Assange, se non ci fosse bisognerebbe inventarlo

(Giorgio Ferrari – Avvenire) – Julian Assange ha un handicap mediatico fin troppo evidente: non è simpatico, non buca lo schermo. In compenso senza di lui, senza la piattaforma WikiLeaks, senza la mole immane di documenti che quel blindatissimo vaso di Pandora contiene, tutti noi sapremmo molte meno cose sui governi, sulle banche, sugli apparati militari e soprattutto su quel mondo sotterraneo dove si consumano misfatti, ricatti, scambi e malversazioni all’ombra di un perbenismo ufficiale che non risparmia quasi nessuna nazione.

Senza WikiLeaks non sapremmo nulla della repressione cinese in Tibet, delle esecuzioni sommarie in Kenya, di certi maneggi americani in Afghanistan e in Iraq e soprattutto difficilmente avremmo conosciuto i segreti inconfessabili della prigione di Guantanamo.

Il merito – o il demerito secondo molti e secondo le varie Corti che lo hanno messo sotto accusa – è principalmente dovuto a questo cinquantunenne australiano, padre putativo del giornalismo investigativo contemporaneo (quello storico ha più di un secolo e il new-journalism, quello di Gay Talese, Norman Mailer e Tom Wolfe almeno cinquant’ anni) e vera e propria spina nel fianco dei potenti.

Anarcoide, sovversivo, senza alcuna disciplina, Assange – autentico mad dog dell’informazione – ha accumulato in vent’ anni nell’immenso antro digitale del suo archivio segreto una mole immane di informazioni riservate, che di volta in volta ha offerto senza fini di lucro alla stampa internazionale.

Dodici anni fa Assange viene arrestato a Londra su mandato di cattura emesso dalla Svezia, in base a un’imputazione di stupro, ma è rilasciato pochi giorni più tardi. Troverà rifugio due anni dopo nell’ambasciata ecuadoregna, mentre anche gli Stati Uniti lo reclamano: la sua attività e soprattutto la diffusione di 251mila documenti diplomatici del Dipartimento di Stato gli procurano una richiesta di estradizione per il reato di spionaggio.

Per sette anni Assange resterà domiciliato fra quelle mura con lo status di rifugiato politico concessogli dal presidente Rafael Correa. Se pensassimo che Julian Assange sia l’emblema della persecuzione nei confronti della libera stampa dovremmo tuttavia soffermarci non tanto sulla sua personale situazione (esecrabile sul piano dei diritti civili quella sorta di lungo arresto domiciliare sotto l’ala dell’Ecuador a Londra), quanto sull’uso che delle informazioni riservate di cui è venuto via via in possesso si è fatto.

Già nel 2013 si segnalava come collaboratore assiduo di RussiaToday, l’emittente internazionale strettamente legata a Vladimir Putin, utilizzando la quale nel 2016 diede il via a una campagna denigratoria nei confronti di Hillary Clinton (che di per sé aveva vari scheletri nell’armadio e un’imbarazzante utilizzo della sua mail privata) che in parte spianò la strada al trionfo di Donald Trump, assai più gradito al Cremlino della concorrente democratica.

Il che gli alienò molte delle simpatie internazionali: il giornalista ribelle che dialogava con Noam Chomsky e Varufakis e portava in video l’inafferrabile sceicco Nasrallah, il capo degli hezbollah libanesi, stava trasformandosi in un ambiguo strumento delle interferenze russe nelle elezioni dei Paesi democratici.

Alla fine è stato Boris Johnson a consegnarlo definitivamente in mani americane, controfirmando il decreto di estradizione a Washington. Secondo l’Espionage Act, una volta estradato in America l’imputazione di spionaggio potrebbe costargli 175 anni di carcere, senza escludere la possibilità dell’esecuzione capitale.

Come poco sopra si è detto, Julian Assange non è un mostro di simpatia e nemmeno di trasparenza. Ma il calderone che ha scoperchiato – la relazione e la definizione fra libertà di stampa e poteri, fra informazione e rispetto delle regole – riguarda non più soltanto lui e nemmeno le centinaia, a volte migliaia di giornalisti rinchiusi nelle buie celle dagli autocrati di tutto il mondo, ma tutti noi. Per questo a vario titolo gli si vuole chiudere la bocca. Perché informare è cosa diversa dall’ossequio ai poteri. In questo, con i suoi eccessi e le sue personali derive, Assange è un autentico eroe dei nostri tempi.

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3 replies

  1. “eroe dei nostri tempi” o “non è un mostro di simpatia e nemmeno di trasparenza” o ancora, “ambiguo strumento delle interferenze russe nelle elezioni dei Paesi democratici”?

    Si decida il giornalista dell’Avvenire perché una cosa contraddice l’altra…

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  2. Nulla è mai lineare. A meno che non si sia al servizio di qualcuno, allora qualsivoglia “extra” è proibito.
    Direi che per Avvenire è un buon articolo, e coraggioso.

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  3. Svelare delle menzogne delle frodi,
    ruberie a danno della povera gente comporta sempre dei dubbi e sospetti, non siamo abituati a confrontarci con persone a modo, essere onesti è grave.

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