Alla sinistra serve la rivoluzione

Le ricette dell’economista: combattere neoliberismo e svalutazione del lavoro; ridurre le diseguaglianze battendosi per diritti civili e salario minimo; considerare divergenti le visioni di Usa ed Europa. Mentre, per dirla con Alfredo Reichlin, “i mercati governano, i tecnici amministrano […]

(DI DOMENICO DE MASI – Il Fatto Quotidiano) – Mentre, per dirla con Alfredo Reichlin, “i mercati governano, i tecnici amministrano e i politici vanno in tv”, è assai probabile che, dopo il 25 settembre, il Pd (che si dice di sinistra senza esserlo) e il Movimento 5 Stelle (che è di sinistra senza dirlo), saranno costretti a fare opposizione e il conflitto riprenderà vigore in sintonia col ritorno della guerra fredda innescata dall’affare ucraino.

Arriva perciò tempestivo in libreria il bel saggio di Stefano Fassina – Il mestiere della sinistra nel ritorno della politica (Castelvecchi) – che offre l’inventario delle questioni aperte su cui, dopo le elezioni, occorrerà impiantare l’antagonismo al governo di destra, il ripensamento e la ricostruzione della sinistra, la riflessione indispensabile per sfuggire al guazzabuglio di idee che oggi ci disorienta.

Constatata la deriva in atto delle classi medie e l’incessante svalutazione del lavoro, giustamente Fassina ne ravvisa una causa nelle politiche economiche neoliberiste con il loro paradigma basato sulla “sovranità del consumatore” e su una pretesa libertà assoluta di circolazione di capitali, servizi, merci e persone. Questo principio fu incluso nel Trattato di Roma del 1957 e divenne verità assoluta nel 1986 quando gli interessi economici vennero sovraordinati ai diritti sociali confliggendo così con la Costituzione italiana che, al contrario, antepone i diritti sociali a quelli economici. Poi, con l’Atto Unico del 1986, l’Unione europea smantellò i limiti alle quattro mitiche libertà, che divennero priorità assolute, sovraordinate ai diritti sociali e assicurarono al neoliberismo l’egemonia sul socialismo, sulla socialdemocrazia e sul laburismo.

Fassina sostiene che per ribaltare questo stato di cose occorre assumere come terreno prioritario di scontro il lavoro, epicentro di tutte le contraddizioni e fattore dal quale dipendono le disuguaglianze e la mobilità sociale. Al lavoro occorre restituire quel valore socio-economico e morale che rende la sua funzione centrale nella costruzione dell’identità della persona e nella partecipazione alla comunità.

Qui sorge però una prima obiezione. Come mai di anno in anno si va riducendo questa centralità e, con essa, la quota di reddito attribuita al lavoro? Alla perfidia del neoliberismo va forse sommato l’effetto del progresso tecnologico e della globalizzazione, che vanificano progressivamente il primo articolo della nostra Costituzione secondo cui la Repubblica italiana è fondata sul lavoro. Quando la Carta costituzionale fu redatta, il lavoro occupava un quarto delle ore di vita del lavoratore, oggi ne occupa un decimo, fra dieci anni ne occuperà un dodicesimo. È come se oggi quell’articolo dicesse: “L’Italia è una Repubblica democratica fondata su un decimo della vita dei cittadini”. Non a caso molti giovani considerano il lavoro non come fattore fondativo della loro identità personale, ma solo come strumento per la percezione di un reddito. Ormai nel loro immaginario, oltre e forse prima della persona che lavora, vi è quella che cura la famiglia, la comunità, la natura e il tempo libero.

Un secondo pilastro proposto da Fassina consiste nel ruolo fondamentale che egli assegna alla persona e all’humus in cui questa deve essere messa in grado di operare: “Un neo-umanesimo laburista e ambientalista. Lo sviluppo umano integrale”, rapportato all’insegnamento cristiano. Anche qui, qualche obiezione. La persona che Fassina pone come “epicentro dell’antropologia progressiva della Sinistra e dei movimenti cristiani” in cosa differisce dall’individuo che il neo-liberismo pone al centro del proprio sistema economico e per cui la Thatcher diceva che “non esiste la società, ma solo gli individui”? Quanto poi all’umanesimo, perché attribuirne la paternità al cristianesimo e non ai pensatori greco-romani? Fassina dichiara una forte convergenza sul pensiero di papa Francesco, soprattutto per quanto riguarda l’ecologia e l’indissolubilità tra diritti civili, economici, sociali e politici. Ma nulla garantisce che il prossimo papa non riporti la Chiesa sulle posizioni reazionarie in cui si è troppo spesso arroccata.

