Draghi-Macron e quell’accordo all’ultimo miglio

(di Cristiana Flaminio – lidentita.it) – E alla fine la spuntarono Mario Draghi ed Emmanuel Macron. Se l’asse franco-tedesco vacilla, l’alleanza tra Roma e Parigi non è mai stata così solida. Al punto che le azioni coordinate tra il presidente italiano e quello francese hanno decretato la vittoria dell’asse latino su quello mitteleuropeo. Il tetto al prezzo del gas non è più un lontano auspicio o un’intenzione da eviscerare sui non-paper. La commissione deve fare presto e decidere quello che riterrà opportuno sui limiti ai prezzi delle materie prime energetiche. Berlino fa un passo indietro, Amsterdam addirittura due. L’Ungheria di Orban si chiama fuori. Certo, sarebbe stato meglio se tutto fosse stato deciso (almeno) sei mesi fa. L’Europa ha tempi biblici perché costretta a continue ed estenuanti mediazioni e infatti è stato proprio Draghi ad auspicare che, presto o tardi, l’Ue si decida una buona volta a modificare i suoi meccanismi decisionali.

Doppia mossa

È stato un gioco a due. Mario Draghi parlava, Emmanuel Macron faceva i fatti. Il premier italiano tuonava contro la grettezza e la miopia di chi, attaccato agli interessi particolari, stava rompendo “l’unità europea” facendo così il gioco di Putin, il presidente francese – dopo aver ammonito la Germania a non isolarsi – annunciava un nuovo accordo con Spagna e Portogallo sugli interconnettori energetici. In pratica, Parigi ha aperto a “corridoi per le energie verdi” che dalla penisola iberica, attraverso i Pirenei, raggiungeranno la Francia. E, da lì, potranno mettere in rete il resto d’Europa. È stato uno scacco e insieme uno smacco per Olaf Scholz. Infatti, come ha spiegato l’altra sera Macron, l’intesa prevede “l’abbandono del progetto storico di gasdotto Midcat”. Che avrebbe dovuto portare gas dalla Spagna (e dal Nordafrica) direttamente in Germania. Per Draghi un’operazione win-win. In quanto la soluzione al tramonto di Midcat potrebbe essere una nuova pipeline che, dalla Spagna, raggiunge prima la Toscana e poi riparte verso la Mitteleuropa.

Mani libere sull’energia

Intanto il governo francese ha deciso di sfilarsi dal trattato sulla carta dell’energia. Si tratta di una vecchia alleanza, firmata nel 1994, tra quasi tutti gli Stati europei, dell’Ocse, la Russia, il Giappone, l’Australia e la Turchia. Emmanuel Macron, accogliendo i rilievi dell’Alto consiglio francese per il clima, ha avviato le carte per svincolare la Francia dall’accordo. Il problema è legato a una possibile “perdita di sovranità” che sarebbe “incompatibile con i calendari per la decarbonizzazione del settore energetico”. In soldoni, ogni qualvolta la Francia si sfilasse da progetti legati proprio all’energia (come il Midcat), sarebbe costretta a sottostare al giudizio di un arbitrato internazionale. Insomma, Macron reclama mani libere sulle politiche energetiche francesi. E intanto, mercoledì prossimo, attende l’arrivo a Parigi del cancelliere tedesco Olaf Scholz.

Lezioni d’italiano

“Sono state 24 ore intense al Consiglio europeo. Siamo 27 Paesi, abbiamo 27 storie molto diverse e talvolta interessi diversi su singole questioni, ma siamo uniti”. Olaf Scholz tenta di leccarsi le ferite dopo la sconfitta sul tetto al gas. Su Twitter ha scritto che “questo è il segnale del vertice: l’Europa è in grado di agire nella crisi”. Il cancelliere tedesco, così, mostra di aver compreso la lezione di Draghi sull’importanza della guerra delle parole per contenere le speculazioni sui mercati. Berlino si guarda attorno ma la pervicace opposizione sul tetto al gas le ha alienato, ancora di più, ogni ascendente sui Paesi Ue. Alcuni molto importanti per determinare gli equilibri interni nelle sedi politiche e istituzionali comunitarie. Al fianco della Germania, infatti, resta – oltre ad Austria e Danimarca – l’Olanda, la più tenace nemica del price cap.

Olanda: due passi indietro

Mark Rutte, premier olandese, non se la passa benissimo. La scommessa è stata perduta e Amsterdam deve fare due passi indietro. Già, perché anche solo ammettere la possibilità di un tetto al gas era letta come una bestemmia intollerabile soltanto poche settimane fa. Ora Rutte è costretto a ragionarne, seppur in termini non proprio entusiastici: “E’ uno strumento che potrebbe essere pronto nelle prossime settimane. Dobbiamo davvero valutare tutti i pro e i contro e le ramificazioni. Ad esempio, potrebbe anche portare a un prezzo base più alto oppure far navigare rapidamente il gas lontano dall’Europa, letteralmente. Ovviamente dobbiamo assicurarci di avere tutto sotto controllo: è per questo che abbiamo incaricato i ministri dell’Energia di lavorarci”.

L’eccezione magiara

Viktor Orban, questa volta, era allineato sulle posizioni dei Paesi “frugali”. Sui social ha spiegato ai suoi concittadini che “Budapest è riuscita a convincere Bruxelles a esentare l’Ungheria” su price cap e acquisti comuni di gas. “Abbiamo convenuto che, anche se verrà introdotto un tetto massimo al prezzo del gas in Europa, ciò non influirà sui contratti a lungo termine, senza i quali le forniture di gas all’Ungheria diventerebbero presto impossibili”.

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2 replies

  1. determinmare un prezzo massimo del gas è una colossale stupidaggine, possiamo farlo solo se siamo anche produttori.
    meglio sarebbe stato imporre una centrale acquisti, così da determinare una massa critica.
    Anche uno al primo anno di scuola superiore lo capirebbe.

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