei Taviani – una storia di rivoluzione mancata nell’Italia pre-risorgimentale – anche in questo documentario imparare a danzare assieme, a muoversi all’unisono, a tenere il tempo si rivela l’unica via davvero percorribile per arginare il potere e conquistare il nostro posto nella Storia. Oggi come allora cioè, se non ci riconosciamo parte di una stessa coreografia, dove ognuno è tutto non rinunciando a se stesso, non potremo che essere destinati al fallimento.

La via italiana

A valle di questo ragionamento, possiamo affermare con serenità che il merito migliore di questo documentario risieda nel suo notevole potenziale rigenerativo, che si declina tanto in ambito strettamente cinematografico quanto in ambito politico-filosofico. In entrambi i casi, notiamo un atteggiamento di rinfrancante apertura, un desiderio di ritornare a parlare di film e di politica rimanendo saldamente aggrappati alla realtà, che è l’unica cosa che conta davvero, lontano il più possibile da irrigidimenti settari, bolle di sorta e autoreferenzialità.

In questo senso, facciamo nostra la riflessione del filosofo Roberto Esposito, uno dei più importanti esponenti dell’Italian Theory, che interrogandosi sulla disarmante sterilità della filosofia contemporanea individua, nel modo di pensare italiano, una via capace di garantire risposte migliori alla crisi della modernità, poiché – diversamente dalla tradizione mittle-europea – «la riflessione italiana si presenta sempre rovesciata, estroflessa nel mondo della vita storica e politica».[4]

È questa la via italiana che C’era una volta in Italia sembra mostrarci: dobbiamo ritornare ad occuparci del reale, e dobbiamo farlo a modo nostro, machiavellicamente, con l’intelligenza di Pulcinella, seguendo le nostre idee ma senza frustrazioni ideologiche e, soprattutto, senza eroismi. Perché se a Cariati, poco più di dieci persone sono riuscite, quantomeno, a strappare alla politica la promessa di una riapertura, significa che la partita è tutt’altro che conclusa, e sta a noi giocarcela sino in fondo, fino all’ultimo respiro.


[1] La frase Giacarta sta arrivando apparve sui muri di Santiago del Cile poco prima del colpo di stato di Augusto Pinochet. Il riferimento è alla strage di dissidenti ed oppositori politici portata avanti in Indonesia dal dittatore Suharto.

[2] Cfr. P. Sloterdijk, Critica della Ragion Cinica, Raffaello Cortina Editore, 2013.

[3] R. De Gaetano, Cinema, Identità, Stili di Vita, pp. 9 – 10, Pellegrini Editore, 2018.

[4] R. Esposito, Pensiero Vivente. Origini e attualità della filosofia italiana, Einaudi, 2010.