Un terzo pilastro su cui fonda l’interessante proposta di Fassina è il necessario recupero della dimensione nazionale. La società nuova deve essere “patriottica, laburista, keynesiana, ambientalista, consapevole nell’espressione del suo sentimento europeista, adulta nella sua militanza atlantica”. E l’Europa deve essere una demoicracy né confederale né federale, capace di porre in atto “un atlantismo adulto e l’edificazione di una cooperazione sovranazionale utile a difendere efficacemente l’identità culturale e sociale europea”. Un europeismo che costruisca l’integrazione europea senza cancellare le diversità tra i popoli e senza la velleità di gareggiare in potenza con Usa e Cina.

I compiti che Fassina affida alla nuova sinistra recuperano il fior fiore del pensiero marxista accortamente rivisitato in chiave postindustriale: oltre a combattere contro il paradigma neoliberista e la svalutazione del lavoro, occorre costruire con realismo la pace; affermare il primato dell’economia sulla politica riscattandola dal suo attuale ruolo ancillare di soggetto amministrativo; ridurre le disuguaglianze rifiutando il mainstream secondo cui esse sarebbero inevitabili; praticare l’antifascismo e lo sciopero; battersi per i diritti civili, il salario minimo, la riduzione dei tempi di lavoro; rifiutare la via individualistica alla salvezza personale; credere nella forza delle classi sociali e nella necessità di una sinistra di classe; aiutare le tante “classi in sé”, dai giovani ai poveri, perché diventino “classe per sé; battersi per la pace, per la salvezza nostra e del pianeta; diffondere la consapevolezza che l’interesse degli Stati Uniti non coincide sempre e comunque con gli interessi dell’Europa.

Il metodo che Fassina propone per raggiungere questi scopi comincia dal considerare come punto di riferimento della sinistra sempre e solo la parte oppressa della società. Prosegue con la costruzione di un fronte comune tra intellettuali, movimenti, sindacati e soggetti politici degli Stati a welfare elevato. Continua col ricomporre i frammenti sparsi della potenziale sinistra intorno a un concluso modello di società alternativa a quella neoliberista e a un preciso programma combattivo. L’alleanza “deve includere: le partite Iva proletarizzate delle “piattaforme” e della conoscenza; le partite Iva e le micro-attività produttive senza potere di mercato nell’Ict; i laboratori artigiani costretti al giogo delle grandi aziende industriali “finaliste”; le aziende agricole soffocate dalla grande distribuzione”.

Tutta l’azione della nuova sinistra deve basarsi sull’evidenza, ampiamente supportata da questi trent’anni di neoliberismo imperante, che gli interessi dei lavoratori e quelli dei datori di lavoro sono contrapposti. Ma Fassina non pensa a una contrapposizione irriducibile, convinto che questi interessi in oggettivo conflitto tra loro “vanno compromessi in una sintesi avanzata”. Perché questo compromesso non si risolva in un’ennesima sconfitta delle classi deboli, occorre riscoprire la necessità o almeno l’utilità potenziale del conflitto. Come precisa Tronti nel suo commento a conclusione del libro di Fassina, “i padroni del mondo vanno spaventati. Solo così sono disposti a concedere qualcosa”.

Fassina pensa a un conflitto che non sfoci in una rivoluzione ma che porti a un compromesso capace di far recuperare rispetto e dignità alla persona che lavora. C’è però il pericolo che ancora una volta il lusso della rivoluzione fulminante e della lotta di classe resti riservato ai ricchi (che la conducono magari inventando una bomba atomica o un iPhone, scatenando una guerra o innescando una crisi economica) mentre ai poveri siano consentite solo le riforme che richiedono tempi lunghi e, alla fine dei loro tortuosi percorsi, risultano quasi sempre sterili.

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8 replies

  1. La rivoluzione di fa o con la pancia vuota o con idee nuove, colte, lungimiranti, coraggiose.
    Non certo col politicamente corretto.
    Quindi…

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  2. Da che mondo e mondo le rivoluzioni non sono mai state gentili anzi rotolavano teste imparruccste e incipriate la storia è ciclics

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  3. “Fassina pensa a un conflitto che non sfoci in una rivoluzione ma che porti a un compromesso”

    E qui sta il problema. I ricchi capiscono e mollano solo con la testa nella ghigliottina.

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  4. Si, ma alla fine sono sempre i poveri che ci rimettono: quattro teste imbellettate che cadono con grande pubblicità e migliaia di poveracci che muoiono di fame, faide, stupri, rese dei conti… nel caos che ne segue.

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