Il duo Renzi-Calenda è spaccato su tutto: ben presto esploderà

Da vecchio “ulivista”, pur in un quadro politico e istituzionale mutato (dominato da dinamiche proporzionaliste che esaltano i particolarismi di partito), non ho cambiato idea sulla possibilità e sulla opportunità di cooperazione da parte delle principali culture politiche democratiche e riformiste […]

(DI FRANCO MONACO – Il Fatto Quotidiano) – Da vecchio “ulivista”, pur in un quadro politico e istituzionale mutato (dominato da dinamiche proporzionaliste che esaltano i particolarismi di partito), non ho cambiato idea sulla possibilità e sulla opportunità di cooperazione da parte delle principali culture politiche democratiche e riformiste. Compresa quella liberal-democratica. Una tensione unitaria (non il partito unico velleitariamente coltivato da Veltroni) oggi ancor più necessaria di ieri per contrastare la destra al governo e prefigurare domani un’alternativa a essa. In questa prospettiva, davvero mi riesce difficile comprendere Calenda e la sua equidistanza tra destra e sinistra. Ai miei occhi due volte inspiegabile: sia in ragione della rivendicata ascendenza del suo partito dal Partito d’Azione di Calamandrei e Spinelli, Foa e Bobbio; sia considerando natura e cultura della destra al governo guidata da Meloni, nulla di più lontano da una cultura liberal-democratica. Calenda ha scritto un libro per argomentare che i veri liberali si ispirano a una concezione severa della libertà come opposta alla licenza, consapevole del suo limite, del suo nesso con la regola e la responsabilità. Come non riflettere sui due primi annunci del governo Meloni? Un “liberi tutti” in tema di Covid e di fedeltà fiscale.

Nella retorica calendiana, l’equidistanza si giustificherebbe in tre modi. Primo: una sua terzietà rispetto alla opposizione destra-sinistra come se corrispondesse alla opposizione fascisti-comunisti. Uno dei suoi mantra appunto caricaturali. Così da concludere fideisticamente che sempre e di necessità la virtù starebbe a metà strada. L’altra motivazione è ascrivibile alla sua crociata – una vera e propria ossessione – contro il M5S, del quale egli esorcizza l’evidenza dell’evoluzione rispetto al paradigma delle origini. Un pregiudizio che gli rimprovera anche un suo estimatore come Giuliano Ferrara. Terzo: la pretesa che il Pd si snaturi al punto – in realtà ci è già vicino – da configurarsi come un partito liberale a tutti gli effetti, che ripudi ogni ancoraggio a una sinistra riformista a di governo. Come si è visto nel mancato accordo elettorale, con la sua pretesa che il Pd si consegnasse a mani alzate, quasi annettendosi ad Azione. Ancora più inspiegabile, il suo connubio con Renzi, che ormai chiaramente si spinge oltre l’equidistanza tra destra e sinistra. Già lo si intuì in campagna elettorale. Ma ancor più a seguire: nel negoziato sugli organigrammi di inizio legislatura Calenda, a differenza di Renzi attivissimo nel trafficare, esordì mostrandosi poco interessato alla corsa agli strapuntini; sulle suggestioni presidenzialiste Renzi ha aperto a Meloni, Calenda le ha bollate come un diversivo e un alibi della destra; sul Pd Calenda, quantomeno a parole, ha sostenuto e sostiene il contrario di Renzi (“vorrei un Pd forte”), il quale invece sin dal primo giorno successivo alla sua scissione, poi in campagna elettorale e in un crescendo quotidiano mostra di voler distruggere il suo ex partito; ora vedremo come i due gestiranno il caso Moratti e le Regionali; ma soprattutto (Calenda dixit) decisiva sarebbe, per lui, una pratica politica nuova e diversa sul piano etico e del costume. Già egli si è dovuto acconciare a un partner che fa lo slalom tra politica e business (per cui ebbe giuste parole di fuoco) e ora assiste, con un silenzio che tradisce imbarazzo, a una liaison renziana con la destra al governo che va ben al di là dei segnali di fumo, mescolando con essa i suoi voti. Un Ghino di Tacco che, con una sfrontata spregiudicatezza, fa del ricatto politico la sua divisa e il suo programma. Un fine e non un mezzo inscritto in una visione. Quanto può durare il connubio tra due galli nel pollaio dal canto assai diverso?

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3 replies

  1. Più che il conterraneo Ghino di Tacco (che la gente di Radicofani ricorda con nostalgia per la munificenza e il buon governo), Renzi è Maramaldo.

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