Di Maio, l’ex pupillo Cinque Stelle (dai molti padri) che ora prova a diventare grande

Dalla carriera lampo con il Movimento allo strappo con Conte. Il ritorno (forse) in Campania per cercare di strappare un seggio

(Roberto Gressi – corriere.it) – Quanti padri in questo nostro Paese dove si resta figli per sempre, fine pena mai. Uno, Beppe Grillo, onirico e onnipotente, che aveva bisogno di un facchino sveglio per diffondere il Verbo. Un altro, Gianroberto Casaleggio, che la vocazione del Pigmalione l’ha sempre avuta. Un terzo, quello biologico, missino per passione e mai eletto consigliere comunale a Napoli, che un po’ ha sofferto questo suo ragazzo scapocchione, che diventava prima deputato, poi vicepresidente della Camera e infine ministro e vicepremier, togliendogli il primato del maschio alfa della famiglia. Certo, quando pure Giuseppe Conte ha provato a fargli da padre, o per lo meno da fratellone maggiore, la voglia freudiana di mordere il freno e farlo fuori ha prevalso. Anche se è dovuto passare per la benedizione di Beppe Sala, per poi finire nelle mani amorevoli di Bruno Tabacci , possessore del simbolo che libera dalla schiavitù della raccolta delle firme per presentare la lista e che, affettuosamente, ha pronunciato l’impronunciabile: «Luigi Di Maio? È il più giovane dei miei figli».

Certo, il piano era spericolato, l’approccio impavido, il risultato oltre le previsioni. Portare via decine di deputati e senatori all’avvocato del popolo, rendere la sua levata di scudi ininfluente, sostituirlo nell’appoggio a Mario Draghi, svuotando a mano a mano i Cinque stelle. Ma non ha funzionato. Perché la politica ha tante variabili e Silvio Berlusconi e Matteo Salvini hanno deciso di ingoiare il rospo da girino, consegnandosi, in cambio di aver salva la vita, a Giorgia Meloni, e facendo naufragare il governo di larghe intese. Ma, se non si viene trafitti sul campo, all’ardire si dà una seconda chance, ed eccolo qui, Di Maio, a provarci di nuovo, o a cercarsi un impiego, come dicono quelli che lo hanno già sprofondato nel girone dei traditori.

Un metro e settanta per settantatré chili, nasce il 6 luglio del 1986 in quel di Avellino, sotto il segno del Cancro. Fortemente orientato alla difesa dei propri spazi, l’Uomo Cancro è governato dalla Luna, alcuni direbbero lunatico, il suo giorno fortunato è il lunedì, che, guarda caso, è anche quello che segue la domenica delle elezioni. Si trasferisce presto a Pomigliano D’Arco, sua patria d’adozione, e l’esordio in politica è da rappresentante degli studenti. Con successo li convince che non è il caso di occupare la scuola e che ci vuole il confronto con i professori, che vanno coinvolti nella soluzione dei problemi. Spirito rivoluzionario e animo consociativo saranno la misura della sua politica dai tratti bipolari. Frequenta il liceo dedicato a Paolo Emilio Imbriani, che riuscì a sfuggire alla condanna a morte dei Borbone ma non alla furia dei napoletani, quando, diventato sindaco, cambiò il nome di via Toledo con via Roma. Luigi si diploma con il massimo dei voti, e se qualcuno arriccia il naso su una presunta, eccessiva generosità dei docenti al Sud, nessuno può togliergli il fatto che la sua valutazione si esprime in centesimi, e non come per gli altri leader in sessantesimi, a testimonianza di quanto sia ancora giovane, quasi ragazzino.

Con la politica dei grandi ci prova una prima volta proprio al comune di Pomigliano D’Arco, con i Cinque stelle. Prende 59 voti, che neanche tutti i parenti lo sostengono, di sicuro non il padre, che aveva promesso la preferenza a un suo amico. Ma poi, inarrestabile slavina, l’elezione in Parlamento, ad appena 27 anni. In meno di un amen è vicepresidente della Camera, vicepremier insieme all’altro ragazzotto Matteo Salvini, ministro di due ministeri, Lavoro e Sviluppo economico, capo delegazione dei Cinque stelle al governo e ancora capo politico del Movimento, con tanto di benedizione di Beppe Grillo e Gianroberto Casaleggio. E siamo ormai, allora, appena ad anni 32.

