L’importanza di chiamarsi Boris

(Toni Capuozzo) – Boris, lo ricorderanno in tanti, è stata una serie televisiva, a me cara per due ragioni. La prima è la presenza del bravo Francesco Pannofino, una delle voci della prima stagione di Terra! La seconda è la trama: le piccole e grandi menzogne umane e professionali nella produzione di una fiction televisiva. E la guerra, nel suo svolgersi atroce, è il sipario di tante, troppe miserie umane.

Boris era anche il nome di Eltsin. Lo vidi da vicino, una volta. Il passo malfermo. La giacca – un vestito non esattamente di alta sartoria – con le maniche lunghe. Dentro a una delle quali si nascondeva la mano sinistra, alla quale mancavano due dita, perse in un gioco da ragazzi con residuati bellici. Un dettaglio nascosto anche nel gesticolare, e persino nei ritratti ufficiali. I leader, sovietici o russi che fossero, hanno sempre dovuto dar mostra di perfetta salute, e di integrità, come se un difetto suonasse infausto per l’intero paese. Mi è tornato in mente quel dettaglio, sì, quando l’intelligence britannica suggeriva all’informazione libera che il braccio di Putin fosse rigido, e che non avesse, forse, molti mesi di vita davanti a sé. E mi è ritornato poco tempo fa, quando ho visto la foto con cui Lula, al contrario, esibiva quasi a farne un simbolo, la mancanza di alcune dita, perse sul lavoro.

Boristene era il nome greco (con la esse finale) del Dnepr, il grande fiume. In italiano si chiama ancora così, ed è una buona scappatoia per sfuggire alla correttezza toponomastica: Dnepr per i russi, Dnipro per gli ucraini. Oltre quel fiume si sono ritirati i russi, abbandonando Kherson. A Kiev (e in Italia) c’è chi celebra ed esalta, a Mosca (e in Italia) c’è chi la considera un’umiliazione. Mi piacerebbe prendere questo fatto per quello che è. Intanto un’ammissione di impotenza, di debolezza: sai di non poter reggere l’urto del nemico, dopo che l’artiglieria Nato ha reso precarie le tue vie di rifornimento. Non è la prima sconfitta, se ricordiamo la ritirata dai dintorni di Kiev, e se pensiamo alle avanzate ucraine a Kharkiv, e a sud, verso Kherson. Ma è la prima sconfitta, come dire, autoinflitta, ordinata dall’alto e ordinata nel suo svolgimento: un coma indotto, in un corpaccione da stabilizzare. Una mossa realistica, come a dire che non c’è nulla di sacro e irrinunciabile. Persino in una grande città che era stata proclamata, con un referendum di parata, territorio russo, e per sempre, poche settimane fa. C’è dietro una trattativa segreta ? Non credo, e lo stupore iniziale di Kiev, e il timore di trappole (Timeo Danaos et dona ferentes), lo smentisce. Resta che hanno fatto una mossa sulla scacchiera. E adesso tocca a te. Già, quale mossa ?

Boris Pianida Nikitpvich era nato nel 1920 nei dintorni di Kiev. Membro dell’Alleanza dei Pittori d’Ucraina dal 1962 aveva iniziato la sua carriera di artista all’indomani della guerra mondiale. Una delle sue opere più famose è L’attraversamento del Dnepr. Epica sovietica: l’armata rossa che traversa su zattere il grande fiume, costringendo i nazisti alla ritirata, fino a liberare Kiev. E’ morto in tempo, nel 1993, per non vedersi messo all’indice. Se non i quadri, di quella battaglia decisiva sul Dnepr restano foto in bianco e nero, molto belle, rintracciabili in rete, che raccontano uno scontro epocale: quattro milioni di combattenti coinvolti, tra i due schieramenti, quattro mesi di combattimenti. Nelle foto si vedono i russi passare il fiume e un cartello indica, come un ordine, Kiev. Oggi la situazione è più modesta; i russi devono aver ritirato qualcosa come quarantamila uomini. Hanno evacuato ottantamila civili da Kherson e altri settantamila dalla provincia (deportati ? Può essere, ma a giudicare dalla scena di giubilo all’arrivo degli ucraini chi voleva rimanere è rimasto, ed è forse l’unico posto, in Ucraina, in cui ha vinto una resistenza passiva, gandhiana. Grazie al sacrificio bellico di altri ? Si). E adesso si trincerano. Sta a Zelensky mettere il cartello con su scritto Mariupol o Sebastopoli. E sta a Washington decidere, e all’Europa eseguire, in merito a una domanda: la mossa è andare avanti, fino in fondo, fino a restituire all’Ucraina i territori che non controlla dal 2014, fino a rimandare i russi e gli ucraini secessionisti del Donbass, oltreconfine ? Scelta libera, basta sapere quello cui si va incontro: una guerra lunga, a cominciare dall’attraversamento del grande fiume, in senso contrario.

