Il voto inutile

(Giuseppe Di Maio) – A uno dal carattere umorale come il mio, chi ha l’atteggiamento sereno, serio, pacato, senz’alcuna alterazione dei toni, mi dà sempre l’impressione di un cretino. No, non è solo Letta, ma sono tutti i dirigenti del PD dalla sua fondazione a provocarmi questa sensazione.

Pertanto, non concordo sulle analisi dei flussi elettorali che dovranno essere affinati nei prossimi mesi. Mi pare difficile credere a un eguale scambio di elettori tra PD e 5S; sono invece d’accordo con chi reputa che i voti della destra vengono scambiati all’interno di un bacino elettorale definito, pur senza pensare che questo bacino rappresenti un blocco sociale. Le analisi attuali dimostrano che gli elettori destrorsi hanno diversa provenienza: una magra classe media, e ceti abbienti associati a quelli dalle condizioni economiche severamente disagiate. Sorvoliamo su sesso, età, cultura e religiosità dei votanti, e diciamo solo che la scarsa percentuale di chi si è recato alle urne è composta da 2/5 di elettori di indole reazionaria (FdI e Lega), 2/5 conservatrice (FI, PD e cespugli di centro), 1/5 radicale (M5S e sinistra).

In 4 anni, PD e M5S, tanto danneggiati da un Rosatellum varato a colpi di fiducia, non hanno trovato il tempo per scrivere una legge migliore. Questo la dice lunga sulla fertilità dell’asse giallo rosso, tanto cantato da alcuni tifosi del Conte II. E così la legge elettorale, che i disaccordi del ’47 non riuscirono a saldare in Costituzione, detta ancor oggi le sorti politiche e sociali della Penisola. Nel 2018 la destra col suo sparuto 37% ha reso ingovernabile questa legislatura, ora con il 44% si avvia verso la dittatura. E pensare che negli anni di Silvio la coalizione arrivava al 47/49% senza che quest’evenienza si verificasse per legge. Ma il renzismo e la sagacia piddina sono riusciti a regalare il potere assoluto a un partito di minoranza, e stavolta i parrucconi dell’alta Corte non si sono precipitati a correggere la stupida legge, come già fecero per l’Italicum che invece avrebbe messo il potere nelle mani del M5S.

Prendete il migliore di loro, il più simpatico: Bersani, e smettete per un attimo di ascoltare i suoi endorsement a Conte e ai 5 stelle. Lui, è un furbone che venti e più anni fa era in prima fila durante la stagione delle privatizzazioni; è sempre lui che nel 2013 si è fatto sfilare il parlamento più a sinistra della storia della repubblica e l’ha regalato alla destra. E’ ancora lui che dopo essere uscito dal Parlamento si è messo a seguire Letta sui palchi del sud per dare una mano alla ditta e all’amico a raccattare voti inutili contro la riscossa pentastellata. E l’amico, che anche dopo la severa sconfitta, nega ancora la realtà e le sue cause: tutto questo è colpa di Conte che ha fatto cadere Draghi. Non è forse oscuramento, scotomizzazione psicologica? Una cosa che abbisogna di un accurato percorso clinico? Non ammette ancora di aver regalato il paese alla destra con preciso disegno: crede ancora di essere il nipote, invece è lo zio.

