Napoli, le chiese della discordia

Report scatena una bufera sui tanti edifici sacri abbandonati o mal riutilizzati

(quotidianodelsud.it) – NAPOLI – Mille campanili e mille polemiche sotto il cielo di Napoli. A far riesplodere – accade in media tre o quattro volte all’anno – la querelle sullo stato di abbandono e degrado del patrimonio di edifici sacri di Napoli è stata, l’altra sera, la trasmissione “Report”. I giornalisti del noto programma hanno ricordato che nel centro storico partenopeo ci sono più chiese di Roma: ben 203, ma solo 79 sono adibite al culto, il resto è “abbandonato, pericolante o in ristrutturazione perenne”. Un degrado che dal 1980 (anno del terremoto) è andato solo peggiorando nonostante le promesse e gli impegni dei vari sindaci che si sono succeduti.

“Non tutte le chiese consacrate sono luoghi di culto – hanno spiegato i reporter – perché nel 2010 l’allora arcivescovo di Napoli, cardinale Crescenzio Sepe, vista la difficoltà della Curia a gestirle, decise di affidare alcune chiese in comodato d’uso gratuito ad associazioni o enti. Cosa ci fanno adesso dentro quelle chiese?”. La risposta alla domanda ha fatto emergere uno dei casi più spinosi, quello della Cittadella Apostolica flegrea, un lascito alla Curia di un prete caritatevole, realizzata con donazioni dei fedeli, che è poi diventata un hotel di lusso, circostanza segnalata anche alla Procura della Repubblica. Chiamato direttamente in causa, l’ex arcivescovo di Napoli ieri ha convocato una conferenza stampa per difendere il suo operato, durante la quale ha sparato a zero sia sul programma Rai sia sui giornalisti che hanno ripreso la notizia: “La prossima volta li prendo a maleparole”.

Sepe ha tenuto a ricordare che “non tutte le chiese presenti a Napoli appartengono alla diocesi, c’è anche il Fec, Fondo edifici di culto, poi ci sono le chiese del Comune”. E infine: “Per quelle che riguardano invece direttamente la Curia non si muove foglia, si schermisce Sepe, senza l’autorizzazione del Vaticano. Per le nostre, alcune in abbandono e in rovina, abbiamo deciso di riaprirle ma non potendo assumerci l’onere della ristrutturazione, abbiamo creato una commissione e le abbiamo messe a disposizione gratuitamente”. Qui va però chiarito che che le chiede lasciate in gestione a privati sono molte poche, e in qualche caso l’esperimento è finito presto, come nel caso della chiesa di San Giovanni Maggiore Pignatelli, che l’Ordine degli Ingegneri ha avuto e poi lasciato dopo alcuni anni. Il servizio di Report – che è stato focalizzato sul patrimonio della Curia napoletana – ha citato anche un atro caso esemplare, quella della chiesa di Sant’Arcangelo a Baiano, a Forcella, la cui facciata cinquecentesca, sfregiata da una lunga balconata costruita dagli inquilini dell’adiacente condominio ed ancora ben visibile, è uno dei massimi simboli del degrado napoletano.

Uno scandalo di proporzioni persino maggiori a quello che esplose nello stesso monastero nel Cinquecento e fece versare fiumi d’inchiostro, da Stendhal a Benedetto Croce: “Di orrenda memoria, ma per diversa ragione, non perché infestato di spiriti ma perché bruttato da fatti di libidine e di sangue e di sacrilegio, era il vicolo di Sant’Arcangelo a Baiano, dove si vedeva ancora la chiesa superstite dell’antico monastero di monache benedettine, abolito nel 1577”. Tornando alle vergogne attuali, ieri è intervenuto anche il sindaco Gaetano Manfredi: “Napoli ha il centro storico con più chiese e conventi d’Europa. Da decenni noi abbiamo il problema di molte chiese non più adibite a culto, chiuse. Ci stiamo confrontando con la Curia per fare in modo che ci sia la valorizzazione e l’apertura di queste chiese.

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