L’ultimo Boris è il Godunov che il console ucraino a Milano vorrebbe fosse cancellato dall’agenda del 7 dicembre. Pretesa ignorante, che tende a confondere Puskin con Putin. Chi detta le nostre agende ? Intendo le agende di un’Europa che barcolla davanti ai migranti, (e che però decide un Piano di Mobilità Militare 2022-2027 che consenta più agili trasferimenti di materiali bellici verso est. Costo 1 miliardo e 700 milioni) di un’Italia che ha tre batterie antimissile e dovrebbe sguarnirsi per darle all’ Ucraina (la Corea del sud, agli Usa che battono il mondo per procurarsi nuove armi – nessuno era preparato a una guerra così intensa e dispendiosa che dura da otto mesi – ha detto armi a voi sì, alla guerra tra russi e ucraini no) ? Certo, ibernare questa linea, il grande fiume, avrebbe il sapore di darla vinta agli invasori, ma davvero ne soffrirebbe la democrazia e la libertà europea ? Sono morti in almeno centomila, da una parte, e centomila dall’altra, questo è il vero dispendio. Bisognerebbe consolare l’Ucraina, e compensarla con aiuti (prima era in gara con la Moldavia per il posto di paese più povero d’Europa) e accelerarne il passaggio dentro le istituzioni europee, e bisognerebbe mitigare lo scontento da vittoria mutilata (sarebbe duro il lavoro, per Zelensky) e accettare che il fiume diventi una specie di trentottesimo parallelo. Pavidità, vigliaccheria, sudditanza ? Ci dicano gli arditi, i patrioti con la patria altrui, gli intransigenti sui principi se vogliono mettere un cartello, e preparino l’assalto a primavera. Vedremo i servizi sui Natali di guerra, ci interrogheremo sui rischi nucleari, faremo il tifo come si deve, aspetteremo quel che dice Washington, aggiorneremo il tabellino delle vittime, pianteremo bandierine come tanti Emilio Fede, e ci augureremo che la guerra diventi un’abitudine, con le vite ucraine di Kiev e ucraine del Donbass e russe invadenti che diventano come vite yemenite, come donne afghane, come ragazzi somali, se la vedano loro, basta che restino nel recinto, nell’arena, e che noi restiamo sulle gradinate, a fare pollice su e pollice giù, e la tribuna delle autorità, Stoltenberg o Von der Leyen, sorrida enigmatica e rassicurante. La guerra continua. Verbo o aggettivo fa lo stesso.

5 replies

  1. “Scelta libera, basta sapere quello cui si va incontro: una guerra lunga, a cominciare dall’attraversamento del grande fiume, in senso contrario.” se gli Ucraini provano a farlo Kherson verrà rasa al suolo assieme ai suoi abitanti e militari ucraini, Grozny docet…

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  2. Ma zaloski e tutto il cucuzzaro di kiev valgono da vivi i 100 000 morti ucraini?
    Se io fossi il padre di uno solo di quei morti la domanda la farei al pajaso abreo.

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  3. Zelensky aspetta gli ordini, esattamente come noi e l’Europa tutta.
    In ballo c’è l’Europa, mica il Dombass. Stanno a vedere, Oltreoceano, fin dove possono arrivare. E la Germania pagherà su tutti.
    I razzisti antitedeschi nostrani esulteranno, le aziende italiane molto, ma molto meno. Per non parlare dei lavoratori.
    Ma vuoi mettere la soddisfazione…

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