Napoli, al Cardarelli gli infermieri fanno lo slalom pure per attaccare una flebo

(Giuseppe Del Bello – la Repubblica) – «Basta guardarsi attorno, stiamo messi male. Uno addosso all’altro, con gli infermieri che fanno lo slalom pure per attaccarci una flebo. E adesso, con la temperatura che continua a salire, sta aumentando anche l’afflusso di pazienti: infarti, collassi e gastroenteriti».

Parla con un filo di voce Giuseppe Falco, il pensionato 67enne ricoverato al Cardarelli, in quello stesso ospedale dove ha lavorato come operatore socio- sanitario. Sgrana gli occhi prima di inspirare tutto il fiato possibile.

«Ho una polmonite batterica, non Covid ma conseguenza delle sudate di una settimana fa». Poche parole e poi si ferma. Sospira, e riattacca: «Appena arrivato mi hanno visitato e, subito dopo, spostato sulla barella, ci sono rimasto per quasi 48 ore prima di ricoverarmi nell’Obi, l’Osservazione breve. Uno strazio, anche per fare pipì bisogna spostarsi nella sala dei “codice gialli” dedicata ai malati di media gravità. I medici fanno l’impossibile, ma i pazienti che pure sono tanti, sopravvivono nell’incertezza e in una condizione di disperato abbandono».

Giuseppe in pronto soccorso non ci voleva venire, sapeva che sarebbe finito in un girone infernale, «ma – aggiunge – non ero in grado di gestire la situazione, a casa e sopraffatto dall’affanno».

A raccontare quell’inferno sono le immagini che descrivono meglio delle parole cosa significhi stazionare per ore e ore, talvolta intere giornate, su quelle “lettighe automatizzate”, come eufemisticamente vengono definite. Di privacy neanche a parlarne, piazzati a ridosso di una colonna o della parete, uomini e donne costretti a condividere la promiscuità di spazi inventati, si lamentano solo via-cellulare con i familiari. Cercano solidarietà tra di loro.

Ad Assunta, casalinga dell’hinterland, hanno diagnosticato una colica renale, ma deve fare l’ecografia per averne conferma: «Sono in attesa, ma non riesco a parlare con nessuno, i medici corrono da una parte e all’altra, e come li fermi? Le mie cose, comprese le scarpe, ho dovuto piazzarle sulla barella».

Le medicherie non erano sufficienti e così lo stesso salone di accesso è diventato un unico enorme pronto soccorso, luogo indefinito, non parametrato alle esigenze assistenziali. L’infermiere fa una smorfia, e dice: «Qui mancano perfino le bocchette dell’ossigeno, perciò si sono riviste in giro le vecchie bombole. I servizi igienici sono solo tre, se si esclude il bagno per i degenti dell’area Covid».

Ieri mattina si contavano oltre 100 barelle, distribuite ovunque. Giovanni, 43 anni, è approdato al Cardarelli con una colica addominale. La sua lettiga è sistemata affianco a quella di un’anziana donna con le caviglie gonfie e problemi circolatori che, dice lui, «non mi ha fatto chiudere occhio. Ma poverina, si sente sola e ha paura di finire lì, senza neanche il conforto della figlia ».

Timore legittimo, solo qualche mese fa un altro ricoverato è morto nel bagno, nessuno se n’era accorto. La foto di quel corpo esanime fece il giro del web. Il sovraffollamento del Cardarelli è ormai a un punto di non ritorno.

Quasi ogni giorno il responsabile del “Bed management” inoltra lo stesso comunicato alla Centrale operativa del 118. L’ultimo, ieri mattina: “Configurandosi di fatto la saturazione della capacità ricettiva si rappresenta l’indicazione di evitare l’afferenza a questa struttura”. Vuol dire blocco dei ricoveri e accesso limitato ai soli pazienti gravi. Ancora.

Il Covid dispone, da inizio pandemia, di un padiglione dedicato che ospita più di 30 positivi. E lì dentro, il caldo si sente eccome, con la colonnina di mercurio che ieri a Napoli segnava 35 gradi. Ma l’impianto è malfunzionante e l’amministrazione è corsa ai ripari con i condizionatori di un tempo, quei “pinguini” che espellono l’aria calda da un tubo che fuoriesce dalla finestra.

Carlo (nome di fantasia), infermiere nella palazzina: «Il personale in servizio nel reparto Covid indossa la tuta di biocontenimento obbligatoria. Per non parlare degli operatori della diagnostica radiologica e interventistica: per loro c’è da aggiungere il camice piombato per proteggersi dalle radiazioni, un supplizio».

1 reply

  1. Certo che i Migliori la missione di “mettere in sicurezza” dalla pandemia l’ hanno compiuta. Qui nella “città metropolitana” di Bologna un medico di famiglia non si trova più. Tutti corsi in pensione gli “eroi”. Letteralmente uno dopo l’ altro.
    Esattamente come il loro mentore Biden, che proclamò la vittoria sul Covid il quattro luglio.
    Dell’ anno scorso.

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