I giornali danno il giusto rilievo all’“attacco senza precedenti” di Trump al Papa. Hanno gioco facile: a sferrarlo è il mentecatto più potente del mondo, e si tratta di una serie di accuse sgangherate e insulti. Per Trump, Leone XIV è “un debole” perché ha condannato la guerra, “l’idolatria di sé stessi e del denaro”, “l’esibizione della forza”. Ovvio che Trump si sia sentito […]

(estr. di Daniela Ranieri – ilfattoquotidiano.it) – […] I giornali danno il giusto rilievo all’“attacco senza precedenti” di Trump al Papa. Hanno gioco facile: a sferrarlo è il mentecatto più potente del mondo, e si tratta di una serie di accuse sgangherate e insulti. Per Trump, Leone XIV è “un debole” perché ha condannato la guerra, “l’idolatria di sé stessi e del denaro”, “l’esibizione della forza”. Ovvio che Trump si sia sentito chiamato in causa, insieme col suo compare Netanyahu, l’altro criminale che sta seminando morte e distruzione per tutto il Medio Oriente perché secondo lui glielo chiede l’Antico Testamento.

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Non è affatto vero, però, che si tratta di un attacco “senza precedenti”. I nostri neo-papisti hanno rimosso che Papa Francesco, prima di morire l’anno scorso, ha subìto continuamente attacchi, e proprio per lo stesso motivo: perché predicava la pace in luogo della guerra. La differenza è che allora a risentirsi per essere giudicati dal vicario di Cristo erano i Buoni dell’Occidente asserito democratico, mentre ora è quel bambinone maligno di Trump. Ad aprile 2022 Francesco disse: “Io mi sono vergognato quando ho letto che un gruppo di Stati si sono compromessi a spendere il 2% del Pil per l’acquisto di armi, pazzi!”. Allora al governo c’era l’infallibile Draghi, il quale ringraziò Papa Francesco fingendo che non ce l’avesse con lui (ma su 30 Paesi Nato, noi eravamo tra i 10 che si erano “compromessi”, quindi il cerchio si stringeva). I giornali padronal-draghiani lo relegarono a pagina 38, mentre continuavano alacremente a pompare propaganda di guerra. Il Tg1 lo censurò direttamente. […]

A Pasqua di quell’anno, l’ufficio delle celebrazioni liturgiche del Vaticano ebbe l’idea di far sfilare alla via crucis una donna russa e una ucraina insieme, a condividere idealmente la croce della guerra fratricida. La prima a risentirsi fu l’Ambasciata ucraina presso la Santa Sede (quindi Zelensky): “L’ambasciatore condivide la preoccupazione generale in Ucraina… sull’idea di mettere insieme le donne ucraine e russe”, vade retro. Si accodò l’arcivescovo maggiore della Chiesa greco-cattolica ucraina (“idea inopportuna e ambigua”). Poiché chiedeva un negoziato invocando il coraggio della “bandiera bianca”, Bergoglio si prese del putiniano dai nostri artiglieri da scrivania, tanto più dopo aver denunciato “l’abbaiare della Nato alle porte della Russia” quale causa della guerra. Galli della Loggia, editorialista del Corriere, su Libero definì la posizione del Papa “filo-russa” tout court, oltre che “ambigua”; non rilevava che il Papa avesse parlato di “massacro” e di “atto sacrilego e ripugnante” da parte di Putin.

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Bergoglio era tecnicamente un disfattista, se il leit motiv del blocco padronale era armarci fino ai denti tagliando la spesa sociale e ignorare la via diplomatica per privilegiare quella delle armi. “Ma la risposta alla guerra non è un’altra guerra, la risposta alle armi non sono altre armi”, ribadiva lui, testardo. Allora gli interventisti si misero a insegnarli il catechismo: su La Stampa, Mario Deaglio gli spiegò che “anche il Vangelo ci spinge all’autodifesa” (omise di dire che l’Italia non era stata attaccata da nessuno). Per il Papa la soluzione non erano nemmeno “altre sanzioni, ma un modo diverso di governare il mondo, non più mostrando i denti: la scuola di Gesù, di Gandhi, della non violenza”. Praticamente l’Anticristo, per i soldati del Bene. Intanto a DiMartedì, Suor Paola e Corrado Augias chiarirono anche a beneficio dell’anziano fricchettone che San Paolo raccomanda di prepararsi ad affrontare il nemico.

[…] Su Gaza, il Papa si prese semplicemente dell’antisemita. Quando uscì il libro in cui chiedeva alla comunità internazionale di verificare se le accuse di genocidio del popolo palestinese formulate da organismi internazionali contro Israele fossero fondate, Bergoglio fu redarguito dall’Ambasciata israeliana presso la Santa Sede: “Chiamare l’autodifesa con altri nomi significa isolare lo Stato ebraico”. Il rettore dell’Università delle Religioni dell’Iran riferì a un’agenzia che il Papa gli aveva detto: “Noi non abbiamo problemi con gli ebrei, il nostro problema è con Netanyahu, che ha causato la crisi nella regione e nel mondo senza prestare attenzione alle leggi internazionali e ai diritti umani”. Una frase adamantina. Ma Netanyahu non si tocca. La Stampa irrise il Papa, accusandolo di prestare il pulpito agli Ayatollah: “Quella di Bergoglio è una posizione come tante, ha valore solo per chi un valore glielo attribuisce”. Giuliano Ferrara lo scomunicò sul Foglio: “Le linee rosse le ha passate tutte, e malamente”.

Insomma: come si vede, i precedenti si sprecano. Un Papa che usa le parole del Vangelo (“pace a voi”) viene sempre lapidato dai padroni e dai fan della guerra, anche se questi cambiano. Ironia della sorte: i linciaggi contro Bergoglio avvenivano sugli stessi giornali che oggi si indignano per le parole di Trump.