Il bibitaro non l’ha fatto mai, non ha mai gridato «aranciata, birra, coca, caffè Borghetti» facendosi largo sugli spalti dello stadio, è una panzana, faceva invece lo steward, accompagnava i cosiddetti vip ai loro posti d’onore. Trascorsi che gli valgono una vignetta in cui, quando si parla per lui di un seggio sicuro nelle liste del Pd, Osho gli fa dire: «Sto diritto di Tribuna non c’entra col San Paolo, vero?». È il coronamento di una carriera sia come gaffeur che come amante dell’iperbole: il leader cinese che lui chiama Ping, la povertà abolita dal balcone di Palazzo Chigi, lo scivolone sui Gilet gialli e quello sull’impeachment di Sergio Mattarella, il giustizialismo su Bibbiano, la sbandata su Salvini che poi bollerà come l’uomo più falso che abbia mai conosciuto, per finire con qualche inciampo sui congiuntivi, costringendo la madre professoressa a giurare che a casa loro si mangia pane e consecutio temporum.

Ora, all’età di 36 anni, Luigi Di Maio dovrebbe tornare dove tutto è cominciato, in Campania, a combattere per un seggio uninominale. Anche se la destinazione non è ancora certa. Lì comunque non troverebbe l’amico di un tempo, Roberto Fico, azzoppato dalla regola dei due mandati. Virginia Raggi e Alessandro Di Battista gli gridano da sotto il balcone, poco rassicuranti: «Scendi, che dobbiamo parlare», ma sono già impegnati ad aspettare di fuori tanti altri, a cominciare da Giuseppe Conte. Grillo dice che non è ambizioso, ma punta al massimo a un impiego da mezze maniche al ministero, e Grillo è uomo d’onore. E quindi un brivido percorre la Penisola: ce li ha un po’ di voti o è tornato quello che prendeva appena 59 preferenze a Pomigliano D’Arco?

Categorie:Cronaca, Interno, Politica

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19 replies

  1. “se qualcuno arriccia il naso su una presunta, eccessiva generosità dei docenti al Sud”

    No vabbé! Al nord gli stessi insegnanti, perché sempre del sud sono, sarebbero avari?
    Idiota!

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  2. “Il bibitaro non l’ha fatto mai, non ha mai gridato «aranciata, birra, coca, caffè Borghetti» facendosi largo sugli spalti dello stadio, è una panzana, faceva invece lo steward, ACCOMPAGNAVA i COSIDDETTI VIP ai LORO POSTI D’ONORE”

    Altro che bibitaro… ora tutto si spiega!
    Ha acquisito la forma mentis del fido
    lacchè…

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  3. La politica italiana fatta e messa lì.
    Non è affatto semplice trovare una buona sintesi di ciò che per natura è multiplo e plurimo come lo sono le leggi, le istituzioni, le adesioni e la partecipazione in massa ai processi sociali e democratici della Stato e i delegati , legittimati dalle urne, che si ritrovano comunque volenti o meno ad assumersi responsabilità che li riguardano come lo sono le questioni complesse delle istituzioni, infrastrutture e sviluppo e la natura dei reciproci rapporti con i processi economici nei territori.
    In questo puzzle, non molto difficile da capire esternamente, le alleanze politiche trovano un fertile terreno nel mantenimento e nello sviluppo delle fette di mercato già acquisito, da consolidarsi e da ampliare in determinate direzioni per un reciproco guadagno, che in soldoni, si traduce in posti di lavoro per fiduciari delle rispettive consorterie familistiche e di segreterie di partito.
    Il campanilismo e il tessuto urbano dei borghi e città, si giocano le piazze come in un campo da calcio dove però le squadre cercano di buttare la palla nella propria rete davanti alla quale il portiere avversario gioca al palo.
    Le sgrossature hanno reso però un manufatto di poco pregio : la sinistra storica che portava temi sociali nelle dinamiche politiche, ha perso molto terreno di gioco, inalberandosi in quel multilateralismo a varia estrazione industriale e confindustriale, rosicando la base consociativa e cooperativa alla radice del problema: nella dimensione ideologica e umana , la culla da cui si era sviluppata, Culla tanto delicata nei temi come nelle tempistiche, come nella salvaguardia dei diritti , che ne valorizzavano il processo di emancipazione e i Valori di solidarietà che nel bene e nel male si sono attorcigliati con la lotta di emancipazione del sesso femminile.
    Tutto andato… Ed è quindi inutile spenderci altre parole e altri pensieri. Chi come me, vorrebbe rivedere il rispetto della diversità che ogni singolo porta in contesti di gruppo si deve ricredere a fronte di una omologazione dei comportamenti e pensieri senza precedenti, perché per farsi accettare dal gruppo o si sottostà alle sue leggi implicanti o si prova a cambiarle attraverso un confronto ragionato e come nel piccoli è anche nel grande, così
    Prendere a prestito istanze sociali, farle proprie per investitura politica, non vuol dire assumersi l’onere del loro significato più profondo e benché meno della loro risoluzione, se poi finiscono a slogan, peggio che mai, appare così la politica egoista dei politici in auge, che utilizzando il tradimento come il proprio privilegio acquisito, aumentano gli strappi all’interno della società e delle collettività rafforzando la casta, della quale sono entrati a fare parte e le rispettive consorterie, per finire a vendersi al miglior offerente rinnegando, anche in modo consapevole, tutta l”impalcatura valoriale urlata ai quattro cantoni, ai poveri ascoltatori muti..

