L’insegnamento di Vassalli. Utile per capire la manipolazione della realtà dei meloniani

Viviamo in un’epoca in cui le parole non designano più le cose. Qualche esempio? Ecco. Chi dice di essere per la pace, nel linguaggio corrente della politica e di vari mass media diventa un sostenitore di Putin e pertanto della guerra. Il 25 aprile, festa della Liberazione dal nazifascismo […]

(DI MASSIMO NOVELLI – ilfattoquotidiano.it) – Viviamo in un’epoca in cui le parole non designano più le cose. Qualche esempio? Ecco. Chi dice di essere per la pace, nel linguaggio corrente della politica e di vari mass media diventa un sostenitore di Putin e pertanto della guerra. Il 25 aprile, festa della Liberazione dal nazifascismo, si trasforma nei discorsi di taluni, come il presidente del Senato Ignazio La Russa, in una celebrazione di parte. E chi percepisce il reddito di cittadinanza, poi, non è un povero, come in effetti sarebbe, bensì un lavativo.

Un aureo libretto del compianto scrittore Sebastiano Vassalli (1941-2015), Il mestiere di Omero. Come scrivere per raccontare storie, pubblicato in questi giorni da Interlinea, ci soccorre, è un prezioso viatico per sopravvivere. Ovvero per resistere nell’era della lingua stravolta e della cancellazione e della rimozione della storia che non piace, della storia scomoda a rammentarsi oppure ritenuta non “politicamente corretta” a destra o a sinistra. Un “politicamente corretto”, peraltro, che non solo nel caso italiano cambia a seconda di chi governa.

Si prenda il caso di Giorgia Meloni, “il” o “la” presidente del Consiglio. Nel corso del suo intervento alla Camera d’insediamento al timone del governo, la Meloni si è ben guardata dal ricordare il ruolo dei neofascisti nelle stragi d’Italia, accertato in decine di procedimenti giudiziari definitivi. Così un pezzo di storia d’Italia, scomoda per la Meloni, è sparito. La rimozione, le parole non più designanti il senso delle cose, non risparmiano Enrico Mattei. A sessant’anni dall’uccisione del presidente dell’Eni, alcuni giornali radio e quotidiani, nel rievocarlo, hanno definito l’attentato a Mattei un “incidente aereo”. Ignorando dunque la verità, almeno quella della procura della Repubblica di Pavia, che da tempo ha stabilito che si trattò di un attentato: l’aereo di Mattei, insomma, fu fatto esplodere.

Che cosa ci insegna allora Vassalli, per poter fronteggiare i falsificatori delle parole e della storia? Intanto, che “il linguaggio non è un pongo, un materiale plastico per modellare”. E che “le parole, per loro e nostra fortuna, non corrispondono al nostro pensiero, ma sono significanti per se stesse”. Chi fa corrispondere le parole al proprio pensiero, infatti, ritiene che la festa del 25 aprile non sia una festa di tutti. Sarebbe invece una celebrazione comunista, come la canzone Bella ciao (che non fu composta dai comunisti). E così l’assassinio di Enrico Mattei non fu un assassinio, come affermano i magistrati, bensì un “incidente”, in base a un pensiero comune a determinati giornalisti di regime.

Sebastiano Vassalli annota che “il ‘burocratese’, il ‘politichese’ e altre degenerazioni della lingua parlata e scritta” vengono “dall’errore di chi crede che le parole debbano corrispondere a ciò che lui ha in testa e, se non corrispondono, le modifica, le storpia, ne inventa di nuove o gli attribuisce significati che non hanno mai avuto”. Lo scrittore ci dice inoltre che “le parole sono piene di storia e di storie”, che “non sono inerti” e che bisogna “imparare ad usarle come strumenti di precisione (come il chirurgo o l’orafo). Una parola esatta, in una frase, vale più di cento superlativi, di cento avverbi”.

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