Il viceré

Sindaco di Salerno per quattro mandati, governatore della Campania dal 2015, la volontà di cambiare la legge per succedere la terza volta a se stesso. Vincenzo De Luca è una macchina di potere alimentata da indubbi successi elettorali, raggiunti insultando avversari e alleati. Con un occhio alla costruzione della sua dinastia

(repubblica.it) – “Ma di che cosa vogliamo parlare? Del Pd, del congresso? Ma ci vogliamo guastare l’appetito? Avete visto che bella piazza, quanti bei giovani?” Mentre tutta Napoli è paralizzata dagli ingorghi, e quasi 400 pullman pagati dalla Regione hanno traghettato un fiume di ragazzi dalle scuole di tutta la Campania fino al cuore della città, il governatore della Campania guarda al Plebiscito gremito di studenti. E si gode il colpo d’occhio. Offrendosi ai selfie degli under 18, ma schivando le domande.

È venerdì 28 ottobre e dal backstage, pare che Vincenzo De Luca abbia visionato fino all’ultimo la “scaletta”, il filmato con l’iconografia della sua generazione, dal no al Vietnam a Gandhi, il messaggio di Liliana Segre e le operaie Whirlpool, il vescovo di Acerra e la conduttrice showgirl che si emoziona: “Che onore, spero di aver interpretato bene il pensiero del presidente, che mi ha dato tutta questa fiducia”. La piazza partecipa, solidarizza con l’Ucraina, ripete le poche righe che padre Enzo Fortunato, venuto da Assisi, chiede di urlare ai potenti: “Ascoltate il grido di questa piazza e di tutte le piazze del mondo”, ma si scalda davvero solo quando Andrea Sannino canta “Abbracciame cchiù forte”. Circa ventimila ragazzi: la prova muscolare del “Cessate il fuoco” contro l’invasione russa, targata De Luca, è riuscita. Non importa che, di fronte al megapalco che guarda a Palazzo Reale, non ci siano né attivisti, né associazioni, né un solo gruppo di cittadini che sia venuto per suo conto, estraneo alla mastodontica ed efficacissima macchina organizzativo-personalistica dello “sceriffo” salernitano.

Anzi, a ben guardare le piazze sono due. Quella limpida, a cielo aperto: dove saltano e gridano i diciassettenni Fatima e Vincenzo di Scafati, dove chiacchierano del loro primo voto alle elezioni politiche i maggiorenni Luca e Viviana con la bellissima diciottenne Ndeye Awa Diop, di origini senegalesi, dove la troppo piccola Maria, 13 anni, si stufa un po’ e si mette a leggere la sua scrittrice horror preferita, “Il principe crudele” di Holly Black, e invece Simona e Samuele si fanno fotografare con il cartellone che dice “Scop… di più e sparate di meno” . E poi c’è la piazza del retropalco, dove tesse le sue tele il potere costruito intorno alla grande ‘Anomalià deluchiana. Lì dietro, ecco la processione di amministratori e sindaci per lui con la fascia tricolore. Chi saluta con una stretta, chi fa un mezzo inchino o scambia una facezia, soprattutto i salernitani venuti in massa, perfino dall’estremo hinterland o dalle montagne per eseguire i suoi desiderata.

C’è ovviamente il sindaco di Napoli, l’ex ministro Gaetano Manfredi. Ed è venuto a trovarlo anche l’altro “irregolare” del Sud, il presidente della Regione Puglia Michele Emiliano. Che non a caso dirà: “De Luca è il vero leader del Mezzogiorno e non tutti sono capaci di maneggiare una Ferrari come lui. Il terzo mandato? Fa bene a puntarci. E anzi, se non si candida lui, rischiamo di perdere anche la Campania”. Previsioni e progetti azzardati, due anni e mezzo prima della scadenza: un tempo enorme nella politica italiana. Soprattutto perché – ora – c’è il congresso Pd. La tappa più vicina: quella che scuote il Nazareno e solletica il governatore. Con chi si schiererà? Davvero proverà a scendere in campo? Chi lo conosce è convinto di no. “Lo farà credere, ma poi tratterà la sua candidatura tris e il destino dei suoi, a partire dai figli, col vincitore in pectore: come sempre ha fatto”, prevede un big romano.

