La crisi del pensiero liberale durante la guerra in Ucraina

(A cura di Francesco Sassano) – Nel corso della Storia, ogni popolo ha costruito le proprie leggende ed i propri miti religiosi così da rispondere ad i bisogni esistenziali e identitari degli esseri umani.  Il “disincanto del mondo” ed il processo di razionalizzazione scientifica hanno favorito la comparsa nel XX Secolo di tre grandi narrazioni: la narrazione fascista, la narrazione comunista e la narrazione liberale.

Le tre grandi narrazioni:

La prima ha provato a spiegare la storia come un percorso di lotte tra nazioni, in cui un unico gruppo umano dominante avrebbe imposto con la forza la sua “superiorità” sull’intero globo.

Invece la narrazione comunista, concepisce la storia come un percorso di lotte tra classi, ed immaginava un mondo in cui tutti i gruppi umani avrebbero vissuto in nome dell’uguaglianza all’interno di un sistema sociale centralizzato a costo di sacrificare la libertà dei singoli.

Ed invece, la narrazione liberale, spiega la storia come una lotta tra tirannia e libertà, in cui tutti gli uomini cooperano liberamente e pacificamente, grazie ad un ridotto controllo centrale, pagando il prezzo di una certa dose di disuguaglianza.

Il conflitto tra queste tre narrazioni ha raggiunto il suo primo punto critico durante la seconda guerra mondiale, che ha visto la sconfitta della narrazione fascista. Dalla fine degli anni quaranta fino alla fine degli anni ottanta del Novecento il mondo è divenuto l’unico campo di battaglia conteso tra le due sole narrazioni restanti: il comunismo e il liberalismo. Il crollo del Muro di Berlino (1989) ha marginalizzato la narrazione comunista, ed ha aperto il mondo ad un’unica narrazione dominante, il liberalismo ha trovato campo fertile riproducendosi anche attraverso forme ibride su larga scala mondiale.

Da un punto di vista cronologico Harari Yuval Noah, sintetizza: <<Nel 1938 gli esseri umani potevano scegliere fra tre narrazioni globali, nel 1968 le opzioni si erano ridotte a due, nel 1998 sembrava prevalere una singola narrazione; nel 2018 non ne è rimasta alcuna >>. 

Il trionfo della narrazione liberale:

I regimi democratici hanno sostituito le dittature, le imprese hanno superato i confini nazionali, il libero mercato nonostante le sue incongruenze ha trionfato. Negli ultimi decenni nessuno ha messo in discussione la dottrina imperante anzi in taluni casi le forze Occidentali hanno provato anche attraverso il metodo violento ad esportare i valori “democratici” ne sono l’esempio lampante le guerre in Iraq, Siria ed Afghanistan.

Disporre di un modello di narrazione utile ad interpretare la realtà rappresenta uno strumento indispensabile per giustificare persino l’uso illegittimo della violenza, ma da quando questo sistema di idee è palesemente entrato in crisi, il senso di sconforto, ha generato nuovi populismi ma soprattutto ha riaperto scenari apocalittici impensabili fino a poco tempo fa.

Dove non passano le merci passeranno gli eserciti:

La storia dell’uomo è una storia di violenze e soprusi, anche i nostri antenati sono stati particolarmente violenti, non a caso il celebre filosofo Hobbes, sintetizzava con una celebre espressione latina “Homo homini lupus”, la natura egoistica dell’uomo all’interno di uno stato di natura, in cui il principio determinate dell’azione umana è principalmente impostata sull’istinto di sopravvivenza e sopraffazione. Da ciò deriva uno stato di perenne conflittualità, una “guerra di tutti contro tutti”. Per uscire da questo stato di conflittualità la pace va costruita, esiste solo come sforzo cosciente dell’uomo, a tal proposito dice Kant : << Lo stato di pace tra gli uomini, che vivono gli uni a fianco degli altri, non è uno stato naturale>> il principale fattore, non l’unico, che riduceva conflitti e violenza era e resta lo scambio di beni tra comunità e individui tra loro stranieri. A supporto di questa tesi kantiana, confermata oggi anche dalle neuroscienze è data dal fatto che noi esseri umani abbiamo delle aree del cervello che si accendono e provocano il rilascio di dopamina (il neurotrasmettitore del piacere) quando cooperiamo tra noi economicamente. Questa tesi confermata da recenti studi di economia cognitiva: non è una legge di natura, ovviamente, ma un’euristica che funziona a livello di negoziazioni interpersonali spontanee. Nel venir meno delle relazioni di scambio, perdiamo anche la relativa simpatia che abbiamo imparato ad avere per gli “estranei” che non appartengono al nostro stesso gruppo.