5 replies

  1. Qualche interessante post tratto da”Da sinistra per Conte”:

    Giuseppe Cipolla
    Il PD ora è a rischio implosione perché si è materializzato il suo vero incubo che gli aveva imposto di non allearsi con i 5s sperando nella loro probabile insignificanza al di sotto della doppia cifra e per di più isolati. Quello che voleva assolutamente evitare era la presenza in parlamento e nel paese di un concorrente forte a sinistra per potere imporre sempre una logica maggioritaria agli elettori o noi o la destra pericolosissima (che avrebbe potuto mettere a repentaglio la stessa struttura della Costituzione) ed evitare che il movimento 5S potesse offrire un centro aggregativo alla sinistra “sparsa” e ai movimenti. Per cui Fratoianni e Bonelli rappresentando una piccola forza potevano andare bene mentre il movimento (fra l’altro ora a pochi punti percentuali di distanza) certamente da evitare. L’agenda Draghi (pur nella sua inconsistenza) diventava così il discrimine per rifiutare qualsiasi accordo con Conte. Ancora una volta il meridione ha difeso la democrazia in Italia, impedendo con un notevole voto ai 5S, che la compagine destra/centro potesse avere i numeri per stravolgere il sistema democratico italiano in senso presidenzialista . Ora bisogna che tutti contribuiscano a creare rapporti sempre più stretti con il movimento 5S per costruire una vera alternativa progressista di opposizione al governo più di destra dal dopoguerra ad oggi.

    Antonella Di Donato
    Hanno appoggiato Draghi il più grande affarista banchiere italiano, hanno appoggiato il pensiero guerrafondaio e non hanno avuto a cuore i problemi reali del Paese, se non gli ultimi 10 giorni di campagna elettorale per convenienza, quando hanno visto che stavano perdendo. L’agenda Draghi tanto decantata e da loro sventolata come bandiera, non aveva in programma il salario minimo garantito, non aveva lo sblocco dei cassetti fiscali per le aziende, anzi il contrario, non aveva uno stralcio di tema per il futuro dei giovani, non aveva alcuna lotta all’evasione fiscale e meno di meno lotta alla mafia. Anzi con la legge Cartabia si rischiava di annullare processi di mafia per raggiungimento dei limiti di tempo processuali . Tutto ciò è mille altre cose chi le ha avallate? Poi la colpa è di Conte, l’unica colpa che ha Conte è di aver appoggiato quel governo marmaglia. Ne avrete di strada da fare!!

    Paolo Grasso
    Io credo che l’opera di smantellamento del più grande partito della sinistra europea, iniziata da Renzi, è stata conclusa con soddisfazione da occhi di 🐅. Tank’s Enrico.

