Lettanatosi

Pd, immobilismo e zero rinnovamento dopo la batosta elettorale. Come capigruppo sono state confermate Serracchiani e Malpezzi. Negli altri ruoli chiave in parlamento ci sono solo fedelissimi di Letta, da Marco Meloni alla Ascani. Di congresso non si parla più, di candidati nemmeno. Lo strano caso del Pd che ha perso le elezioni ma si finge morto e non si mette in discussione.

(Stefano Iannaccone – tpi.it) – Squadra che perde si blinda. All’insegna di questo principio, il segretario del Partito democraticoEnrico Letta, ha deciso di distribuire senza alcun abbozzo di rinnovamento gli incarichi in parlamento, dai capigruppo agli altri, come vicepresidenti e questori, che conferiscono un notevole potere all’interno delle Camere. La conferma di Debora Serracchiani e Simona Malpezzi come presidenti dei gruppi di Montecitorio e Palazzo Madama è stato l’esempio principale della continuità scelta dal leader dem. Tanto che Andrea Marcucci, ex senatore non eletto alle ultime Politiche, è andato giù duro: «Squadra che vince non si cambia. Ho un vuoto di memoria, che cosa abbiamo vinto di preciso?», ha scritto sulla sua pagina Facebook pubblicando la foto di Letta con le due nuove-vecchie presidenti di gruppo. Insomma, nessun dibattito, zero confronto: qualsiasi ipotesi è stata cancellata. La discontinuità può attendere.

Il dibattito langue, al netto di qualche candidatura come quella di Paola De Micheli

Tra le opzioni come capigruppo c’erano quelle di Chiara Gribaudo alla Camera, che avrebbe trasmesso l’immagine di un cambiamento. Ma l’eccessiva vicinanza a Matteo Orfini non le ha giovato, così l’ha spuntata Serracchiani, il volto mediatico nella notte della disfatta. Per il Senato circolava il nome di Valeria Valente, altra donna apprezzata nel partito e peraltro profilo gradito allo stesso Letta. Ma non se n’è fatto nulla: la leadership di Largo del Nazareno ha preferito preservare lo status quo, riproponendo Malpezzi che negli ultimi mesi non ha lasciato tracce memorabili. Del resto, fin dall’esito del voto, la tentazione del partito è quella di minimizzare e di dilatare anche i tempi per arrivare al congresso. Letta, per sua scelta, ha evitato di lasciare la sua posizione di comando, perché sarebbe stato necessario eleggere un “reggente”, dilatando i tempi della scelta. Ma ha comunque garantito che entro l’inizio del 2023 sarà celebrata l’assise con l’indicazione non solo del nuovo segretario e della linea politica che sarà assunta, come chiesto da più parti. Tuttavia, il dibattito langue, al netto di qualche autocandidatura, su tutte quella dell’ex ministra Paola De Micheli, e della possibilità di cambiare il nome. Alessia Morani sintetizza così i malumori: «A un mese dalla sconfitta elettorale stiamo ancora aspettando che succeda qualcosa nel Pd Non si parla più di date del congresso, non si parla più di fasi costituenti. Non c’è nulla di peggiore del silenzio e dell’immobilismo. Intanto nei sondaggi andiamo sempre più giù».

«Stanno fingendo che la sconfitta non sia figlia delle scelte fatte in questi cinque anni»

Si prosegue per inerzia, nonostante i sondaggi post elettorali indichino un trend di discesa con la concorrenza del Movimento 5 stelle a sinistra e del Terzo polo a destra che si fa sentire. Eccome. Eppure la questione non sembra creare grossi allarmi. «Dai segretari regionali fino alla segreteria nazionale, è tutto prendere tempo e fingere che la sconfitta non sia figlia delle scelte di chi ha diretto il Pd in questi cinque anni», dice a Tag43 Fausto Raciti, ex parlamentare che non è stato inserito nelle liste. A suo giudizio «si sta facendo benaltrismo. E così pretendono anche di condizionare la discussione sul futuro». E che la segreteria di Letta peserà per tutta la durata della legislatura, è ormai un dato di fatto. Oltre alla conferma dei capigruppo, infatti, il leader dem ha indicato i suoi fedelissimi in alcuni posti chiave. Un esempio? Marco Meloni, l’uomo che per Letta ha lavorato alle liste, è stato nominato questore del Senato, un ruolo che conferisce grande potere nella gestione dell’assemblea. È il collegio dei questori che si pronuncia su determinati aspetti regolamentari, basti pensare alla regolamentazione dell’accesso in parlamento durante la pandemia. Mentre come segretari d’Aula a Palazzo Madama sono stati indicati Stefano Vaccari, responsabile organizzazione del Pd, che alla fine non ce l’ha fatta a ottenere i voti necessari, e Chiara Braga, voluta invece da Areadem, la corrente che fa capo a Dario Franceschini, che ha invece centrato l’obiettivo.

Pd, immobilismo e zero rinnovamento dopo la batosta elettorale

«Letta sta strutturando la sua corrente, che peserà sul prossimo segretario»

Non molto diverso l’approccio a Montecitorio: come vicepresidente ci sarà un’altra lettiana, come Anna Ascani. Insomma, nessun passo indietro rispetto alla strategia e ai nomi che hanno portato alla débâcle elettorale. «In realtà Letta sta strutturando la sua corrente, che peserà sull’azione del prossimo segretario», dice a microfoni spenti un parlamentare del Pd. Ma che la tensione stia aumentando è evidente: non sono mancati i malumori durante la riunione del gruppo per ufficializzare i candidati agli incarichi in parlamento. «Nessuno ha alzato la voce», minimizza una fonte intera, che tuttavia ammette: «Così è difficile andare avanti».

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4 replies

    • L estinzione è il minimo della pena ! Speriamo che spariscano dalla cronaca politica queste inutili e incolori persone che rubano soldi senza averne alcun diritto!! L inerzia non è un lavoro in nessun campo ! Altrimenti ci riempiamo il parlamento di Gasparri e Casini!! E co..

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