La guerra in Ucraina, la negazione dello spirito del commercio come strumento di pace:

Il conflitto in Ucraina, evidenzia come la risposta sanzionatoria da parte delle potenze Occidentali seppur sacrosanta da un punto di vista giuridico rappresenta la negazione del libero mercato, motore economico del liberismo e paradossalmente unico strumento funzionale alla pace.

Non a caso Kant riteneva che è proprio la natura a creare i presupposti dello stato di pace tra i popoli, attraverso lo spirito del commercio. All’interno del nostro scenario economico globalizzato; quello che si produce da una parte non può essere prodotto dall’altra e pertanto è necessario lo scambio tra i popoli, è necessaria l’integrazione tra i popoli, perché le economie dei popoli sono

complementari. C’è uno spirito del commercio che spinge alla pace, secondo Kant, in quanto i popoli si devono aiutare per forza gli uni con gli altri, perché ognuno ha risorse diverse dall’altro. «È lo spirito del commercio che non può convivere con la guerra, e che prima o poi si impadronisce di ogni popolo. Infatti, dato che di tutte le forze (i mezzi) subordinate al potere dello Stato la potenza del denaro potrebbe essere quella più sicura, allora gli Stati (certo niente affatto spinti dalla moralità) si vedono costretti a lavorare in favore della nobile pace, e in qualsiasi luogo la guerra minacci di scoppiare nel mondo, a impedirla tramite mediazioni, proprio come se si trovassero in un’eterna alleanza per questo».

Riuscirà il sistema politico a gestire la crisi economica? Quanto è funzionale alla pace, distruggere strade aperte (Berlino 1989), distruggere ponti robusti (Crimea 2022) e gasdotti (Nord Stream2022) per rimpiazzarli con nuove mura, fossati e recinti di filo spinato?

I presupposti che hanno visto la narrazione liberale avere la meglio e vincere sulle altre narrazioni sono apertamente in crisi d’identità, il libero mercato è chiuso e la pace è compromessa. Con implosione dello spirito del commercio, non solo si distruggono economie interconnesse, e si costringono alla fame numerosi popoli, ma, si autodistrugge il fondamento alla base del liberismo, ossia il “libero scambio” così facendo abbiamo sabotato uno dei mezzi utili a ripristinare la pace.

Il liberismo a torto o a ragione, costituisce una sorta di enorme racket che privilegia una ristrettissima élite a spese delle masse.

Non a caso dovrebbe far riflettere come Paesi non Occidentali, come la Cina, l’India, il Brasile, l’Africa e buona parte del Medioriente non hanno espresso posizioni vicine ai membri “NATO”.

Non possiamo sottostimare la complessità riducendo il tutto ad uno scontro tra civiltà, la narrazione liberale necessita di un veloce aggiornamento prima che crolli definitivamente sotto i missili del Donbass.

sassanof@libero.it

6 replies

  1. Analisi intelligente e originale,anche se personalmente non al 100%condivisibile.

    solo con queste parole:
    “ La storia dell’uomo è una storia di violenze e soprusi, anche i nostri antenati sono stati particolarmente violenti, non a caso il celebre filosofo Hobbes, sintetizzava con una celebre espressione latina “Homo homini lupus”, la natura egoistica dell’uomo all’interno di uno stato di natura, in cui il principio determinate dell’azione umana è principalmente impostata sull’istinto di sopravvivenza e sopraffazione. Da ciò deriva uno stato di perenne conflittualità, una “guerra di tutti contro tutti”. ”

    Ha smontato completamente con grande contezza e finezza l’articolo di ieri del furbo prof Zhock.

