Quella destra all’italiana che ha spiazzato la sinistra

(Fulvio Abbate – lidentita.it) – Che differenza c’è tra lo scatto di Benigni che, un tempo, prende in braccio Berlinguer, e quello di Crosetto che prende in braccio la Meloni? In questi casi, per comprendere lo scarto sostanziale, occorrerebbe l’ausilio di uno storico. Proviamoci ugualmente. Quando Benigni prendeva in braccio Berlinguer al Paese non era ancora stato consegnato il titolo identitario di “nazione”, ed esisteva perfino un’opposizione, a suo modo anche politicamente viva, talvolta gioiosa. A sinistra, la sensazione che si potesse immaginare il cambiamento, se non proprio il “mutamento dell’esistente”. Lo storico del costume politico, in questa nostra riflessione, spiegherebbe che, sia pure fra mille difficoltà sullo sfondo, l’arrivo della precarizzazione e la fine dell’assillo ideologico, nel gesto estemporaneo di Benigni erano ancora evidenti alcuni alcuni principi in seguito cancellati da ogni discussione. Su tutti, la pregiudiziale antifascista. E ancora l’ironia che aveva portato anni prima gli studenti a scrivere sui muri delle università occupate il proprio fantasioso disincanto: “Dopo Marx, aprile”, “Dopo Mao, giugno”. Resisteva comunque un sentire, direbbe Gaber, dove “libertà è partecipazione”. Ho semplificato, lo so, spero però chiaro il concetto generale. Passando ora in dissolvenza incrociata a all’immagine del “gigante buono” Crosetto che prende in braccio la “sua” creatura, la narrazione è di tutt’altro segno, come opportunamente noterebbe l’evocato semiologo. Nella foto scattata al congresso di Fratelli d’Italia si scorge lo slogan “Appello ai patrioti”, poi lo sventolio identitario delle bandiere e, su tutto, un sottotesto che suggerisce “simpatia” e ancora implicitamente quel “presto saremo una destra ‘gollista’, ci stiamo provando, si vede, no?” Gli applausi incoronano l’ascensione della leader Giorgia tra le braccia di Guido, “commissario tecnico”, suggeritore. L’informalità in blazer proto-ministeriale a cancellare il truce simbolico del pregresso post-fascista. Nel “bunker” di Colle Oppio è adesso nato un fiore, diremmo con i versi di Fabio Concato. Incredibilmente, a nessuno verrebbe in mente di accostare la scena allo scatto di Benigni che solleva invece Berlinguer con l’immagine altrui successiva. Nonostante l’evidente spettacolare simmetria. In un attimo, l’istantanea dello “zio” che porta al cielo della nuova destra la “nipote”, sorta di cresima politica, prima che abbia inizio la distribuzione dei confetti, vista con il senno di poi, cancella ogni simile pregresso compiuto da altri sotto un segno invece ludicamente “progressista”. Dimenticate allora che nel frattempo Berlinguer appare un ricordo remoto, e la sinistra cancellata di nome e di fatto, e perfino che Benigni si sia trasfigurato in sagrestano assente all’ironia, pensa piuttosto che il mattino del giorno dopo la prova-simpatia i primi provvedimenti della destra rispondono a un impianto securitario, repressivo, demagogico, regressivo. Guido Crosetto, ottenuti i galloni di ministro della Difesa, precisa che “ora riapriremo all’arruolamento dei giovani e troveremo le giuste allocazioni per le grandi esperienze maturate all’interno. Come nelle migliori famiglie”. Parole non meno “allocate” in narrazioni da porta carraia, contrappello, cartolina-precetto, nel motto ufficioso “mutismo e rassegnazione”, forse anche nel possibile ritorno dei fumetti “Il Tromba”. Ciò che sembrava simpatia da rave post-missino in realtà non era tale; quanto al tempo dadaista di Berlinguer in braccio a Benigni cose ormai davvero postume.