(Massimo Gramellini – corriere.it) – In questo mondo governato dal totem della competitività, una scuola che abolisce i voti condanna gli studenti all’emarginazione? Fino a ieri mi sarei risposto a malincuore di sì.

Poi ho letto il pezzo di Valentina Santarpia sulle sezioni sperimentali del liceo Morgagni di Roma, dove le interrogazioni si chiudono senza giudizio numerico. All’inizio ci sono state fughe e resistenze, ma dopo sette anni i risultati sembrano premiare la scelta: lungi dall’essersi trasformati nei ciuchini del Paese dei Balocchi, i diplomati col nuovo metodo sono riusciti a entrare nelle università più prestigiose.

Senza l’incubo del voto, hanno imparato a gustare nozioni che altrimenti avrebbero trovato indigeste e ad associare le parole «libro» e «museo» a esperienze piacevoli, restituendo alla scuola il ruolo di palestra formativa che le aveva assegnato Platone, non quello di mero esamificio a cui l’abbiamo da tempo ridotta.

So di toccare un tasto sensibile, che scuote pregiudizi fortemente incardinati dentro di noi, ma riconosco di essere rimasto colpito dalla frase della madre (felice) di un allievo: «La scuola deve farti venire voglia di apprendere e non paura di essere giudicato».

Il problema è che il modello dominante – quello dei talent televisivi basati sullo stress da giudizio perpetuo, in cui uno vince e tutti gli altri spariscono nell’anonimato – fa letteralmente a pugni con il progetto del Morgagni. È anche vero che da qualche parte bisognerà pur cominciare.