Il governatore dei due golfi

Napoli e piazza Plebiscito, la corona dell’antica capitale, sono comunque sempre stati la prima ambizione di questo ex ruspante funzionario di Pci di provincia. L’approdo sognato di un ragazzo sgobbone e capace, nato in Basilicata, a Ruvo del Monte, paesino di 900 anime dell’hinterland lucano: ma poi cresciuto da giovane segretario del partito a Salerno. La propria città-mondo è rimasta il feudo politico per sé e per i suoi, su cui Vincenzo De Luca detta legge ininterrottamente –  seppur per interposti amministratori ormai – da quasi  trent’anni. “Di qua il mare di Napoli, di là quello di Salerno, che storia, quanta bellezza. Se solo sapessimo valorizzare tutto”, disse il viceré dei due golfi, nel settembre 2020 ad un evento organizzato dalla Regione tra i torrioni del castello di Lettere, sulla costa stabiese. Prima (per quasi vent’anni) sindaco, poi viceministro, e già due volte governatore: oggi è l’unico sopravvissuto alla stagione gloriosa dei sindaci del ’93.

“Il mio modello vincente? La fatica quotidiana”, ha sempre detto. E a dispetto delle incrostazioni con cui si è avvinghiato da decenni alle istituzioni, ha costruito un’intera carriera sull’immagine dell’eterno nuovo, dell’outsider che sventa i giochi dall’alto. Che combatte “da solo contro i Lupi delle lobby”, ad esempio, ma con la L maiuscola, perché quella volta, da viceministro – era l’inverno del 2014 – tra i suoi nemici c’era anche l’allora ministro alle Infrastrutture Maurizio Lupi che non gli concedeva le deleghe; mentre l’allora sindaco di Salerno non ne voleva sapere di scegliere tra la guida del suo Comune e l’incarico nell’esecutivo. Fu poi costretto dalla magistratura: l’altra sua bestia nera. L’ultimo show contro le toghe, con cui ha un conto aperto da decenni, lo ha fatto in piazza a Napoli, alla festa del Pd, la scorsa estate, quando la campagna elettorale era di fatto già cominciata: “Come Pd siamo subalterni da sempre agli ideologismi giudiziari. Balbettiamo, abbiamo paura”.

Poi urla: “I magistrati mettono gli innocenti in carcere e non ne rispondono”. Il viceré coltiva da tempo le sue crociate contro le toghe. E ha un nemico giurato: il reato di abuso d’ufficio. Norma che De Luca definisce “demenziale. Serve una riforma con la spada – ha ripetuto solo due settimane fa a Capri, di fronte ai Giovani industriali – chi vuole stare tranquillo non può lavorare in Italia, avrebbe prima o poi un avviso di garanzia. Ho un expertise unica in Italia, c’è forse solo Berlusconi che mi supera, ma almeno lui si è goduto la vita”. E tutti a ridere. I suoi tempi comici sono imbattibili. Di sicuro De Luca ha dovuto confrontarsi spesso con indagini della magistratura. Ne è uscito fuori senza condanne e, alla fine dei conti, anche senza particolari danni politici o elettorali. Il fastidio però rimane. E altre vicende giudiziarie sono tuttora aperte. Come quel lentissimo processo a carico del primogenito Piero, per una vecchia bancarotta. Incagliato nei ritardi della giustizia.

La macchina del potere, tra Sanità e Cultura

La piramide deluchiana ha le origini nel controllo “sovietico” dei partiti della vecchia Italia, si è nutrita dei  trasversalismi del berlusconismo della Seconda Repubblica, e ha raggiunto il suo zenith col populismo – spesso aggressivo, a forte connotazione di centrodestra – con cui ha portato avanti le battaglie su giustizia e sicurezza, e contro disordine e  migranti. 

Due capisaldi: la Sanità e la Cultura. Quest’ultima intesa – soprattutto – come programmi monstre, o declinata come pioggia di iniziative da distribuire in tutta la regione. A cominciare dall’evento cui ha legato il suo nome ed è riuscito a farsi notare anche fuori dal suo territorio: Le luci di Salerno, la teoria di illuminazioni creative che, ogni dicembre, fa esplodere di turisti la città.

Sulla Sanità il governatore non ha nominato un assessore. La delega è sempre nelle mani del presidente. Che si affida a uno dei suoi uomini migliori: il cardiochirurgo salernitano Enrico Coscioni, primario dell’unità operativa dell’ospedale Ruggi d’Aragona e presidente dell’Agenas (l’Agenzia nazionale per i servizi sanitari regionali), e suo strategico consulente. Appena insediato in Regione, Coscioni si imbatte in un incidente giudiziario: viene accusato di aver fatto pressioni sui manager di tre Asl nominati dal predecessore di De Luca, Stefano Caldoro, per spingerli a lasciare l’incarico. Dopo sette anni di processo, una prima assoluzione dall’accusa di concussione e una condanna in appello a due anni per violenza privata, Coscioni viene assolto con formula piena dalla Corte di Cassazione.

