Quel saluto che tanto allarma

Di molto recente si sono riaccese le preoccupazioni di quanti vedono nell’anacronistico saluto “fascista”, il pericolo di una ricostruzione del partito fascista.

La Cassazione, con qualche isolata eccezione, in più sentenze ha stabilito che se taluno fa il saluto fascista per ragioni commemorative, come in un funerale o in occasione della ricorrenza della nascita o morte di una persona, non costituisce il reato di cui all’art. 5, legge n. 645/1956 (Cass. Pen., Sez. I, n° 8108/2018, ove vengono citate due sentenze della Corte Costituzionale e altre della Cassazione in linea con la decisione).

Ma non è questo il problema.

Purtroppo, noi abbiamo conosciuto la dittatura fascista e, per fortuna, nonostante molti la auspicavano, non abbiamo conosciuto, se non indirettamente, la dittatura comunista.

Per questo, forse, non spaventa il saluto comunista.

Solo da poco, tra le fila della sinistra, sono scomparsi i grandi dirigenti del Pci che, negli anni cinquanta e sessanta (gli stessi che videro alla luce la legge n. 645), si dichiararono favorevoli agli interventi militari con i carri armati in Cecoslovacchia e Ungheria contro i cittadini che volevano solo più libertà, stanchi del giogo e del cappio del regime comunista sovietico.

Tutto il gotha del Pci, da Togliatti, Amendola, Pajetta, Ingrao, si schierarono in favore della sanguinaria repressione comunista.

Un certo delegato casertano, Giorgio Napolitano, ebbe a scrivere su “L’Unità” che l’intervento sanguinario e violento dell’Unione Sovietica evitò: “che nel cuore dell’Europa si creasse un focolaio di provocazioni” e che “l’Ungheria cadesse nel caos e nella controrivoluzione”.

Occhio. I poveri cittadini ungheresi e cecoslovacchi, stanchi della primitiva vita sotto il comunismo, mentre facevano la rivoluzione venivano definiti “controrivoluzionari”, perché, secondo quelle teste di bravi dirigenti comunisti italiani, erano contro la rivoluzione socialista. I comunisti non usavano l’aggettivo “comunista” ma l’altro.

Ecco perché io ho più paura del saluto comunista che di quello fascista.

I primi si impegnano con la cultura e l’erudizione per scopi e propositi  che sono difficili da immaginare per la specie umana. I secondi hanno poco a che fare con la cultura.

Un giovane di nome Sandro Pertini scrisse in quei tristi momenti della rivoluzione ungherese: “Non si può essere con la classe operaia soltanto quando splende il sole, ma occorre esserle vicino soprattutto quando sovrasta la tempesta”.

Parole che calzano a pennello per il PD di Letta.

Baldo degli Ubaldi

Categorie:Cronaca, Interno, Politica

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