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  2. Bruno Fusco
    TUTTE CHIACCHIERE, DISTINTIVO E OCCHI A PALLA
    Un tizio che conosco mi viene incontro con il sorrisetto a mezza bocca: “Guagliò, ammo vinciuto…”, segue risata più sostenuta “scuordate ‘o reddito (RDC), mo’ (adesso) t’è truvà ‘na fatica!”
    Lui è uno che vive nelle case popolari e lavora come camionista, ha un buon reddito, a suo dire, ha votato per la Meloni, me lo aveva anticipato in altri discorsi giorni prima, non è un mio amico, di me non conosce nulla, ma questo non è importante, diciamo che è persona per bene che parla a vanvera, è un conoscente che ogni tanto incrocio nel quartiere, non ho mai considerato la sua posizione politica e nemmeno ho perso tempo in discussioni approfondite, ho solo valutato perché mai abbia votato Meloni, solo nella speranza di togliere a me il RDC?
    Le ragioni di tale astio, contro una misura di civiltà, mi rende triste, votare qualcuno solo per togliere ad altri è avvilente, magari non succederà, magari la misura verrà rivista e cambiata con una nuova legge, ma ogni legge ha parametri ISEE e condizioni imposte, tutte cose che si possono sempre ingannare, e ogni sostegno sociale vedrà gente che senza diritto rientrerà nei parametri, questi sono i misteri italiani a tutti i livelli, quindi, la misura del RDC, o si cancella definitivamente o i furbetti per una eventuale nuova misura non saranno più quelli del M5S, ma quelli della Meloni.
    Lui, il tizio felice per la mia miseria, vive in una casa popolare, assegnata più di trent’anni fa alla suocera, ora che la suocera non c’è più, ci vive lui con la moglie e i figli, forse per eredità, forse per furbizia, non lo so, bisognerebbe chiedere al Comune di Napoli come funzionano le case popolari, quello che è certo è che il tizio ha un buon reddito, vacanze al mare puntuali, con abbronzatura annessa, auto nuova e conto in banca, da potersi permettere un affitto in case private e lasciare quella popolare a chi ne ha più diritto di lui, e parliamo di migliaia di famiglie che aspettano, anche perché a dire di tanti, lui paga (con comodo, per piacere e senza fretta) 80 euro al mese per una casa di 70 mt. quadrati, e perché mai? Misteri.
    Lui ha votato la Meloni, forse, con la speranza che la tipa faccia giustizia contro i furbetti del RDC, e va benissimo, magari la tizia facesse veramente giustizia su tante cose, ma questo non creto…, con un Berlusconi come socio che cazzo di giustizia puoi fare?
    Ci sarebbe tanto da fare su case occupate, migliaia di case occupate abusivamente, percettori furbi e pregiudicati, parcheggiatori abusivi, costruzioni abusive, case abusive, venditori abusivi, piazze di spaccio in ogni piazza, periferie infettate da criminalità e balordi di ogni genere, auto di lusso con guidatori improbabili, bar con ragazze porta caffè a nero, Pompe Funebri in mano alla criminalità, ambulanze in mano alla criminalità, ospedali in mano alla criminalità, lidi balneari nelle mani della criminalità, ristoranti e discoteche in mano alla criminalità, evasori fiscali a perdita d’occhio, giovani sfruttati e sottopagati da imprenditori succhia sangue, vendo oro in mano alla criminalità, e mi fermo qui, tanto la Meloni lo sa cosa c’è da fare per ripulire l’Italia: una guerra!
    La faccia e la smetta di urlare, inizi questa guerra, ma non contro gli ultimi, che quelli combattono ogni giorno contro la vera miseria, ma contro le vere schifezze di chi si dice onesto e ruba al prossimo, come la politica corrotta, che nel suo partito e quello dei suoi alleati non manca mai, non sia tutte chiacchiere, distintivo e occhi a palla, faccia contento il mio conoscente che l’ha votata e che sarà tanto felice di lasciare la sua casa popolare per cederla a chi ne ha veramente diritto!

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  3. IGNAZIO CORRAO-PAGELLA POLITICA

    Fratelli d’Italia/ voto 9
    Indiscutibilmente i vincitori di questa tornata elettorale. Il partito di destra passa da 1.429.550 del 2018 ai 7.235.984 votanti del 2022. Giorgia Meloni sarà con tutta probabilità la prima donna Premier nella storia d’Italia, per volontà popolare e non per vicende di palazzo (come tutti gli ultimi primi ministri). Rischia però di essere il premier più ostile ai diritti delle donne, vista l’attitudine mostrata finora e l’esempio dei suoi sodali oltre confine. Ha giocato la sua partita perfetta, non muovendo nessuna pedina. La sua strategia è stata quella di incassare sulla posizione consolidata nel tempo facendo poco o niente. Come lei stesso ha ammesso nella conferenza stampa ha solamente aspettato che gli italiani la capissero. Un immobilismo che ha pagato insieme alla sua coerente e perenne decisione di stare all’opposizione, senza quegli oneri di governo che gli alleati di destra hanno pagato.
    Fa parte dei conservatori europei, una destra estrema ma non estremissima come quella di Le Pen. All’estero è vista con estrema diffidenza, come una nostalgica del fascismo amica di dittatori o aspiranti tali. Molti scrivono che sarà il governo più a destra dai tempi di Mussolini (che Giorgia tanto fatica a rinnegare) e hanno ragione. Di certo preoccupa sul piano dei diritti civili, meno su altre cose, dove si adatterà allo status quo e agli impegni per sopravvivere a Palazzo Chigi più a lungo possibile, suo reale obiettivo.
    Ha promesso varie cose, è stata votata dal popolo e il Popolo avrà la possibilità di valutare e giudicare bene, senza sconti, il suo operato.