In tutto questo tempo, la fiducia di De Luca nei suoi confronti rimane intatta. Il cardiochirurgo salernitano entra a far parte anche del consiglio di amministrazione di Ebris, fondazione internazionale di ricerca che ha sede in un ex monastero di Salerno e ha ricevuto dalla Regione anche 300mila euro di fondi per un progetto presentato con la facoltà di Farmacia dell’Ateneo salernitano. Nel 2020, Ebris attira le attenzioni della Procura di Napoli che indaga sui risvolti dei contratti e degli appalti legati alla pandemia, Coscioni finisce indagato.

Sulla Cultura, il controllo è quasi maniacale. Non sono solo battaglie di potere o principio: lo sceriffo salernitano adotta l’unico vero sistema, se non sei con lui, “blocca i viveri”. Nella primavera del 2020 il presidente della Regione ingaggia una violenta battaglia con la governance del teatro San Carlo: taglia 2 milioni di fondi riservati alla Fondazione del teatro lirico più antico del mondo, litiga furiosamente col sovrintendente  Stephàne Lisnner, bolla il San Carlo come una “bottega privata”. Sarà il sindaco Manfredi a correre ai ripari, con contributi integrativi. Il governatore controlla anche i programmi, i titoli, le denominazioni, comprese quelle geografiche (perché ci sono le aree da contenere: Napoli; e quelle da esaltare: il salernitano e, spesso strumentalmente, il resto della Regione).

Resterà agli atti che il Napoli Teatro Festival, nato ai tempi di Rutelli ministro e Bassolino governatore, che dal 2007 riempie di spettacoli i teatri e i monumenti della capitale del Sud, sotto l’occhio autarchico di De Luca cambia nome: diventerà Campania Teatro festival.  Chi non aderisce alle sue “visioni” è fuori. Fa rumore, nel giugno del 2021, l’abbandono di Antonio Scurati dal vertice della Fondazione Ravello, dove formalmente De Luca non ha alcun ruolo. Lo scrittore, che aveva già composto un suo programma ed invitato Roberto Saviano, sgraditissimo al governatore, sbatte la porta. “Mi sono bastati pochi giorni per accertare che i soci fondatori della Fondazione Ravello non rispettano la libertà intellettuale e ignorano i valori della cultura – scrive l’autore di “M. Il figlio del secolo” – Da uomo di cultura e, soprattutto, da uomo libero, scelgo di rassegnare le mie dimissioni dalla carica di presidente”.

Covid, il suo più grande alleato

“Sono orgoglioso. Il mio successo? Non è né di destra, né di sinistra”. Insomma, ce l’ha fatta di nuovo. Ancora con mezzo Pd contro. E’ il 21 settembre del 2020, anno primo dell’era del Covid, quando un trionfante Vincenzo De Luca festeggia la sua elezione bis come presidente della Campania. Placa gli applausi e finalmente parla, nella Stazione Marittima, di fronte a una folla osannante, alla fine di un anno politico indimenticabile, che lo ha visto dalla polvere risalire di nuovo fino in vetta. “Le mie sono vittorie di popolo, e sono orgoglioso di quello che è successo”. E’ arrivato quasi al 70 per cento di consensi, stavolta. Una macchina elettorale fatta di 15 liste, compagine “monstre”: che va dagli ex cosentiniani a Pomicino a De Mita, dai renziani ai Verdi, fino alla sinistra di sindacati e associazioni cattoliche.

Pensare che dieci mesi prima, era quasi fuori. “Mi volevano fottere, volevano mettere Sergio Costa (l’ex ministro M5s, ndr)”, confesserà – in pubblico – il presidente De Luca nel suo eloquio così spesso poco istituzionale, pieno di battute, surrealismi, non di rado offensivo. Invece, a marzo, con l’Italia che entra nella sua ora più buia, il potere delle restrizioni che vince e il governo dell’emergenza che passa nettamente nelle mani dei governatori, De Luca ha praterie avanti a sé. E’ il suo habitat naturale: comando, bastone, qualche carota. Comincia l’era dei “lanciafiamme” e dei “fratacchioni”.