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  4. Ma perchè criticate i giornali che ne parlano?
    Tutti gli articoli che lo riguardano vengono pubblicati per metterlo a figuremmerda.
    Lasciateli continuare

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  5. Un terzo padre biologico missino per passione.
    Non riesco a capire a chi si riferisca…..
    A meno che il papà del luigino fosse missino, ma di questi gossip non so nulla😔
    C’è per caso qualcuno più informato di me che abbia voglia di spiegarmi meglio?

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  6. “Un metro e settanta per settantatré chili”
    Insomma, da questo articolo apprendiamo che è anche abbastanza sovrappeso

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  7. “Il bibitaro non l’ha fatto mai, non ha mai gridato «aranciata, birra, coca, caffè Borghetti» facendosi largo sugli spalti dello stadio, è una panzana, faceva invece lo steward, accompagnava i cosiddetti vip ai loro posti d’onore”!
    ‘Sti caxxi: è arrivato il surfista sull’onda lungaaa…

    E in grassetto, pure. A me ‘sto articolo sa di vago slinguazzamento.
    Ristabiliamo l’equilibrio:

    “Cazzuola e cazzate: Di Maio affonda anche Draghi

    La notizia è cascata come una bomba puzzolente di carnevale sul milieu politico italiano: Di Maio lascia i Cinque stelle che con la sua vivida intelligenza e la sua etica adamantina ha contribuito ad affossare per impedire che Mario Draghi abbia difficoltà a mandare armi in Ucraina. Ma chissenefrega, cosa cambia per il Paese visto che questo ometto è per sua natura l’uomo sbagliato nel momento sbagliato., vale a dire una desolante nullità? ln un certo senso ero stato buon profeta in passato: la presenza di Di Maio o meglio la prevalenza di Di Maio dentro il movimento è stato uno degli elementi che mi ha sempre messo in sospetto riguardo alla sua consistenza e ai veri suoi obiettivi. Non solo di Maio di rivelava una persona di assoluta modestia, ma appariva come espressione quasi lombrosiana della democrazia cristiana meridionale, proveniente da un piccolo notabilato locale ontologicamente privo di progettualità politica, ma propenso unicamente all’eterna mediazione fra interessi spiccioli. Cosa ci faceva un tipo simile dentro la palingenesi che i cinque stelle o meglio la diarchia Grillo- Casaleggio annunciava? Veniva francamente il dubbio che non fosse vero niente. Ma adesso sappiamo anche, che Di Maio è come una procellaria, perché quando e dove appare porta stupidità e tempesta.: non appena ha scelto di essere il tamburino di Draghi quest’ultimo ha preso una terribile mazzata in Europa ed è stato sconfessato in maniera anche avvilente.

    Guardare questo impiegatuccio dall’aria pigra e strafottente e pensare al futuro era come una bestemmia, un controsenso. Chi era dunque di Maio? Uno dei tanti giovanotti della Magna Grecia che voleva entrare nel futuro iscrivendosi ad ingegneria informatica, ma che poi viste le difficoltà della materia , aveva ripiegato sull’eterna giurisprudenza. Tuttavia anche quella di rivelò troppo complicata per cui il nostro tentò una carriera da giornalista sportivo e da steward allo stadio, un compendio quasi perfetto e poi si diede alla regia, mentre faceva l’agente di commercio: tutte cose che probabilmente si pensa di per affrontare dopo uno stage di mezzo pomeriggio. Ma sapeva che comunque aveva le spalle coperte, che dopo tutti i fallimenti avrebbe potuto trovare il suo posto nell’azienda edile di famiglia passando dalle cazzate alla cazzuola quella vera e non immaginava che avrebbe alla fine incontrato quella simbolicamente espressa da buona parte del potere italiano. . Disgraziatamente per tutti noi che oggi dobbiamo pagare a caso prezzo non solo la sua miserabile statura umana, ma sua incompetenza ontologica, nel 2007 incrociò la strada di Grillo che in quei tempi lanciava il vaffanculo. In poco tempo aprì un meetup e alla prima occasione si candidò come consigliere comunale di Pomigliano d’Arco, prendendola nei denti con 59 preferenze, famigliari e maestranze dell’azienda paterna si può immaginare. Tuttavia poco dopo ebbe modo di rifarsi e con un numero di preferenze minimo non lontano dalla cerchia personale, 189, riuscì a spuntarla nelle elezioni parlamentarie del Movimento, diventando candidato, venendo eletto deputato e diventando il più giovane vicepresidente della Camera dell’intera storia unitaria italiana. Tutto questo grazie a 189 voti e praticamente senza alcuna selezione politica, tanto per mostrare come sia stata feconda la politica fatta in rete.