    Partito Democratico / voto 3
    Dal 2018, considerato un disastro con 6.161.896 di voti, riesce a peggiorarsi con i 5.343.030 di voti di quest’anno. Poche idee e tutte molto confuse. Paternità di una legge elettorale orribile, ricerca di accozzaglie del tutto incompatibili tra loro, una campagna basata solo sul fatto che la destra fa schifo (sembrava comunicare “loro fanno ancora più schifo, quindi votate noi che siamo meno peggio”), il tutto condito da una lontananza abissale dai cittadini. Il gentleman Letta non è uomo di piazza e neanche di comunicazione. Eredita un Pd già eroso da Renzi che non riesce a proporre una minima idea di sinistra. Letta non ha azzeccato niente di questa campagna, dall’agenda Draghi alla demonizzazione di fratelli d’Italia, ha inseguito la destra su un frame che non è il suo con un linguaggio che non è da sinistra. La tragicomica delle alleanze è un elemento chiave della sua sconfitta.
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    Lasciare il Movimento 5 stelle per abbracciare l’agenda Draghi è stato il momento fatale. Sbeffeggiato da Calenda, con cui voleva fare l’asse liberal-democratico, ha fatto una coalizione senza alcun senso logico in cui si andava da Bonino, Casini, Tabacci e Di Maio, a Bonelli e Fratoianni, due che insieme sono riusciti a dimezzarsi i voti a vicenda. Fanno parte dei socialisti europei ma di sinistra non fanno niente, a parte mettere tasse e occupare posizioni pubbliche. Rischia di lasciare al M5s anche il ruolo di opposizione e rappresentanza del campo progressista italiano.
    Suonano inesorabili le campane di dimissioni per il buon Enrico. Che sia l’ora di un cambio radicali alla guida dei socialdemocratici, magari con una virata seria a sinistra guidata da Elly Schlein?

    Movimento 5 stelle / voto 7
    Se leggiamo i numeri assoluti il dato sarebbe negativo, con un crollo dai 10.732.066 di voti del 2018 a 4.264.060 di voti nel 2022.
    Ma la realtà è che lo davano tutti per morto e Conte è stato bravo a rilanciarlo. Sei mesi fa secondo qualche analista il Movimento di Giuseppe Conte sarebbe andato all’8%, per altri addirittura verso il 5%. Imbrigliato nel governo Draghi, Conte è riuscito a tenere il timone in un mare in tempesta e a modellare la creatura a sua immagine e somiglianza. Un Movimento che fino a qualche mese fa era ingessato e tenuto in scacco da guerre interne e dalla corrente draghiana e poltronista guidata da Di Maio. Liberandosi contemporaneamente dell’abbraccio mortale del Pd, del sostegno a Draghi e di parecchie zavorre (non tutte purtroppo), ha interrotto la parabola discendente. Si candida a credibile leader dell’opposizione e ad alternativa alla destra, davanti al Pd.
    Resta ancora da definire una collocazione internazionale, che dopo tanti anni ancora manca (ambientalista, progressista, per la giustizia sociale?). Una campagna quella condotta da Conte senza sbavature. In modo tenace e con apprezzamento popolare, Conte si è messo il Movimento sulle spalle e si è preso un 15,5% caratterizzato dalla lotta alle mafie, l’attenzione per l’ambiente e dalla voglia di giustizia sociale. Ha chiuso la storia del movimento precedente (sono pochi i soggetti imbarazzanti che si sono salvati sulla sua nave), salvato il brand e ha ancora margini di crescita importanti.