La grande emergenza del Covid-19 è il punto di svolta. L’ex sindaco indossare i panni del vicerè. Sposa la linea della “tolleranza zero” contro il virus. Emana ordinanze regionali spesso più severe di quelle del governo: dall’uso delle mascherine al jogging durante il lockdown. Fino all’aspetto più controverso: la didattica a distanza nelle scuole. E dà il meglio di sé nel corpo a corpo con i suoi oppositori. Sfida la giustizia amministrativa, motiva le sue prese di posizione con battute al veleno contro l’esecutivo in carica, all’epoca guidato da Giuseppe Conte. I suoi bersagli sono la ministra dell’Istruzione Lucia Azzolina e il ministro della Salute Roberto Speranza. Certo, i momenti difficili non mancano. Il 23 ottobre 2020, durante la sua consueta diretta Facebook senza contraddittorio del venerdì, De Luca paventa un lockdown solo regionale per arginare la ripresa dei contagi.

Poche ore dopo, sul lungomare di Napoli, si scatena una violenta guerriglia urbana, alla quale secondo la Procura prenderanno parte mondi diversi, le frange più violente di ultras, antagonisti di sinistra, eversione di destra e personaggi contigui alla camorra. A quel punto, anche il viceré fa un passo indietro. Corregge il tiro nelle dichiarazioni pubbliche, rinvia l’ipotesi di un nuovo lockdown ad eventuali, e assai improbabili, decisioni romane. “Dovevamo evitare di drammatizzare la situazione e che si ripetessero eventi che avrebbero potuto avere conseguenze molto gravi anche di ordine pubblico. In parole povere, “poteva scapparci il morto”, ammetterà solo dopo coi magistrati, che lo sentono come testimone un anno dopo. Ma non rinuncia a rivendicare la “fortissima differenza di posizioni” con il Comune, mentre l’allora sindaco Luigi de Magistris lo attacca dalle tv nazionali. “Io ero per il rigore e il contenimento massimo, dal Comune provenivano dichiarazioni di senso opposto”.

L’emergenza Coronavirus accompagna, di fatto, De Luca verso la rielezione a Palazzo Santa Lucia. Nella terza sfida contro Stefano Caldoro non c’è partita. Il vicerè ha altri cinque anni di governo. Ma già cominciano a sembrargli troppo pochi. Da oltre un anno, infatti, sta lavorando al suo nuovo disegno. Vuole restare per il tris.

Vincenzo De Luca tiene un discorso alla Stazione Marittima di Napoli durante la campagna elettorale. (Foto di Pasquale Gargano/Pacific Press/LightRocket via Getty Images)

Un De Luca è per sempre

“Terzo, quarto mandato, non poniamo limiti. L’unico limite è la mia salute. Forse non vi è chiaro qual è il problema”, 22 giugno 2022. Sembra una delle battute che tanto piacciono a Maurizio Crozza. Ma stavolta De Luca non scherza, anzi è serissimo. Sulla sua scrivania c’è il progetto che sta accarezzando sottotraccia da tempo. Perché Zaia in Veneto sì e io no? Il governatore intende cambiare la normativa, aprire alla possibilità di candidarsi ancora alla guida della Regione Campania. “Faremo quello che hanno fatto la Regione Veneto e altre Regioni. Da quando si approva la legge elettorale della Campania scatta la norma dei due mandati, niente di particolarmente innovativo”, spiega. E da come la racconta, pare proprio una formalità. O meglio, un gioco di prestigio. La Costituzione e la legge del 2004 fissano in due mandati il tetto della eleggibilità del presidente della Regione. Ma il sentiero già individuato in Veneto, dal “doge” eterno rivale di Salvini, prevede l’approvazione di una nuova legge elettorale regionale che conserva il limite del doppio mandato: ma a decorrere dalla prima elezione successiva alla sua entrata in vigore. In questo modo, dieci anni dopo il suo ingresso a Palazzo Santa Lucia, De Luca potrebbe candidarsi per un terzo mandato e, se rieletto, anche per un quarto. “Una prospettiva agghiacciante”, la definisce il costituzionalista Massimo Villone.

