La scuola senza voti

(Massimo Gramellini – corriere.it) – In questo mondo governato dal totem della competitività, una scuola che abolisce i voti condanna gli studenti all’emarginazione? Fino a ieri mi sarei risposto a malincuore di sì.

Poi ho letto il pezzo di Valentina Santarpia sulle sezioni sperimentali del liceo Morgagni di Roma, dove le interrogazioni si chiudono senza giudizio numerico. All’inizio ci sono state fughe e resistenze, ma dopo sette anni i risultati sembrano premiare la scelta: lungi dall’essersi trasformati nei ciuchini del Paese dei Balocchi, i diplomati col nuovo metodo sono riusciti a entrare nelle università più prestigiose.

Senza l’incubo del voto, hanno imparato a gustare nozioni che altrimenti avrebbero trovato indigeste e ad associare le parole «libro» e «museo» a esperienze piacevoli, restituendo alla scuola il ruolo di palestra formativa che le aveva assegnato Platone, non quello di mero esamificio a cui l’abbiamo da tempo ridotta.

So di toccare un tasto sensibile, che scuote pregiudizi fortemente incardinati dentro di noi, ma riconosco di essere rimasto colpito dalla frase della madre (felice) di un allievo: «La scuola deve farti venire voglia di apprendere e non paura di essere giudicato».

Il problema è che il modello dominante – quello dei talent televisivi basati sullo stress da giudizio perpetuo, in cui uno vince e tutti gli altri spariscono nell’anonimato – fa letteralmente a pugni con il progetto del Morgagni. È anche vero che da qualche parte bisognerà pur cominciare.

5 replies

  1. A questo punto finita la scuola tutti con gli stessi voti, e avanti anche così all’università, poi i posti più importanti ai più raccomandati, e i meno raccomandati a pulire i cessi e cogliere le pummarole.
    Che articolo senza senso

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    • No, perché la valutazione si basterebbe su un’analisi globale dell’alunno. Non so se è un modello funzionante, ma varrebbe la pena di studiarlo. Troppe volte ho visto alunni tipici entrare in competizione con gli alunni con disabilità perché hanno obiettivi più bassi o delle facilitazioni.
      La selezione la fa il mondo del lavoro, non è compito della scuola – ricordiamo però che l’ubriacatura di termini come “meritocrazia” e “competitività” in ambito scolastico è avvenuta durante l’egemonia del PD renzi-ano.

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  2. Io lo faccio da anni. Se qualcuno volesse contattarmi può chiedere alla redazione l’indirizzo di posta elettronica

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    • Io proprio non sopporto. Frase scritta a ca..o., incompleta, incomprensibile.
      Io proprio non sopporto quelli che scrivono a ca..o. Frase breve, completa, chiara.

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  3. Basta introdurre le classi di livello per ogni materia o gruppo di materie affini.
    Alla fine del quadriennio (5 anni sono troppi), l’ alunno X potrà avere raggiunto il livello … 4 ad es. in Letteratura e Storia, il livello 3 in Filosofia, il livello 2 in Fisica e Matematica… ( diamo i numeri che vogliamo).
    Così si eviterebbero le ripetenze ( un anno solo in più a disposizione solo nelle materie in cui cercare di mettersi in pari) e si eviterebbe che chi avesse solo un livello 2 in Matematica si iscrivesse a Ingegneria, ad esempio.

    Non ho mai capito a cosa servano i test di ingresso mentre ci sono a disposizione i “giudizi” di decine di Professori che hanno valutato gli alunni negli anni precedenti: tutto lavoro e tempo persi.
    Cioè, l’ ho capito, ma stendiamo un velo pietoso sulla voglia di lavorare di tanti Professori universitari: si organizza un test e via… Anche il somaro VIP ce la può fare e vuoi mettere leggere tutti quei giudizi… Con le classi di livello sarebbe tutto automatico: se non hai raggiunto il massimo di livello nelle materie di cui dovrai occuparti all’ Università, niente iscrizione.

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