Dopo il Qatargate, a picco le chance di Avramopoulos. Come inviato per il Golfo “risale” Di Maio

La decisione, che dev’essere approvata a maggioranza qualificata dal Consiglio, potrebbe essere presa nei prossimi giorni

Dopo il Qatargate, a picco le chance di Avramopoulos. Come inviato per il Golfo «risale» Di Maio

(Paolo Valentino – corriere.it) – C’è una conseguenza imprevista nelle disavventure dell’ex commissario europeo Dimitris Avramopoulos. Coinvolto negli intrallazzi di Pier Antonio Panzeri, dal quale ha ammesso di aver avuto compensi per 60 mila euro tra febbraio 2021 e febbraio 2022, l’uomo politico conservatore greco si è subito dimesso dal board di Fight Impunity, l’Ong al centro del cosiddetto Qatargate, nella quale sostiene di non aver mai avuto alcuna responsabilità esecutiva o gestionale. Ma la doverosa presunzione d’innocenza non toglie che siano ormai ridotte a zero le chance di Avramopoulos, esponente del Ppe, di ottenere l’incarico di inviato speciale dell’Ue nei Paesi del Golfo, un posto nuovo di zecca creato dall’Alto Rappresentante per la Politica estera, Joseph Borrell, per focalizzare meglio l’azione dell’Europa in tema di approvvigionamento energetico e assistenza internazionale.

E questo, secondo fonti europee, rilancia le quotazioni dell’ex ministro degli Esteri Luigi Di Maio, l’altro candidato eccellente, che fra l’altro è il primo della short list selezionata dal panel incaricato di vagliare i nomi in ballo. Contro Di Maio gioca però la presa di distanza del capo della Farnesina, Antonio Tajani, il quale già all’esordio aveva messo le mani avanti, dicendo che il suo predecessore «non è il candidato di questo governo italiano» ma è stato proposto dal «governo precedente».

Non è proprio così. E per capirlo occorre andare indietro. Questa ricostruzione è frutto di numerose interviste con fonti diplomatiche e persone informate. È stato lo stesso Di Maio, all’inizio dell’estate, a mettere gli occhi sul nuovo incarico creato da Borrell, col quale aveva stabilito un buon rapporto personale. È importante sottolineare che non si tratta di nomina governativa, nel senso che non c’è una casella che diversi governi cercano di occupare con un nome loro. In questo caso è una candidatura, alla quale si accede per titoli e che poi viene valutata da un panel tecnico, con tanto di audizione.

Per questo non è esatto dire, come sostengono alcuni, che sia stato Mario Draghi a lanciarla, a titolo di compensazione per il «sacrificio» di Di Maio, che ha pagato cara la scissione dai Cinque Stelle per sostenere il suo governo. Il che non significa che l’ex presidente del Consiglio non l’abbia appoggiato. «Impegnandosi massicciamente», come sostiene Der Spiegel? No. Più verosimilmente, dicono le fonti, esprimendosi in senso positivo con Borrell, il quale ha chiesto referenze su Di Maio, così come ha fatto per tutti gli altri. Difficile immaginare che l’ex premier non parlasse bene del capo della sua diplomazia.

In realtà, nei mesi estivi Di Maio ha dovuto studiare e sgobbare, facendosi aiutare da alcuni coach di assoluto livello. Fra questi, il segretario generale della Farnesina e già suo capo di gabinetto Ettore Sequi, decisivo nella fase di preparazione della candidatura. Due altri «allenatori» sono stati l’ambasciatore Stefano Sannino, segretario generale del Seae, il Servizio europeo per l’azione esterna, quindi di fatto il vice di Borrell, e Fernando Gentilini, diplomatico italiano anche lui distaccato al Seae, dove ha diretto il desk per Medio Oriente e Nord Africa, nonché autore di libri molto interessanti sull’Afghanistan e Israele. La preparazione è andata a buon fine, se è vero che dopo i colloqui il panel ha messo Di Maio in testa alla short list, di cui fanno parte, oltre ad Avramopoulos, anche l’ex ministro degli Esteri cipriota, Markos Kyprianou e il diplomatico slovacco Jan Kubis, già capo della missione Onu in Libia.

Sul piano politico, uno che ha fatto il ministro degli Esteri per tre anni risponde sicuramente ai requisiti dell’incarico. Sul piano tecnico, qualche dubbio è lecito: «Di Maio — ha detto a Le Monde un ex manager dell’energia italiano — non ha le basi per capire i dossier energetici, ma è considerato uno che studia e si applica. In realtà, l’incarico è abbastanza nebuloso e sarà difficile che cambi qualcosa: gli Stati produttori continueranno a trattare con le compagnie nazionali».

L’handicap più importante rimane però la presa di distanza di Tajani. Borrell, infatti potrebbe esitare a proporre un nome non gradito a uno dei Paesi fondatori. Certo si può argomentare che forse è sempre meglio avere un italiano piuttosto che il rappresentante di un altro Paese in un incarico europeo. Ma un altro ostacolo è una certa ostilità negli Emirati Arabi, dov’è vivo il ricordo della crisi diplomatica del 2021, innescata dal blocco all’export di armi, deciso da Di Maio per sanzionarne il coinvolgimento nel conflitto in Yemen: «La nomina di Di Maio come inviato dell’Ue nel Golfo deve nascondere un senso europeo dell’ironia che mi sfugge», ha detto Mohammed Baharoon, che dirige il Centro di ricerca politica di Dubai.

Ma la certa uscita di scena di Avramopoulos, spiegano le fonti europee, fa dell’ex ministro degli Esteri italiano «il candidato più forte». In ritardo sulla tabella di marcia, la decisione, che dev’essere approvata a maggioranza qualificata dal Consiglio, potrebbe essere presa nei prossimi giorni.

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2 replies

  1. Difficile dire se mi faccia più schifo questo o quell’altro che fa le conferenze estere perché non ha lo stipendio per arrivare alla fine del mese. Traditori del massimo livello in entrambi i casi.

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