La “guerra” con gli intellettuali

Non tutti, difatti, in Campania sono sottomessi al sistema di potere targato Salerno. Di certo non la pattuglia di intellettuali che, lo scorso marzo, in una accorata lettera inviata al leader del Pd Enrico Letta aveva sollevato il “bubbone”. L’Anomalia. “Caro Letta, abbiamo un problema”.  Quindi: “Cos’altro deve succedere perché da Roma interveniate?”, si chiedono spazientiti storici e filosofi come Isaia Sales, Aurelio Musi, Giuseppe Cantillo. Con loro autori, sceneggiatori, docenti e operatori culturali. Da Luciana Libero a Maurizio Braucci, da Annamaria Amato a Licia Amarante, da Flora Calvanese a Luciano Brancaccio, da Raffaella Di Leo a Carlo Iannello, da Ugo Leone a Fausto Morrone, da Pietro Spirito a Bernardo Tuccillo. Decisi ad alzare il livello dello scontro. Tutto politico. “Anzi culturale”. La Campania, scrivono, è stata portata da tempo fuori dall’Italia e proiettata in una sorta di repubblica fondata sul volere del padrone: “Un odiatore seriale che da anni offende tutti, a cominciare dal partito a cui appartiene. Il tuo”, accusano.

“Caro Letta, è un problema che conosci ma che hai deciso di ignorare. Comprendiamo che è arduo rinunciare alla mole di voti, tra centro sinistra e destra. Ma forse dovresti chiederti a che prezzo, quanto costano questi voti ai cittadini e alla credibilità del Pd”. Ma in gioco c’è anche la dignità delle istituzioni. Nell’appello si cita il caso della giurista Annalisa Cipollone, capo legislativo del ministero della Cultura, allora guidato da Dario Franceschini,  sbeffeggiata come “brodino della Cipollone”,  perché “ha avuto il torto di scrivere alcuni richiami sulla legge per la casa”. Traduci: troppo vigile rispetto alle mani libere sul cemento e il Piano regionale immaginato da De Luca”.

Franceschini, continua la lettera, “ha appena chiesto al governatore di rispondere ai rilievi e di chiedere scusa. Non ha fatto né l’uno né l’altro. Anzi, sta continuando ad insultare ministero e sovrintendenze al solo scopo di varare una legge che consente altro scempio del paesaggio. Quindi ti chiediamo: dopo gli insulti a Franceschini, a Draghi, a Bianchi e al mondo intero, cos’altro deve succedere perché da Roma interveniate?”

I ribelli chiedono ai leader romani di intervenire: “Noi crediamo che De Luca dovrebbe chiedere scusa non solo alla dirigente del Mic, ma ai cittadini che pretende di governare fuori dalla legge, dalle mascherine alle scuole chiuse; e dovrebbe chiedere scusa ai campani che con la sua legge il paesaggio lo perderanno per sempre, come è avvenuto a Salerno con il Crescent. Se la Campania è ai minimi termini, se la salute non funziona, il lavoro non si trova, i giovani se ne vanno e la povertà aumenta, sarà il caso di fare qualcosa oltre che gingillarsi con le battute? Nemmeno il Partito ci guadagna in Campania”, avvertivano.

Perché: “Sotto De Luca il partito è a pezzi, parvenze di segretari dirigono le segreterie locali, alle elezioni il simbolo non c’è, a Salerno è una segreteria personale di Piero De Luca. Il suo giovane amico Enzo Luciano è oggi segretario del Pd salernitano e capostaff del sindaco con lauto stipendio. Non è proprio un bell’esempio per le migliaia di giovani che vanno via ogni anno per cercare lavoro. Gli stiamo dicendo che basta essere un amico dei De Luca per trovarlo, o bisogna essere figlio di De Luca per vincere i concorsi all’Università?”. Un richiamo questo all’affondo di un altro intellettuale, quel professor Marco Plutino,  docente di diritto e dirigente del pensatoio riformista dem a Napoli, che due mesi prima aveva lasciato il Pd per protesta contro il sistema De Luca.

“Tra decadenze, indagini, legge Severino, abusi di ufficio, prescrizioni, condannati a capo della sua segreteria, alleanze opache – si legge ancora nella lettera – questa carriera spericolata ha trovato nel Pd un salvacondotto che gli ha consentito la ‘superfetazionè di un potere che è ossessiva rappresentazione di se stesso”. Ma l’amara riflessione del cartello è che “il tormentone di Crozza, un potere così malamente esercitato, non ci fa più ridere”.