    Molto spesso bastano “illustri”sconosciuti(mi scuso il signor Sassano) per ridicolazzare le idee auliche e capziose di “illustri” parolai,
    I quali sfruttando la loro abilità dialettica e conoscendo la psicologia umana, vendono “i loro pubblicizzati aspirapolvere della Folletto” agli astanti adoranti all’ascolto.

    Complimenti a Sassano.Complimenti ad Infosannio per averlo proposto.

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  2. Analisi come al solito “occidentalocentrica”.
    E questo è il guaio. Soprattutto della pretestuosa globalizzazione: immaginiamo che tutti, se avranno un minimo di possibilità, agiranno, penseranno, desidereranno come noi, che siamo i Migliori. Chi non vorrebbe diventare Migliore?
    E chiudiamo entrambi gli occhi nei confronti di ” non allineati” che anziché partecipare gioiosamente al banchetto, si chiudono in quartieri pretesi come propri e si comportano esattamente come tanti immigrati- occupanti hanno sempre fatto: sfruttano i beni degli autoctoni, minano l’ordine pubblico, al riparo della una pelosa ideologia che i nuovi schiavisti gli hanno insegnato: sono così per colpa vostra, non mi avete ” accolto ” abbastanza.
    Sarà sempre peggio, fino al prossimo fascismo/ comunismo, due diverse parole per indicare il sempiterno totalitarismo.

    Lo storytelling del liberismo ( liberale è un’altra cosa) si regge sul mito ” se vuoi c’è la fai”. Se non ce la fai in un mondo ” democraticamente liberista” vuol dire che è solo colpa tua.
    Non è così, e sempre più persone si stanno svegliando.

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  3. Complimenti all’estensore, si e tanti, per la traduzione giornalistica (divulgativa), sul piano più scientificamente ideologico, in categorie classiche della teoria politica: di quello che vari commentatori inquadrano per lo più sul piano storico e soprattutto cronachistico.
    Il fatto è che a fare nomi e cognomi – più che di protagonisti della scena internazionale, semmai di popoli e territori e diversità più o meno conflittuale di corrispondenti tradizioni politico-culturali – si rischia sempre un rigetto pregiudiziale; rigetto da (stavolta) banalizzante schematizzazione ideologica. E dunque si scade nella polemica di basso profilo e soprattutto nella più inconcludente ricerca dello scontro dialettico. Ciò proprio al momento in cui si cercano motivazioni più oggettive e condivisibili ai più correnti fenomeni conflittuali internazionali!

    Dalla teoria alla prassi. L’argomento probabilmente più all’ordine del giorno sarebbe il rapporto tra libero mercato internazionale ed economie statuali dal più vario e quindi ‘pregiudizievole’ regime politico. L’esempio più ricorrente: il fatto che un paese europeo, a torto o ragione – NON È QUESTO IL PUNTO -, si riconosca in una posizione di maggiore affinità atlantica giustifica l’interruzione di più fruttuosi rapporti economici con stati che di quella affinità non vogliono saperne, eppure si dispongono nelle relazioni internazionali con la massima disponibilità e addirittura con una migliore convenienza nella pura ottica dello scambio?
    La risposta ‘positiva’ – a prescindere della validità delle motivazioni – contraddice irreparabilmente il principio liberale della migliore funzionalità dello scambio, innestandovi fattori antitetici quale il protezionismo, l’autarchia produttiva, e più o meno imposta con la forza delle armi e dunque il ‘neo-fascismo liberista’ (per rimanere all’interno della categorizzazione appena fornitaci … ); quale categoria riadattata della pretesa di dominio internazionale di uno specifico stato o alleanza di stati.