    Lega/voto 2
    Questa volta Salvini rischia di essere al capolinea. Passa da 5.691.921 milioni di voti del 2018 ai 2.461.571 del 2022 . La sua segreteria scricchiola anche se dalle loro parti si fa più fatica a cambiare. Il fantasma di Zaia e Fedriga stazionano su via Bellerio. Il capitano dal Mojito del papeete non ne ha più azzeccata una ed è in caduta libera. Salvini è riuscito nell’intento di trasformare una forza politica del nord a partito nazionale e con la stessa velocità è riuscito a riportarlo ai numeri delle sue origini, privandolo però della identità che li contraddistingueva. Un 8,9% che sembra essere l’anticamera per un ulteriore calo. In Veneto e Lombardia la Lega è stata soppiantata da una parte da fratelli d’Italia e dall’altra da Calenda, che ha fatto breccia sulla classe imprenditoriale. Un’alleanza quella con Fratelli d’Italia e Forza Italia basata solo sulla spartizione delle poltrone, unica nota positiva di questa campagna della Lega. Infatti nonostante il crollo mantiene un numero di seggi molto superiore al risultato elettorale, grazie alla ripartizione dei seggi uninominali nel centrodestra.
    “Salvini capitano? Di sventura, è più credibile il Divino Otelma”: la base leghista in Veneto in rivolta. “Zaia? Fuori le p… o finite al Papeete”

    Forza Italia/ voto 6
    Passa da 4.590.774 voti del 2018 a 2.274.943 voti. Se avesse sorpassato Salvini avrebbe meritato un voto più alto. Il tramonto di Forza Italia, legato a quello del suo leader, è rimandato, per ora si conferma importante e il suo cruciale in questa legislatura. Berlusconi, seppur abbandonato da alcuni suoi volti storici (Brunetta, Carfagna, Gelmini), si è rimboccato le maniche, si è lanciato su Tik Tok ed è riuscito a tornare in Parlamento dopo un’assenza quasi decennale. Avrà il delicato compito (insieme a Mattarella) di mantenere il prossimo governo dentro la comunità internazionale di cui l’Italia fa parte.
    Paradossalmente Forza Italia, che in passato suscitava ilarità all’estero, per le note performance di Berlusconi, in quanto parte del partito popolare europeo (lo stesso partito di Von Der leyen, in maggioranza relativa in UE) diventa il vero anello fondamentale per la credibilità internazionale del prossimo governo.

    Azione & Italia Viva/ voto 4,5
    Volevano essere il terzo polo e fungere da ago della bilancia. Al massimo sono il quarto e non hanno alcun peso su possibili maggioranze. Se Renzi e Calenda non cominceranno a litigare il giorno dopo (cosa assai probabile) possono però dire di essere parzialmente riusciti a creare un polo liberale in Italia. Non hanno però scalzato Forza Italia, da cui avevano acquisito noti rappresentanti, che occupa elettorato simile e ha retto sugli stessi numeri.
    Lombardia, FdI surclassa gli alleati a casa loro: doppiata la Lega, triplicata Forza Italia. Primi anche nelle roccaforti del Carroccio
    Hanno sposato il dogma della fantomatica “agenda Draghi” e hanno condotto una campagna elettorale da “partito dei Ricchi italiani”, sbeffeggiando qualsiasi misura a favore di classi disagiate e ambiente. Attinge più all’elettorato del Pd (33% dei nuovi voti sono targati Pd) che a destra. L’obiettivo minimo dichiarato era il 10%, i sondaggi chiacchierati ad aprile che lo davano addirittura al 15% hanno avuto la stessa attendibilità degli studi pro nucleare presenti nel suo programma presentati da esperti (classificati come segreto di stato) dalla dubbia attendibilità.
    Calenda perde pure il suo seggio all’uninominale, doppiato dalla sua ex alleata Bonino, rimasta sotto l’ombrello del Pd. Renzi nel frattempo è volato in Giappone lasciando a Carletto l’onore di spiegare i risultati. Chissà se questo polo liberale reggerà.