La manifestazione per la pace in piazza  Plebiscito indetta da Vincenzo De Luca
La manifestazione per la pace in piazza Plebiscito indetta da Vincenzo De Luca (siano)

Nell’appello a Letta anche una sincera speranza: “Quando sei stato eletto hai detto che serviva un nuovo Partito, non un nuovo segretario. Forse puoi cominciare dal Sud e dalla Campania, infrangendo questo annoso patto scellerato. Della catastrofe nazionale, Vincenzo De Luca è la più macchiettistica espressione. Quindi, caro Letta, noi della Campania ti chiediamo di esprimerti con chiarezza: sei favorevole o contrario al terzo mandato del presidente della Regione Campania, con legge ad personam? Ma soprattutto ti chiediamo: come pensi di sostenere le ragioni del Sud e al tempo stesso di tollerare questa deriva regional-sovranista, clientelare, familistica, affaristica?”.

Parole che sembravano aver toccato davvero il leader dem. Letta promette, giorni dopo, su sollecitazione dei cronisti: “Me ne occuperò”. Ma resta una promessa mancata. Letta non ha la forza, la voglia, lo spazio per intervenire? Era accaduto così con i suoi predecessori segretari al Nazareno. Con i quali De Luca non ha esitato a duellare, se le posizioni non collimavano con le proprie. Insulti, sarcasmo, strappi. La caduta del governo Draghi, poi, rafforza l’autarchia campana. De Luca torna centrale. Il Pd, qui, ha bisogno di lui. E Letta è costretto a fare campagna con quello stesso “odiatore seriale” che aveva riempito di insulti il suo partito. Così come deve fare anche il ministro uscente della Salute, Roberto Speranza, in assoluto il più colpito dall’esuberanza linguistica del presidente. Con una differenza: Letta è stato almeno ammesso, lo scorso settembre, al cospetto del viceré in un salone della Stazione Marittima; Speranza, invece, è finito in disparte, tagliato completamente fuori come candidato non gradito.

Peccato che la decisione di piegarsi di nuovo ai diktat del governatore si riveli un’operazione a perdere. Il Pd non ne ricava la valanga di voti sperati, mentre De Luca ottiene l’obiettivo prefissato: garantire la rielezione al figlio Piero, appena riconfermato, anche per la diciannovesima legislatura, come vicepresidente uscente del gruppo Pd alla Camera dei deputati. Operazione portata a segno nel listino blindato. A Salerno: dove De Luca ha fatto stendere un appello pro Piero con ben 600 firme di amministratori legati al suo carrozzone.

L’origine di tutto, la rete delle Coop

Un sistema sulla cui origine si affacciano, un anno fa, i magistrati salernitani. Che mettono il viceré sotto inchiesta per corruzione. La procura guidata da Giuseppe Borrelli scava nelle relazioni di un imprenditore, Fiorenzo Zoccola, a lungo dominus delle cooperative sociali. Che parla dei suoi rapporti diretti con De Luca e del “cerchio magico” del governatore. Ai pm dice: “I miei riferimenti sono Vincenzo De Luca e suo figlio Roberto. Con l’altro figlio, Piero, non ho rapporti perché non c’è affinità”. Zoccola è attualmente sotto processo per corruzione insieme a un fedelissimo del governatore, il consigliere regionale Nino Savastano. La difesa ha appena incassato un importante punto a favore, perché il tribunale ha dichiarato inutilizzabile buona parte dei colloqui intercettati con il virus-spia trojan. De Luca riceve un avviso di proroga delle indagini. Incassa il colpo, non parla. Zoccola racconta del blocco di consenso elettorale costruito per De Luca, e afferma di aver sempre “veicolato” agli altri imprenditori “l’indicazione del presidente De Luca sulla ripartizione dei voti nella misura del 70 e 30 per cento”: 70 a Giovanni Savastano e 30 a Franco Picarone, non indagato, altro fedelissimo di De Luca. Entrambi eletti nel 2020, i due siedono in Regione. Assisi alla destra del padre-padrone del Pd campano.