    Tuttavia egli è stato abbastanza abile a far trapelare la sua totale carenza di idee degne di queste nome, tanto che nel novembre 2014, quando già si stava preparando il tradimento o comunque si stava via via concretizzando il destino di un movimento in mano a un ex comico e a un visionario d’azienda, di Maio viene nominato membro del cosiddetto “direttorio” del movimento, costituito da cinque parlamentari scelti da Beppe Grillo non si capisce bene a quale titolo, su quali basi, con quale legittimità. Il resto del cursur disonorum lo conosciamo bene: l’arrivo al governo sul cavallo bianco della forza politica di maggioranza relativa, il cedimento a Mattarella sul ministro delle Finanze, l’improvvida scelta di Conte come premier che già era come vendere la primogenitura , la dissoluzione di ogni discorso critico sull’Europa, il voto salvifico per la von Der Leyen, insomma tutto la picchiata verso l’abisso in compagnia forzata dell’ambiguo Salvini. E adesso la dichiarazione di eterna fedeltà a Draghi, arrivata praticamente appena qualche giorno prima che Draghi prendesse la prima vera e pesantissima scoppola con la bocciatura del price cap sul gas, ovvero sulla delirante idea di mettere un tetto al prezzo del gas all’ingrosso. Una assoluta stronzata , perché che non puoi. rifiutare i bassi prezzi e in contratti a lungo termine della Russia, affidarti ai mercati e poi pensare di poter mettere un tetto ai prezzi. Draghi sapeva benissimo che era una follia, che non sarebbe mai passata, ma probabilmente ha voluto far credere di essere interessato alle bollette degli italiani. Però la bocciatura c’è stata e produrrà molte conseguenze.”.

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    • Il problema della democrazia rappresentativa che legittimando il popolo ne legittima implicitamente i suoi rappresentanti, ma già qui si prospettano dei ma che, vedi caso, si concretizzano con l’ingresso del partito che ha visto in di Maio e nel prorompente e Idealista di Battista una coppia per
      un potenziale sviluppo di bacino elettorale in embrione, che di Maio ha portato in dote con le sue 189 stringate preferenze. L’idea e la connessione sempreverde è la relazione voti / controllo sul territorio attraverso l’occupazione delle poltrone istituzionali con la creazione del governo Locale e la sua rete tutelare, benedetta dall’alto e conseguentemente indefessa. Tutta questa proiezione è maturata senza passare l’uomo in questione al setaccio, cioè senza pesarne correttamente né le qualità né la caratura politica, che avrebbe ineluttabilmente condizionato l’eventualità di una carica governativa nell’ambito e nella sfera di influenza della scuderia cinque stelle, ne tanto meno varie, anche strampalate ipotesi di un possibile inviluppo o sviluppo territoriale in precise e vecchie direzioni, essendo, quella di Pomigliano d’arco, un’area urbana con un centro storico piccolo borghese, case e palazzine , famiglie e il nulla, se non un supermercato, vecchie botteghe e la campagna residuale attorno, con aree agricole e non che collega più centri abitati, da fotografie di cartoline.

      Ecco, questo tipo di vecchia politica, molto strumentale alla conservazione dei vecchi poteri già consolidati in schemi e automatismi, pilota anche in merito do non proprio cosciente interlocutori territoriali che sono il sale della democrazia, inalberati dai partiti, dalle segreterie e dai sindacati, verso la massima cabina di regia.
      Il movimento è stato un esperimento molto interessante, in quanto, nato dal nulla, ha scalato le classifiche erompendo nelle maglie clientelari di altri partiti, evocando lo spettro della Nazione, ma potendo solo promuoverne i suoi aspetti più perniciosi che si modellano sulle vecchie consorterie che devono sempre vincere a scapito della collettività , nel senso di una equanime distribuzione di lavori e potenzialità, sia di carriere che di sviluppi aziendali in un regime di legalità consacrato e reso imprescindibile.( Quale legalità si immagina)
      Si Potrebbe pensare ad un uomo nuovo, ad un nuovo tipo di politico e in questo, il movimento, oltre ad aver visto giusto , è stato davvero rivoluzionario, avendolo detto e mostrato alla massa come la medicina che voleva ascoltare.

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  8. Un metro e settanta

    COSA?

    Ma se è solo di poco più basso del Dibba che è almeno 1,90.

    Ma va là, direbbe Ghedini.

    Forse un metro e OTTANTA.

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