    Per sostenere questa pretesa ovviamente si può anche fare ricorso a mascheramenti ideologici, quali una più o meno presumibile inaffidabilità di regime politico o, più esplicitamente, una collocazione avversaria dello stato-regime da isolare di volta in volta (tutti assieme no sennò son troppi?!). Però, nei fatti, negandogli la legittimità del libero scambio proprio perché reputato più vantaggioso per lo stesso, si arrivano a negare gli stessi fondamenti del principio liberale! Scadendo nel suo contrario: il liberismo, che appunto nei fatti si potrebbe in tal senso perfino ri-teorizzare come la degenerazione tendenzialmente ‘fascista’ del liberalismo. Perché semplicemente impone uno specifico dominio statuale sul piano internazionale, pretendendolo come migliore tramite l’uso della forza militare.

    Magari questa dottrina potrebbe attribuirsi in esclusiva all’atlantismo unipolare. Magari la si potrebbe ritorcere su mire di egemonia alternativa riferibili ai soggetti nuovi del protagonismo economico internazionale come la Cina, l’India, il Sudafrica, il Brasile, la Russia (il nemico da distruggere del momento) …

    Saranno i fatti ad imporre le ragioni. E i fatti sembrano essere, a volerli specificare nella loro crudezza, che l’attuale politica USA si esprime ancora cercando il conflitto politico-ideologico e le tensioni destabilizzanti un po’ ovunque nel globo terracqueo con la sua politica militarista; da Taiwan alla Corea del Nord, dall’Afghanistan al Pakistan, dall’Iraq alla Siria, dagli stati della diaspora jugoslava all’Ucraina … e tralasciando l’attivismo neo-coloniale nell’America latina e nell’Africa, e perfino in tandem con il britannico preferenziale alleato (o complice? Vedi Iraq e Ucraina… ) nei paesi dell’ex-Commonwealth.
    Ora, non è che proprio l’impostazione liberale delle relazioni economiche fondata sulla spontaneità del reciproco vantaggio – teorizzata come fondativa di BRIC e SCO, associazionismi internazionali multipolari – stia diventando il più acerrimo nemico ideologico del liberismo economico? Occidentale si, ma di fatto sempre più limitato ai paesi dell’anglosfera. E ancor più alle oligarchie che le governano e dunque non di rado sempre più a danno del benessere e della civile coesistenza dei rispettivi popoli, e specie delle fasce economiche più disagiate?

    Forse prima di criticare gli altrui popoli e regimi, inserendoci nella conflittualità mirata del detto ‘neo-fascismo liberista’ armato dovremmo cercare di migliorare e perfino curare le nostre istituzioni ‘occidentali’ altrimenti malate? E cominciando anche dalla migliore e più generalizzabile coesistenza internazionale in ambito economico? Forse ci potrebbe aiutare proprio questa visione ancora più generalizzata, ma mai più strumentalmente ideologizzata del multipolarismo economico?

    (16 ottobre 2022)

    (grazie per stimoli ed attenzione)

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  4. Gentile @musicaemusicologia, quando il liberismo atlantista globalista (la libera volpe nel libero pollaio dell’ intero mondo, e questo riguarda le idee e le merci) diviene una fede in cui è obbligatorio credere pena il “fascismo, razzismo, comunismo, egoismo…”, come ogni fede che si rispetti ha dei paletti invalicabili che si traducono nell’ extra ecclesiam nulla salus: gli “eretici” vanno in qualsivoglia modo sterminati, o quanto meno isolati e ne viene vietata la frequentazione, chi non è con me è contro di me.
    Quindi inutile fare appello alla ragione, alla logica, ed alle convenienze che i singoli popoli – e le singole persone – avrebbero nel libero scambio commerciale e nel mutuo rispetto delle proprie diversità: proprio chi proclama a gran voce il “rispetto delle diversità” reprime ogni autonomia di pensiero anche con la forza. La ” politica” consiste proprio nel fare l’ opposto di ciò che si è promesso: l’ unico governo che in poco tempo ha attuato le proprie promesse ( le promesse elettorali dei due partiti che lo componevano), il Conte1, ha fatto ben presto la fine che ha fatto ed i due partiti di cui sopra sono stati costretti a “normalizzarsi”.
    Quindi è inutile fare appello alla logica , alla ragione, alle “convenienze” dei singoli stati: si andrà fino in fondo, costi quello che costi. In fondo la caratteristica di ogni Fede è il credere nell’ assurdità. E non permettere distinguo.

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