Il viceré diventa papa

Intanto il governatore continua le sue dirette Fb, “trasmette” ogni settimana il suo show social dal Palazzo del Genio civile di Salerno. Ma oggi può vantare anche una celebrazione architettonica. Piazza della Libertà, l’agorà inaugurata in pompa magna da De Luca il 21 settembre del 2021, corrisponde all’estetica del suo potere. Lui la definisce la “nuova San Pietro”. Solo che, precisa De Luca, “la nostra è sul mare ed è più capiente. Ha una superficie di 28 mila metri quadri che è esattamente la dimensione di piazza San Pietro a Roma ma con le aree di ingresso arriva a 40 mila metri quadri e può ospitare 100 mila persone”. Il potere ha bisogno di simboli e il vicerè ha la sua opera identitaria, proprio di fronte al Crescent, il gigantesco complesso a forma di semicerchio disegnato dall’architetto spagnolo Ricardo Bofil, esteso su una superficie di 300 metri e un’altezza di circa 30. L’opera – discussa e controversa, che lo ha portato anche sul banco degli imputati per presunte irregolarità, poi escluse dai giudici – si presta a un taglio del nastro che è l’apoteosi del pensiero deluchiano. “Ma quali ricorsi, controricorsi. Raccontate ai figli dei figli tutto questo. Dite loro che c’è uno che non si è mai fatto fermare”, dice arringando la folla. Il vicerè, a Salerno, s’è fatto papa.

De Luca, il bullo delle istituzioni

(di Isaia Sales) – Per ben tre volte nell’ultima campagna elettorale Enrico Letta è salito su di un palco assieme a Vincenzo De Luca. Lo ha fatto a Taranto, a Napoli e nella manifestazione di chiusura a Roma. Questo privilegio è stato concesso a pochi altri. Nel comizio tenuto a Napoli il segretario nazionale del Pd ha parlato del presidente della regione Campania come di “un governatore che ha combattuto in questi anni con lungimiranza, coraggio e impegno”. E a Taranto, dove il Pd ha presentato il suo Manifesto per il Mezzogiorno, ha indicato De Luca e Michele Emiliano (presidente della regione Puglia) come due modelli positivi di governo per il Sud e per l’Italia.

Ma nonostante una casermesca gestione del potere da parte dei due dioscuri della politica meridionalistica, sono proprio le due regioni del Sud a guida Pd che hanno registrato il maggior insuccesso del partito di Letta. Il Pd in Campania ha preso il 15, 64% dei voti, in Puglia il 16,83%, rispetto al 19,07% registrato a livello nazionale. In tutte le regioni meridionali il Pd si è classificato al terzo posto, surclassato da Fratelli d’Italia e dagli odiati 5Stelle, che si confermano come il primo partito del Sud. Un campano su tre ha votato per i 5Stelle, e De Luca è alla guida della regione già da sette anni e mezzo. In Abruzzo e nel Molise il Pd ha avuto più voti che in Campania, pur non governandole. Oggi è il Sud il territorio di massima difficoltà elettorale per il Pd, quello più ostico e più ostile, il suo vero tallone d’Achille.

Nei giorni scorsi Piero De Luca, figlio di Vincenzo, è stato confermato vicepresidente del gruppo Pd alla Camera dei deputati. De Luca padre è arrivato addirittura a paragonare l’ascesa politica della sua famiglia a quella del presidente della repubblica Mattarella, che ha avuto un padre ministro e un fratello (ammazzato dalla mafia) presidente di regione. Non si è vergognato di questo paragone, e nessuno del Pd lo ha richiamato a un elementare senso della misura.

Quindi, la famiglia De Luca va considerata azionista di maggioranza del Pd, gode di alta considerazione da parte del segretario e del gruppo dirigente nazionale. I presidenti della Campania e della Puglia sono per il Pd il meglio che il meridione esprime e propone per l’Italia. Hanno legittimato delle satrapie e le chiamano “buon governo” del Sud!

In tanti, da tempo, dentro e fuori il Pd, si chiedono come mai un partito di sinistra o progressista possa aver portato ai vertici delle istituzioni De Luca e figli, e non trovano finora risposte convincenti. Letta è l’ultimo segretario del Pd a considerarlo un elemento prezioso del partito. Prima di lui Renzi, Zingaretti, Bersani, Franceschini e Veltroni hanno speso parole elogiative, in verità mai ricambiate. De Luca, infatti, è il dirigente del Pd che più disprezza il Pd e i suoi dirigenti. In un dibattito ha paragonato gli iscritti al Pd agli ebrei durante le leggi razziali: “Braccati, umiliati e senza patria” suscitando la reazione della comunità ebraica di Napoli. E ancora: “Perché votare il Pd? È un partito di anime morte. Autentiche nullità, imbecilli che vengono a rompere le scatole a noi che lavoriamo”. E nel comizio di chiusura a Roma ha ridicolizzato Enrico Letta: “Non mi sento di dire che abbiamo un segretario nazionale scoppiettante, ma offriamo una classe dirigente locale di grande competenza e onestà”. Tradotto: meglio noi presidenti di regione che Letta e i suoi.