    Sinistra & Verdi/ voto 3,5
    Fratoianni e Bonelli, in una operazione utile ad ottenere qualche seggio per loro, si sono presentati insieme, con una sola lista, nella coalizione a guida Pd. Una coalizione in cui c’era tutto il contrario di quel che dicevano loro. Entrambi i partiti (verdi e sinistra), forti di una identità piuttosto chiara (diversa tra loro) e di un elettorato storico, potevano pensare di partire da una quota superiore al 3% a testa ed ottenere almeno un 5/6%. Facendo le liste insieme hanno invece preso il 3,5%. Difficile comprendere in che modo può essere ripartito tra i due il 3,5% ma il dato certamente assesta l’irrilevanza de facto (sotto il 2% a testa) dei partiti italiani appartenenti alle famiglie politiche internazionali della sinistra e degli ambientalisti. Partiti di cui una democrazia sana avrebbe bisogno.
    Giustizia Sociale, Ambiente e diritti sono tre temi che porterebbero qualsiasi partito ad avere almeno il 10%. Quando un partito, anzi due, reclamano la migliore offerta e si autoproclamano unica forza politica credibile e alternativa, vuol dire che qualcosa non quadra. Il 3,5% totale non è altro che il dimezzamento complessivo di entrambi i partiti che si attestavano entrambi tra il 2% e il 4%. In Italia non c’è effetto Melenchon e neanche “onda verde”. Ed è un peccato.

    Di Maio con Impegno Civico / voto 0
    Il vero fenomeno di questa elezione. Dopo 4 anni e mezzo ininterrotti da ministro pensava di essere un grosso leader politico e di valere da solo il 10%. Ha mollato il m5s, che non gli aveva assicurato il terzo mandato e poltrone a vita, portandosi dietro una pletora di parlamentari, ex ministri e sottosegretari a cui non è dato sapere cosa abbia promesso. Si è messo nelle sapienti mani di Bruno Tabacci (rieletto, così come Casini), con la garanzia di poter agire spavaldo in virtù della protezione di Draghi e del Pd, grati del suo lavoro di distruzione del M5s durante la legislatura. Non si è candidato nel suo collegio, quello di Pomigliano, perché sapeva di perdere e ha quindi chiesto ed ottenuto dal Pd un collegio più facile.
    Elezioni, l’unico eletto di Impegno civico? Bruno Tabacci, in parlamento dal 1992: la prossima sarà la sua settima legislatura

    Come un dino giarrusso qualunque (uno dei vari saltati sul carro M5s, uscito sbraitando contro Conte perché non lo faceva candidare in Regione siciliana, che ha poi dichiarato in pompa magna che avrebbe conquistato la Sicilia e l’Italia intera insieme al destrorso Cateno De Luca, e che dopo qualche giorno ci si è lanciato gli stracci ed è rimasto al palo) è riuscito nell’impresa di perdere il seggio del Pd facendosi doppiare dal candidato del M5s (l’ottimo Sergio Costa).
    Il suo partito ha avuto lo zerovirgola e non ha neanche contribuito alla coalizione (ci voleva 1% per la legge elettorale). In pratica non solo ha dimostrato di avere più o meno gli stessi voti presi alle Cliccarie nel 2013 per lanciare la sua carriera politica (qualche decina di click), ma anche di fare perdere al Pd i voti che pensava di avere. Piuttosto che tornare all’università, finire gli esami e iniziare una onesta carriera lavorativa, è assai probabile che cercherà strade più remunerative e semplici, attraverso ricche nomine di ringraziamento, per lui e per qualche suo sodale, tra le partecipate, le fondazioni e le società di Stato. Sarà interessante osservare il suo percorso per capire alcune cose che sono successe e che succedono in questo Stato.

    Di Battista / senza voto
    Ha un capitale politico importante e dovrebbe, insieme ad altri, tornare in campo stimolando il voto di molti astenuti. Forse avrebbe potuto farlo già in questa occasione, proponendo delle cose diverse dagli altri partiti e cercando un canale di comunicazione privilegiato con la compagine di De Magistris e con il M5s di Conte. Non è mai troppo tardi ma neanche il tempo è infinito

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