Quando poi deve attaccare avversari dichiarati non si pone nessun freno: “Imbecilli, animali, parassiti, cafoni, pinguini, bestie, trogloditi, miserabili, saltimbanchi, iettatori, sciacalli, analfabeti, idioti, cialtroni, farabutti, imbroglioni, cocco belli, pulcinella, mezze pippe”. Queste le parole meno volgari. Apostrofò come “chiattona” una sua ex oppositrice in consiglio regionale. A Rosy Bindi ha riservato queste parole “è una infame, da ucciderla”; ai 5Stelle queste altre: “che vi possano ammazzare tutti quanti”; a proposito di Marco Travaglio si è augurato “di incontrare quel grandissimo sfessato di giornalista di notte, al buio”; nei confronti di Luigi De Magistris ha consigliato ai disoccupati napoletani di comportarsi così: “a quello lo dovete sequestrare, sputategli in faccia”. Ha poi definito Giorgia Meloni “burina e sora Ceciona”; e i presidenti del Senato e della Camera come nessun avversario politico potrebbe mai fare. De Luca è un offensore seriale, l’uomo politico più scurrile della seconda repubblica. È il bullo del Pd, il bullo delle istituzioni.

Com’è possibile che, invece, venga presentato da Enrico Letta come il più autorevole rappresentante del meridionalismo progressista?

Qualcuno penserà che sia solo questione di voti. Il Pd tollera De Luca perché in ogni elezione apporta un contributo notevole di consensi. E i voti non si rifiutano. Ma le cose non stanno così: De Luca vince solo quando lui è candidato, e il Pd non ne riceve nessun apporto concreto in voti alle politiche. Lui è un uomo di potere non di partito, è un uomo di tessere non di voti.

Il nostro eroe è stato favorito da una situazione del tutto particolare: la trasformazione definitiva con Renzi dell’ex partito comunista in un’organizzazione dove è fondamentale il controllo delle tessere e dei voti alle primarie. E chi si poteva permettere a Roma di contestare i metodi di De Luca se nel frattempo essi erano (e sono) diventati i metodi del Pd?

In questo modo De Luca ha consolidato in Campania un nuovo modello di rapporti tra il livello di decisione nazionale e quello locale: non più e non tanto il “partito personale” ma il “partito a mezzadria”, con una cessione di podestà del potere centrale a forme di padrinato locale. Un ritorno alle modalità di fine Ottocento basate sul notabilato, sul familismo, sul trasformismo. Era questa la triade che ispirava il funzionamento della politica di allora in assenza di forti idealità e di una organizzazione in grado di sottomettere le aspirazioni personali e familiari a interessi collettivi. E proprio dall’esigenza di superare il padrinato politico nacquero prima il partito socialista, il partito cattolico e poi quello comunista. De Luca è l’esempio più clamoroso del ritorno, dopo la fine dei partiti, del padrinato locale come mezzo di ascesa politica e di condizionamento della vita istituzionale. Nel Sud più che altrove.

Infine, non è da sottovalutare l’ingresso prepotente nella cultura politica contemporanea (compresa la sinistra) di temi che hanno a che fare con la paura: la sicurezza, gli immigrati, le epidemie. De Luca ha investito su questi temi. Nella sua gestione della pandemia in Campania si possono studiare gli effetti che la paura può provocare nella formazione del consenso se c’è un cinico investimento sui lati oscuri dell’animo umano e una capacità teatrale di aizzarli. In genere sono gli uomini del centrodestra i politici della paura e quelli del centrosinistra quelli della speranza. De Luca ha cambiato questa tradizione, diventando un arcigno manager delle paure, un leader populista in un partito che si è dichiarato sempre contro il populismo!

Consiglio perciò a Enrico Letta di leggere L’età dell’oikocrazia. Il nuovo totalitarismo globale dei clan di Fabio Armao, in cui si teorizza che la consanguineità, il localismo e le paure sono i nuovi parametri di promozione della politica nell’epoca della fine dei partiti. I clan, infatti, ritengono del tutto legittimo proteggere i propri membri, e se necessario garantire loro forme di immunità che li pongono in una posizione di privilegio rispetto a un normale cittadino. Come possiamo chiedere all’Italia di occuparsi del Sud quando alla guida della sua regione più popolata si continua ad accettare che sia un clan familiare, territoriale e correntizio a gestirla?

2 replies